lunedì 18 febbraio 2019

GOVERNATIVI E RIBELLI HOUTHI SI RITIRANO LASCIANDO HODEIDAH ALLE NAZIONI UNITE.


YEMEN. 18 febbraio 2019- Dopo il round negoziale in Svezia tra ribelli Houthi e governo yemenita, le due parti hanno raggiunto ieri un accordo sulla città di Hodeidah: si ritireranno lasciando il controllo della città portuale sul Mar Rosso alle Nazioni Unite. È la prima fase del ridispiegamento congiunto delle forze armate.

Il porto di Hodeidah dopo un raid saudita (Foto: Yemen Press)

Oltre al porto di Hodeidah, il movimento Houthi e le forze governative e pro-governative
dovranno abbandonare i porti di Salerà e Ras Isa e le periferie della città. Sono passati due mesi esatti dal cessate il fuoco del 18 dicembre scorso. Una tregua per lo più rispettata, rotta da alcuni scontri tra le due parti mai degenerati in un nuovo conflitto.
La popolazione può tornare, quantomeno, a sperare; perché Hodeidah ha un’importanza fondamentale per i civili: secondo porto del paese dopo Aden, è il primo punto di accesso degli aiuti umanitari in arrivo in Yemen. Circa il 70% del soccorso entra da questo scalo, anche se si tratta di un supporto comunque insufficiente a far fronte alla più dura crisi umanitaria della regione. Il blocco imposto dai Sauditi via terra e via aria impedisce l’arrivo sistematico dei cargo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali, e ciò che entra non può bastare ad una popolazione di 28 milioni di persone, l’80% delle quali sopravvive solo grazie ad aiuti esterni.
Toccherà poi alla fase 2 predisporre l’intero ridispiegamento delle forze armate quando anche i combattenti dovrebbero essere posti sotto il controllo delle Nazioni Unite. I dettagli della demilitarizzazione e del ridispiegamento non sono noti. Si tratta della parte più complessa e difficile perché andrà a pesare sugli attuali equilibri della città portuale. Ma la strada verso un dialogo politico reale non può prescindere da questa fase.
L’emergenza umanitaria resta comunque il primo problema da affrontare. Quattro anni di guerra a guida saudita contro lo Yemen hanno ridotto i due terzi della popolazione civile ad una sorta di sopravvivenza in pre-carestia ed un terzo in condizioni di estrema vulnerabilità. 24 milioni di persone, invocano una qualche forma di assistenza umanitaria o di protezione, 14,3 milioni tra queste hanno bisogno di un soccorso immediato.
Basta? Neanche per sogno! I paesi che hanno voluto la guerra, che la conducono e la perseguono dal marzo 2015, al di fuori d’ogni principio di legalità internazionale, continuano ad armarsi. Ad Abu Dhabi, dove è in corso la fiera militare, gli Emirati Arabi hanno siglato contratti di acquisto di armi per un valore totale di 1,3 miliardi di dollari. Tra i prodotti in mostra sono presenti anche molti armamenti già impiegati in Yemen: armi automatiche, carri armati, veicoli blindati. Abu Dhabi ha firmato inoltre un accordo di vendita da 335 milioni di dollari con la statunitense Raytheon Co. of Waltham per missili Patriot terra-aria.
La commissione per le relazioni internazionali dalla Camera dei Lord britannica ha duramente condannato nei giorni scorsi la vendita di armi da parte di Londra all’Arabia Saudita. Per la prima volta l’esportazione militare verso Riyadh è stata definita “illegale”: il governo è accusato di non aver mai condotto un’indagine indipendente sull’uso che di quelle armi viene fatto in Yemen. Si parla e si tratta di stragi di civili -uomini donne bambini- , di distruzione e attacchi sistematici contro infrastrutture, scuole, cliniche, case.
(D.Bart.)

