martedì 25 agosto 2026

IRAN-TRUMP IGNORA GLI AVVERTIMENTI: DOPO 6 MESI DI GUERRA TUTTO SI AVVERA.



Giorni prima di entrare in guerra con l’Iran, a fine febbraio, Donald Trump convocò nell’Ufficio Ovale la allora direttrice dell’Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard. Voleva sapere se un attacco su vasta scala avrebbe funzionato. Lei gli rispose con chiarezza.

Uccidere il leader supremo avrebbe probabilmente prodotto un regime ancora più intransigente, più disposto a cercare armi nucleari. Teheran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz, destabilizzando i mercati energetici globali. L’Iran avrebbe colpito le forze americane e i partner nella regione. 



Contemporaneamente, anche i comandanti militari previdero che vi sarebbero state vittime, parlarono di scorte di munizioni insufficienti e problemi di prontezza per una forza già sovraccarica.

Trump respinse quelle preoccupazioni. Pete Hegseth e il generale Dan Caine assicurarono che avrebbero gestito qualsiasi complicazione. Sei mesi dopo il bilancio è questo: circa tremila iraniani morti, diciotto militari americani uccisi e settecentocinquantasei feriti. Basi danneggiate, riserve di petrolio sotto pressione e scorte ridotte.

Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent,  aveva annunciato l’Operazione Economic Outcast, una campagna per isolare economicamente il regime e farlo crollare. Ma sul campo le cose sono andate diversamente.



Oggi l’IRGC (Corpo delle guardie della rivoluzione islamica o Pasdaran),

gestisce di fatto l’Iran. Mojtaba Khamenei, figlio del leader ucciso, siede al vertice con figure dure e pure in ogni posizione di sicurezza. Il parlamento sta preparando una legislazione per il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare. Lo Stretto di Hormuz trasporta circa un quinto del traffico prebellico.

Questa è letteralmente l’informativa di Gabbard che si verifica puntuale come un orologio.

Il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto un percorso diverso: tentare prima i negoziati, perché un fallimento avrebbe solo rafforzato l’occasione per un attacco successivo. Ha perso l’argomento contro un Pentagono che prometteva «opzioni decisive».

Quando in giugno gli è stato chiesto perché avesse accettato un accordo temporaneo, Trump ha indicato sondaggi interni secondo cui quasi l’ottanta per cento degli americani voleva la guerra finita, indipendentemente dalle condizioni. Sei settimane dopo il sostegno è sceso al trentuno per cento, la benzina costa un dollaro in più e la strategia continua a oscillare tra messaggi su Truth Social e rapporti contraddittori filtrati da assistenti confusi. Senza una vera fine in vista.



Mark Ruffalo risponde a Paramount: ‘L’accusa di antisemitismo è scandalosa’”.

 


Venerdì 21 agosto 2026, l’attore Mark Ruffalo, (protagonista di film come Spotlight, I ragazzi stanno bene, The Avengers, Cattive acque ecc.), ha pubblicato su Instagram una clip del 2024 di Safra Catz, ex CEO e attuale vice chair di Oracle, membro del consiglio di Paramount. Nella clip, Catz dice che dopo il 7 ottobre 2023 Oracle ha messo a disposizione dell’esercito israeliano “tecnologie davvero profondamente spaventose” senza specificare di cosa realmente si tratti.

Ruffalo ha commentato criticamente, collegando Oracle al conflitto a Gaza, definendolo “genocidio” e “apartheid”, e avvertendo che quelle tecnologie potrebbero finire in un grande conglomerato mediatico tramite Larry Ellison, padre di David Ellison, CEO di Paramount, che sta finanziando l’acquisizione di Warner Bros. Discovery. 

Paramount ha risposto accusando Ruffalo di usare toni antisemiti e di aver oltrepassato il limite. Ruffalo ha ribattuto su X, definendo l’accusa “allucinante e fondamentalmente disonesta”, sostenendo che criticare il governo israeliano o i suoi fornitori non è antisemitismo, e sottolineando il suo profondo rispetto per il popolo ebraico



La risposta di Ruffalo su X:


“L'accusa che io sia antisemita è sconcertante e fondamentalmente disonesta. Criticare le azioni del primo ministro israeliano, un contratto per tecnologia militare, o gli executives che lo forniscono non è la stessa cosa che criticare il popolo ebraico. Questo dialogo critico e necessario viene poi in modo disonesto inquadrato come anti-Israele. Per essere chiari, le mie opinioni derivano dalle mie convinzioni politiche personali e non dovrebbero mai essere interpretate come ostilità verso il popolo ebraico, per il quale provo un profondo amore e rispetto. Tutto ciò che so su recitazione, attivismo e umanesimo è stato profondamente plasmato dagli amici, colleghi e cari ebrei che sono stati parte integrante e famiglia in ogni fase della mia vita.