mercoledì 23 gennaio 2019

DA BECCARIA A SALVINI: NASCITA E DECLINO DELLA SOCIETA' UMANA

L’arresto del terrorista rosso Cesare Battisti, condannato all’ergastolo dai tribunali italiani e latitante all’estero da trentasette anni, ha esortato Matteo Salvini a pronunciare una frase che ci riporta indietro di secoli :”che marcisca in galera”.
Ore dopo, la morte di un tunisino, ammanettato e legato alle caviglie dalla polizia nel corso del suo arresto, sortisce, sempre da parte di Salvini, un cinico : “dovevamo offrigli caffè e cornetto”?
Quindi, la notizia dei 170 migranti morti nel Mediterraneo, senza soccorso, senza scampo. La più tragica circostanza di questo inizio d’anno spinge il ministro italiano a scaricare ogni responsabilità sulle ONG, sugli scafisti, e persino sulle stesse vittime:” chi non parte non muore”.
Gli fa eco, a stretto giro, la disperazione di uno dei 3 superstiti del naufragio: “meglio morti che tornare in Libia”. Perché in Libia, dove giungono sfiniti dopo aver attraversato il deserto stretti nella morsa della fame e della sete, vengono imprigionati, picchiati, torturati e, se son donne, violentate.
Quel che Salvini archivia alla spicciolata con un :”la pacchia è finita”.
Commenti brutali e sconsiderati che, a malapena, si possono tollerare in strada o nei bar, ma che pronunciati da un ministro della Repubblica gridano vendetta al cospetto di ogni cielo e di ogni Dio. Una fortuna (sciagurata) che a riequilibrare lo scompenso arrivino gli alleati di partito: non è più voglia di pacchia, ma colpa della Francia che impone alle sue ex colonie africane il franco per finanziare il suo debito pubblico.
È comunque un passo avanti. Almeno si ammette che, forse, scappano dallo sfruttamento, quindi, dalla fame.




Infine, dopo sole 48 ore di preavviso, l'esercito ha cominciato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto. 320 persone smistate come merce e come bestie, parte al Sud, parte al Nord, costrette ad abbandonare un percorso di integrazione intrapreso e perfettamente riuscito.
Aldilà della crudeltà gratuita del decreto Salvini, da oggi abbiamo altre persone senza casa, senza cibo, senza documenti, in giro per le nostre città.

L'ILLUMINISMO E LA COSTITUZIONE ITALIANA

Nel 1764 Cesare Beccaria dava alle stampe il saggio più noto dell’illuminismo italiano : “Dei delitti e delle pene”
In esso si riscontra la stessa prospettiva dei principi filosofici ed etici cari a Montesquieu e
Rousseau: le pene devono svolgere una funzione rieducativa e non repressiva, devono favorire la sicurezza sociale e un'integrazione sociale del criminale. Il concetto stesso di “pena”, all’interno di una società umana, non deve tollerare soprusi e barbarie.
Principi ai quali, nel 1948, si ispirò la nostra Costituzione che all’articolo 27 sancisce:
“L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”
Anni, secoli di evoluzione del pensiero, riforme, tutti gli sforzi fatti da chi lavora per e nelle carceri per consacrare i valori della costituzione sulla rieducazione del condannato spazzati via, in un attimo, da quella frase dedicata a Battisti , "deve marcire in carcere".

Che dire, poi, del commento sulla morte del 31enne tunisino in Toscana?
“Buon sabato ai poliziotti che a Empoli facendo il loro lavoro hanno ammanettato un violento, un pregiudicato che poi purtroppo è stato colto da arresto cardiaco. Se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, ditemi voi cosa dovrebbero fare, rispondere con cappuccio e brioche?".
Non era opportuno, se non doveroso, attendere prima l’esito degli accertamenti dei magistrati ? Proprio nel rispetto di quella Costituzione che, viceversa, difendiamo a spada tratta solo quando conviene, nell’ambito di quel perverso gioco politico che non fa mai gli interessi della gente e della Storia, ma che mira soltanto a personali tornaconti. (Vedi terzo referendum costituzionale 4 dicembre 2016)


PARADOSSI, CINISMO, MENEFREGHISMO.

“Chi non parte non muore” .
“La colpa è delle ONG che pattugliano al largo della Libia promuovendo di fatto le partenze”. Come dire che se chiudi i forni la gente smetterà di chiedere il pane.
Intanto, alla Corte penale internazionale dell’Aja, è arrivato l’ultimo aggiornamento dell’Onu con l’elenco di nefandezze ed orrori vari cui sono costretti i migranti in Libia:

-privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali;
-tortura, compresa la violenza sessuale;
-rapimento per riscatto; - estorsione;
-lavoro forzato;
-uccisioni illegali.

I responsabili sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali.
Il tutto avviene nella piena consapevolezza di quei politici che, dall’Italia e da Bruxelles, da circa due anni, versano migliaia di euro al Governo libico e alle milizie affinché blocchino le partenze verso i porti italiani.
Aiuti anche materiali, come motovedette ed equipaggiamento militare.



Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948. 
Preambolo: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

IL RAZZISMO NEMICO DELLA FRATELLANZA

Il razzismo ha radici profonde nella storia delle relazioni umane. Nasce dall’istintiva, primitiva paura verso il diverso; quella paura che in qualche modo ha quasi giustificato sofferenze e torture. Ma è stato il Nazismo, nella seconda guerra mondiale, ad ufficializzare, elaborare, organizzare il culto di una “razza” superiore. Il concetto di “persona umana”, sopravvissuto nei secoli anche ai momenti più duri e difficili, veniva spazzato via dall’etichettatura del “diverso”, dell’inferiore, del meno umano fino alla razionalizzazione del più grande genocidio della storia: progettato e puntiglioso.
Allora erano gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari e gli handicappati. Ora, a tornare in scena, è il nero, il magrebino, il musulmano. Sono loro le nuove vittime di un razzismo che si alimenta di concretezze legate all’economia, alla sicurezza, al posto di lavoro, ai troppi ragazzi inoperosi che vagano per le nostre città chiedendo elemosine. È il cosiddetto Terzo Mondo che preme ai confini degli Stati benestanti: la frontiera americana con il Messico, le coste mediterranee del Sud Italia, di Malta e della Spagna. Sono queste le mete agoniate, il punto d’arrivo di un cammino lungo e disperato verso il miraggio di una vita meno dura, più fortunata. Un sogno che si spezza, spesso, nella sprezzante realtà dello sfruttamento del lavoro, della prostituzione, della manovalanza attraverso i mille sudici rivoli della malavita organizzata. Ma tant’è!


LE CAUSE DELLA MIGRAZIONE DI MASSA - LO SFRUTTAMENTO DELL’AFRICA

Le multinazionali, che in nome e per conto di vari governi adottano politiche economiche adatte solo ad incrementare i guadagni per gli investitori, impoveriscono da sempre e progressivamente il territorio africano. Per contro, le popolazioni locali, non riscuotono da tutto ciò il benché minimo riscontro economico.

Dalle ricchissime miniere del Congo, ad esempio, si estrae la columbite-tantalit nota con il termine abbreviato “Coltan”. Si tratta di una polvere dalla quali si ricavano i micro condensatori, utilizzati per la fabbricazione di pc e smartphone.
In queste miniere si lavora a mani nude, quando va bene con setacci e piccole pale, sempre immersi mani e piedi nel fango , scavando in profondità. Le pietre raccolte vengono messe in sacchi di plastica e trasportati a mano o sulla testa per poi essere riversati a terra e setacciati a mano. A questo durissimo lavoro partecipano anche i bambini.



Petrolio, gas naturale, carbone , stagno, diamanti, uranio, rame, cobalto, piombo, zinco, oro, amianto, cromo, nikel, bauxite:
tutte le regioni del continente africano custodiscono favolose risorse. Ma gran parte della ricchezza mineraria dell’Africa è stata ed è tuttora “mal-gestita” da grandi gruppi multinazionali.
Se a tutto ciò aggiungiamo il bombardamento e la destabilizzazione di grandi territori, in nome di uno spocchioso quanto falso desiderio d’esportazione di democrazia, come è accaduto in Libia, le conseguenze non potranno che essere tragiche.
E non è chiudendo i porti che li fermerete. Perché loro, i “diversi”, sono così tanti e cosi disperati che continueranno a partire, ed anche a morire, finché i corpi degli affogati, uno sull’altro, non formeranno un lungo ponte su cui camminare, dalle sponde africane a quelle europee.

È questo che l’idiozia dei politici non comprende: la forza dirompente, caparbia, persistente della disperazione.

D.Bart.

mercoledì 2 gennaio 2019

Sea Watch3. Malta concede riparo in acque territoriali ma i migranti non possono sbarcare.


Solo una breccia, una lieve fenditura, comunque, un segnale che turba, danneggia il muro di cinismo e indifferenza che l’ Europa ha eretto a propria difesa contro i migranti. Contro i 32 disperati che a bordo della nave Sea Watch vagano in balìa del mare in tempesta da 12 giorni, in attesa che venga loro concesso di attraccare in qualche porto sicuro. 

Malta, dopo ripetuti rifiuti, ha finalmente concesso una sia pur limitata autorizzazione: non l’attracco in porto, ma solo la possibilità di porsi al riparo in acque territoriali. 
A bordo si soffre ancora, c’è chi non smette di vomitare a causa del mal di mare, soprattutto i bambini il più piccolo dei quali ha 1 anno, 6 e 7 gli altri due.

Con la Sea Watch ha ottenuto stessa concessione la Sea Eye del Professor Albrecht Penck , che trasporta 17 migranti in precarie condizioni di salute e con scorte di acqua e di cibo al limite.
“Abbiamo a bordo tre bambini che vomitano in continuazione, a rischio ipotermia e disidratazione". Così, l’ultimo drammatico appello dei medici, lanciato al dodicesimo giorno in mare, ha avuto ascolto. 
Onde alte tre metri, temperature poco sopra allo zero, maestrale a venti nodi, condizioni meteo in ulteriore peggiornamento per i prossimi due giorni e 49 persone in tutto in serio pericolo: a nulla è valsa la continua richiesta di aiuto.

I medici delle due ong tedesche sono ancora in attesa che qualche Paese si decida ad aprire un porto del Mediterraneo per sbarcare i migranti soccorsi. "Per persone malnutrite e in condizioni di salute molto precarie come quelle che abbiamo a bordo la disidratazione come causa del mal di mare è un rischio molto grave e può mettere anche a rischio la vita soprattutto se associata all'ipotermia", dicono i soccorritori.

Intanto, sui ponti della piccola nave l’acqua ha invaso ogni angolo, i migranti sono stati messi al riparo sottobordo, in spazi estremamente ristretti e in condizioni di promiscuità. Fisicamente e psicologicamente stremati cominciano a non comprendere più la situazione ed è difficile controllarli.

Già 30 città tedesche di sono dette disponibili ad ospitare i migranti delle navi Sea Watch e Sea Eye, 
ma il governo non ha ancora presentato alcuna richiesta ufficiale, né all'Europa né ad altri paesi, per l’eventuale concessione di un porto sicuro. 

Dopo l'appello di Unhcr anche Médecins Sans Frontières (MSF) è intervenuta. Con le condizioni del tempo in peggioramento e le rigide temperature invernali è necessario trovare una soluzione rapida. “Facciamo appello alla società civile italiana, affinché alzi la voce su questa situazione inaccettabile e sulla richiesta di politiche più umane che allevino le sofferenze delle persone. Chi fugge ha bisogno di protezione. La tutela della vita delle persone al primo posto, poi i dibattiti politici su chi accoglie".
D.Bart.

sabato 20 ottobre 2018

YEMEN -L’APPELLO: ‘FERMATE LE ATROCITÀ DEI BOMBARDAMENTI SAUDITI. STOP ALLE ARMI ITALIANE’

Pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha espresso parole di condanna per i devastanti impatti che il conflitto in corso in Yemen ha sulla popolazione civile. Lo ha fatto chiedendo anche la creazione di un embargo sulla vendita di armi. Ma va detto subito che la richiesta di fermare le forniture armate alle parti in conflitto era già stata avanzata almeno quattro volte negli ultimi anni. E per quattro volte, puntualmente ignorata.

Ora, davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati, esperti della società civile italiana hanno ancora descritto le condizioni inumane in cui sopravvive, ormai, la popolazione civile yemenita. Le responsabilità della drammatica situazione, attribuibili, in parte, alle forniture militari italiane, sono state descritte genericamente e in dettaglio da esponenti di Amnesty International Italia, Oxfam Italia, Save The Children Italia, Medici Senza Frontiere e Rete Italiana per il Disarmo in rappresentanza di una più ampia Coalizione attiva da tempo sul tema e che comprende il Movimento dei Focolari, Rete della Pace e la Fondazione Finanza Etica.

Ad aprile 2018 è invece stata presentata presso la Magistratura competente, in collaborazione con Ong yemenite e tedesche, una denuncia di violazione della legislazione nazionale ed internazionale che regola l’export di sistemi militari.

Il recente ulteriore aggravamento della situazione (accertato anche dal Report di Esperti ONU pubblicato poche settimane fa) ha indotto la Coalizione della società civile italiana a riprendere le attività collettive: l’audizione che si è svolta davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati è dunque il primo passo di una serie di iniziative nei confronti del Parlamento.

Nei tre anni e mezzo di conflitto nello Yemen sono stati compiuti crimini orrendi, nel pieno disprezzo del diritto internazionale: decine di attacchi indiscriminati contro civili e obiettivi civili, uso di armi messe al bando a livello globale, impiego di bambini soldato, blocchi e ostacoli all’arrivo degli aiuti umanitari.

Non può essere ignorata, nel contesto, la gravissima situazione dei diritti umani all’interno del Paese che bombarda sistematicamente lo Yemen, l’Arabia Saudita, dove la repressione del dissenso con lunghe pene detentive, il massiccio uso della pena di morte e le pene corporali sono legge di Stato.
Ultima vergogna “ anche il sospetto dell’esecuzione extragiudiziale di un giornalista e dissidente all’interno del consolato saudita a Istanbul” – ha rincarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

In Yemen, oggi, ogni bambino, ogni uomo, ogni donna indistintamente e in ogni momento del giorno e della notte possono morire per mano del nemico. “La sofferenza del popolo yemenita è un affronto al nostro senso di umanità: il fallimento delle potenze mondiali nel riaffermare qui i valori fondanti della civiltà, una vergogna” – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia.

Quante persone devono ancora morire perché si abbia un’ammissione di complicità da parte delle potenze che alimentano questa guerra?

La Coalizione di organizzazioni della società civile ha cercato insistentemente in queste ultime settimane un dialogo con il Governo presieduto da Giuseppe Conte, ma non ha ottenuto risposta, nemmeno a tentativi di contatto formale e diretto. Eppure una delle due forze di maggioranza, il Movimento Cinque Stelle, ha già avanzato anche in questa Legislatura alcune proposte di riforma della Legge 185/90 che regola l’export militare. Non solo, nella scorsa Legislatura (solo un anno fa) aveva presentato e votato una Mozione molto vicina alle proposte di Ong e Reti della società civile, nella quale veniva pure evidenziata la responsabilità dell’Italia per il rifornimento di armamenti ad alcune delle parti coinvolte nel conflitto yemenita, in particolare all’Arabia Saudita e agli EAU)

Voti concordi sono stati espressi dagli Europarlamentari del Movimento anche nel recente dibattito a Bruxelles.

Tra le possibili iniziative che il nostro Paese potrebbe e dovrebbe intraprendere, oltre ad un immediato stop nella vendita di armi, v’è la promozione verso Paesi non firmatari della Safe Schools Declaration e la pressione, l’insistenza sia aperta che diplomatica per la protezione degli edifici scolastici e universitari dall’uso militare e dal bombardamento. Non sarebbe certo azione inutile e inascoltata dato il forte ruolo internazionale che l’Italia si propone di avere in Yemen.

Una contraddizione davvero rispetto all’invio massiccio di armi: “Negli ultimi anni sono stati rilasciate licenze di export militare per centinaia di milioni di euro, soprattutto per bombe le cui consegne sono state verificate nei dettagli dalle ONG e dalla stampa nazionale ed internazionale – denuncia Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. Una complicità nell’orrore che il nostro Paese dovrebbe respingere, ritenere inaccettabile, oltre che contraria alle norme nazionali ed internazionali che l’Italia dovrebbe rispettare. La richiesta forte di un cambio di direzione e di uno stop alle forniture militari è anche venuta dalla recente Marcia della Pace Perugia-Assisi: oltre 70.000 persone hanno chiesto che “il Governo fermi le consegne, come è nelle sue facoltà”.

Gli ordigni che esportiamo hanno impatti devastanti non solo diretti , con le uccisioni, in particolare,di civili, ma anche indiretti, nel creare una crisi umanitaria già gravissima e che potrebbe ulteriormente degenerare.

Oltre undici milioni di bambini in Yemen stanno vivendo esperienze atroci a cui nessun essere umano dovrebbe essere sottoposto. Sofferenze che segneranno per sempre la loro salute fisica e mentale. Vivono sotto i bombardamenti, malnutriti e senza la possibilità di accedere a beni e servizi di prima necessità. Le loro scuole sono state distrutte, il loro futuro è stato compromesso. “È inaccettabile che questi bambini perdano la loro vita e il loro futuro in una guerra di cui sono solo vittime innocenti, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per proteggerli, per porre fine alla loro sofferenza e per fermare questa follia” commenta Maria Egizia Petroccione, responsabile Advocacy Internazionale per Save The Children Italia.

Tre anni di conflitto hanno gettato lo Yemen in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Il sistema sanitario è al collasso: si stima che metà degli ospedali siano attualmente inutilizzabili perché colpiti dai combattimenti, mentre le strutture ancora funzionanti soffrono della carenza di personale e attrezzature. Si muore ogni giorno di patologie facilmente prevenibili come il colera, il morbillo, la difterite o facilmente curabili come polmoniti, malaria e malnutrizione. Al suono delle esplosioni vediamo mamme scappare con i loro figli ricoverati nei reparto di pediatria. Ha ragione Roberto Scaini, medico di MSF: “È inaccettabile che cliniche mobili ed ospedali diventino bersagli del conflitto”.

D.Bart.

martedì 16 ottobre 2018

KHASHOGGI,: “TROVATE PROVE DELL’OMICIDIO NEL CONSOLATO SAUDITA AD ISTAMBUL”





Dalla Turchia arriva la conferma:“trovate prove certe dell’uccisione di Jamal Khashoggi durante la seconda ispezione al consolato saudita di Istanbul». Alcuni funzionari del Governo Erdogan, rimasti per ora anonimi, hanno riferito che tutti gli elementi per capire cosa sia successo al giornalista anti-Riad «si trovano proprio in consolato, è stato ucciso proprio lì». Il Presidente turco, inoltre, ha confermato che «alcune pareti dell’edificio sarebbero appena state ripitturate, forse per coprire le tracce». Nel frattempo, sarebbe andato per il verso giusto il colloquio tra gli Stati Uniti e i vertici di Riad , senza strappi, per ora, tra alleati: «Ringrazio il re per il suo impegno a sostenere un'inchiesta completa, trasparente e tempestiva», ha spiegato l’inviato di Trump. Anche il principe MBS, considerato, pur senza prove, il vero mandante dell’operazione, ha commentato che i rapporti bilaterali Usa-Arabia sono più forti di prima: «Siamo forti e antichi alleati. Affrontiamo le nostre sfide insieme. Così in passato, oggi, domani». 


NUOVE PERQUISIZIONI IN CORSO
Nonostante la cautela degli Stati Uniti dovuta agli storici rapporti che Washington intrattiene con Riad, alleato privilegiato in Medio Oriente, sulla monarchia saudita la pressione della stampa internazionale è schiacciante. 
Per indagare a fondo sulla morte di Jamal Khashoggi, si apprende dalle autorità di Ankara che presto potrebbe essere disposta una nuova perquisizione nella sede del consolato arabo in Turchia, questa volta alla ricerca di eventuali materiali tossici dato che, come è stato avanzato da varie fonti, il giornalista dissidente, nemico giurato di Mohamed Bin Salman, potrebbe essere stato sciolto nell’acido dopo essere stato ucciso e fatto a pezzi al termine di un interrogatorio finito male. A parlare della nuova perquisizione è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aprendo un nuovo fronte polemico su Riad che ha presto cambiato ancora versione sulla sorte toccata a Khashoggi, vicenda della quale la stessa ambasciata ha continuato  a dirsi all’oscuro di tutto.
Dall'Arabia Saudita, giunge notizia che  Jamal Khashoggi sarebbe stato ucciso o da funzionari corrotti, o da comuni criminali. Riad infatti afferma che Khashoggi sarebbe uscito vivo dal consolato, libero di andare.

D.Bart

giovedì 30 agosto 2018

Conflitto nello Yemen: l'ONU accusa tutte le parti in causa di abuso dei diritti umani




Le Nazioni Unite, finalmente interessate anche alla guerra in Yemen, denunciano massacri e abusi perpetrati - da tutti- nei confronti di un popolo stremato e dimenticato.
La coalizione guidata dai sauditi, che sta combattendo i ribelli Houthi in vaste aree del paese, bombarda quotidianamente e senza sconti strade, quartieri, mercati, scuole e ospedali.
Il rapporto ONU rileva così che tutte le parti in conflitto hanno compiuto atti che potrebbero infrangere la legge internazionale. Anche le potenze straniere vengono criticate per aver contribuito ad armare la coalizione e per i danni causati dagli attacchi aerei. Perciò anche l’Italia ha la sua parte di responsabilità.
Le Nazioni Unite chiedono l’avvio di un processo internazionale che faccia luce su quanto avviene nello Yemen e che inchiodi alle proprie responsabilità chi, durante il conflitto ancora in corso, abbia commesso crimini di guerra. Il rapporto che ha risvegliato interesse nei confronti di un massacro sempre ignorato, è firmato dagli esperti indipendenti del Group of Regional and International Eminent Experts on Yemen. Il mandato dell’ ONU era quello di analizzare i fatti avvenuti nello Yemen tra il settembre 2014 ed il giugno 2018, così da poter verificare la legalità della guerra in corso. Il conflitto militare che si svolge ormai da più di due anni, vede i ribelli Houthi sciiti contrapposti ad una coalizione sunnita formata da ciò che rimane dell’ex governo yemenita e dai suoi alleati regionali, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Secondo le indagini preliminari svolte, i bombardamenti aerei, così come gli embarghi imposti e le operazioni militari condotte, comporterebbero una “violazione dei principi di distinzione,
proporzionalità e precauzione” codificati nello jus in bello, ovvero nel diritto umanitario internazionale. In parole povere, come si evince dalle dichiarazioni di Kamel Jendoubdi, che ha gestito i lavori del gruppo di lavoro, sembra che gli sforzi della coalizione sunnita, volti a minimizzare le vittime civili, siano stati pressoché nulli.
Infatti, secondo le analisi condotte da Al Jazeera, in collaborazione con lo Yemen Data Project, almeno un terzo dei 16 mila raid aerei considerati, avrebbe avuto bersagli non militari. Le bombe, spesso di produzione occidentale ed in alcuni casi italiana, sganciate sul suolo yemenita avrebbero quindi distrutto non solo edifici di interesse militare ma anche ospedali, luoghi di culto e strutture cruciali per l’approvvigionamento di energia ed acqua. Proprio nel report, le nazioni che stanno fornendo armi alla coalizione degli emiri sunniti, vengono invitate a fermare immediatamente la vendita di qualsiasi tipo di armamento.
Da una parte quindi il diritto umanitario sarebbe stato violato per le sproporzioni delle operazioni militari condotte. Dall’altra perché, come aggiunge il gruppo di esperti, vi sarebbero state ripetute violazioni dei diritti umani fondamentali, su tutti quello alla vita, che avrebbero visto centinaia di migliaia di civili inermi e non combattenti, essere torturati, privati delle libertà fondamentali e del necessario per sopravvivere.
Le stime fornite dal documento parlano di almeno 6.600 civili uccisi e 15.500 feriti. Stime approssimative perché, probabilmente, nella realtà questi numeri sarebbero “significativamente più elevati”. Perché la guerra uccide in vari modi : non solo proiettili o schegge di bombe, ma anche inedia e malattie.
Ciò che molti invocano e come si augura il gruppo di lavoro che ha redatto il documento, è l’avvio di un processo, condotto da una corte penale internazionale istituita ad hoc, per accertare se effettivamente i quadri militari del governo yemenita e della coalizione formata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti abbiano commesso Crimini di Guerra. La lista dei possibili responsabili, potenzialmente perseguibili, è già stata stilata e consegnata all’Alto Commissario per i Diritti Umani.
Nel frattempo i bombardamenti continuano: le donne, i bambini, i giovani e i vecchi muoiono. Come ha detto ad Al Jazeera uno degli autori del documento, Charles Garraway:”Nonostante la gravità della situazione” si continua a vedere “una completa indifferenza per la popolazione dello Yemen. Questo conflitto ha raggiunto un picco, senza nessuna luce in fondo al tunnel”.
Nello Yemen sono in corso una guerra ed una crisi umanitaria ignorate. Non dimenticate, ignorate.
D.Bart.

domenica 6 maggio 2018

LIBIA: torture e stupri, violenze nei campi profughi. Guardia Costiera che spara e minaccia.

Nei centri governativi libici, proprio come avviene nei lager clandestini, si compiono  «rapimenti per estorsione, lavori forzati e uccisioni illegali» il virgolettato ricopia un passaggio del documento che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha trasmesso al Consiglio di sicurezza.
Il rapporto racconta anche la strage occultata dei migranti fucilati da militari libici in un centro di detenzione; i soprusi  della Guardia costiera e le crudeltà dei funzionari incaricati del contrasto all’immigrazione illegale. Un documento agghiacciante, che smentisce la narrazione di una Libia in via di stabilizzazione, con i profughi accolti, accuditi e trattati con più umanità.
La realtà, purtroppo, ha la faccia dolente e tumefatta di  migranti quotiduanamente sottoposti a detenzione arbitraria, torture, stupri e verie forme di violenza sessuale. Questo è stato costretto a documentare il segretario generale, a conclusione delle inchieste di Unsimil, la missione Onu a Tripoli, dovendo ammettere che
i carcerieri, nella maggior parte dei casi, indossano divise appartenenti a forze armate finanziate, anche, dall’Italia e dall’Europa.

Gli aguzzini - scrive il segretario generale - "sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali».
L'umanità nelle che nelle ultime settimane è riuscita a toccare le ciste della Sicilia è fatta di migranti ammalati o gravemente malnutriti. Quasi tutti hanno vissuto la brutale prigionia dei centri governativi. I loro racconti raccapriccianti raccolti dai soccorritori dopo e durante gli sbarchi vengono puntualmente confermati
dalle 17 pagine del dossier. «L’Unsmil ha visitato quattro centri di detenzione supervisionati dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale – scrive Guterres – e ha osservato un grave sovraffollamento in condizioni igieniche spaventose ».
I prigionieri «erano malnutriti e avevano limitato o nessun accesso alle cure mediche».
E tutto ciò avviene anche negli ultimi mesi,  nonostante in Libia piovano i cosiddetti "aiuti", un bel torrente di denaro che l’Europa versa per il soccorso ai profughi ospitati nei campi.
Va così che il capo delle Nazioni Unite non se la senta di affermare che i guardacoste libici siano  in grado di salvare e assistere i migranti garantendo gli standard minimi dei diritti umani. Ma cosa intende fare? Produrrà risposte concrete la missione internazionale, che continua a documentare «la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia costiera libica nel corso di salvataggi e/o intercettazioni in mare»?

Al momento, tutto ciò che se ne ricava è una sorta di supplica contenuta nello stesso documento : "La situazione dei migranti e gli abusi che subiscono in Libia e mentre tentano di attraversare il Mediterraneo – è l’appello del segretario generale - continuano a farci chiedere un’azione congiunta, concertata e urgente».
Segue, quindi, l'elenco della nefandezze, tipo quella del novembre scorso quando «i membri della Guardia Costiera hanno picchiato i migranti con una corda e hanno puntato le armi da fuoco nella loro direzione durante un’operazione in mare».

I funzionari del Palazzo di Vetro documentano così l’uso di forza eccessiva e illegale da parte dei funzionari del "Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale". La violenza come condotta metodica, crudeltà tollerate, finache consentite, pur di riuscire a governare le prigioni stracolme di profughi. E come, appunto, se non attraverso l'immunità? La condizione finora garantita a sorveglianti stipendiati da uno Stato di cui restano solo cocci.
«Il 19 novembre, durante un raid su un campo di migranti improvvisato nella zona di Warshafanah, membri dei gruppi di Tajura e Janzur, affiliati al Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, hanno aperto il fuoco sui migranti senza fornire alcun preavviso verbale, provocando una serie di morti e feriti». In questo caso Le Nazioni Unite non sono riuscite a raccogliere informazioni dettagliate sul numero di persone coinvolte. Testimoni affermano che nella prigione a cielo aperto erano recluse centinaia di persone.  Non si tratta di informazioni per sentito dire, raccolte attraverso organizzazioni non governative o attivisti locali, ma di testimonianze ottenute personalmente dai funzionari dell’Onu.
« Non se la passano meglio i cittadini libici, esposti a ogni genere di rischio. Dagli omicidi politici alle detenzioni arbitrarie a causa del perdurante conflitto. Compreso «il reclutamento e l’uso di bambini da parte di gruppi armati, così come la loro detenzione - denuncia Antionio Guterres –sulla base della loro presunta o effettiva associazione con altre parti in conflitto».

Il censimento, effettuato dall’agenzia Onu per i migranti (Oim), ha documentato la presenza di 627 mila stranieri in Libia, ma secondo Guterres le stime reali oscillerebbero tra i 700mila e il milione.

D.Bart.