Questa fusione ha conseguenze reali per persone reali e per l'intero paese. Scrutare gli Ellison, inclusa l'attività di Oracle costruita su dati, tecnologia di sorveglianza e contratti governativi, e la seria minaccia alla libertà editoriale e la perdita di sostentamento per migliaia di famiglie, è giusto e necessario. L'accordo da 111 miliardi di dollari consegnerà a una sola famiglia il controllo su CNN, HBO e Warner Bros., supportato in parte da denaro straniero il cui influsso sulle decisioni editoriali non è mai stato pienamente spiegato al pubblico.


Legislatori di entrambi i lati dell'emiciclo hanno chiesto una seria revisione per la sicurezza nazionale, e i regolatori non hanno ancora dato al pubblico una risposta reale. Fino a quando non lo faranno, la fusione non dovrebbe procedere. Ora è il momento di tuffarsi coraggiosamente in tutte queste questioni, non di arretrare o cedere.”


Le critiche a Israele.


Ogni critica a Israele passa ormai per antisemitismo.

Come dire che chi critica l’Irlanda o l’Italia è anticattolico.

Chi critica l'Arabia Saudita, è anti-islam. 

E chi critica l'India, è anti-indù. 

Ruffalo, in sostanza, denuncia una nazione, Israele, che parla a nome di un'intera religione e nel suo nome commette un “genocidio”.


Secondo il diritto internazionale, il termine “genocidio” ha un significato molto specifico. Richiede l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. L’UN Commission of Inquiry (Commissione delle Nazioni Unite), ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, trovando quattro dei cinque atti genocidiari. L’ ICJ

(Corte Internazionale di Giustizia), ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, come l’uso della fame quale metodo di guerra. Altre accuse includono crimini di guerra come attacchi intenzionali a civili e oggetti civili, trasferimento forzato, tortura e violenza sessuale. L’UN Commission ha anche parlato di crimini contro l’umanità come sterminio e persecuzione. La causa ICJ di Sudafrica contro Israele è ancora in corso, con scadenze fino al 2029.

mercoledì 5 agosto 2026

Trump all’Iran: “o apri lo Stretto di Hormuz, o ti prepari a un colpo che non dimenticherai”.




Con una delle dichiarazioni più tipicamente trumpiane, il presidente americano ha lanciato l’ennesimo ultimatum sull’Iran: ‘Lo Stretto di Hormuz si aprirà molto presto, oppure l’Iran subirà un colpo durissimo.” 

La frase, ormai consumata, irrita ancora il mondo, fa nuovamente oscillare i mercati e mantiene accesi i riflettori su una delle zone più delicate del pianeta. Dietro il tono da negoziatore spietato c’è anche il sostegno concreto e costante che Trump ha sempre garantito a Israele. Molti commentatori le ritengono di mosse pressione più che minacce concrete di guerra, sapendo che la chiusura dello Stretto, attraverso cui passa circa il venti per cento del petrolio mondiale, è un boomerang economico devastante anche per gli Stati Uniti e i suoi alleati. La strategia sembra puntare a costringere Teheran al tavolo delle trattative. Ma diventa sempre più insistente e credibile

la narrazione della distrazione di massa, secondo cui le sue sparate senza senso e la sua presunta demenza servirebbero a garantirgli affari miliardari oltre a coprire i massacri, la conquista di nuovi terreni a Gaza e in Libano da parte di Israele.  La famiglia Trump persegue forti interessi economici e Israele prosegue con le sue sanguinose e distruttive operazioni. 

È altresì pur vero che l’instabilità nel Golfo ha conseguenze globali che vanno ben oltre la Palestina. La domanda è se Trump stia usando il caos per distrarre o se stia davvero cercando di ridefinire gli equilibri della regione. 

domenica 2 agosto 2026

INVASIONE DI CEUTA: NON FU MIGRAZIONE MA UN’OPERAZIONE DI STATO




Ci sono immagini che non lasciano spazio alle scuse.

Migliaia di ragazzi scendono dai camion, corrono verso l’espigón del Tarajal e si gettano in acqua, o scalano le reti come se fosse una gara. In poche ore Ceuta, una città di ottantaquattromila abitanti, viene invasa da cinquanta, forse sessantamila persone. Almeno sessantasette morti tra annegati e schiacciati. E il giorno dopo, quasi tutti se ne vanno. Come se qualcuno avesse dato il segnale di rientro.

Quando vedi una logistica di questa precisione, la favola della “migrazione spontanea” non regge più. Non c’erano famiglie disperate con bambini in braccio. C’erano soprattutto giovani maschi, organizzati, trasportati. E mentre loro entravano, la polizia marocchina, secondo diverse testimonianze, non solo non interveniva: spingeva.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi ha voluto questa tragedia?

Pedro Sánchez ha passato gli ultimi mesi a dire no. No alle basi di Rota e Morón per attacchi contro l’Iran. No al traffico di armi verso Israele. No alla guerra di Gaza, che ha chiamato per nome: genocidio. Ha riconosciuto la Palestina, ha ritirato l’ambasciatore, ha tenuto la schiena dritta mentre gran parte dell’Europa abbassava lo sguardo. E per questo, secondo molte voci, sta pagando.

«Sánchez è uno dei pochi leader europei che non si è piegato», ha scritto ieri un noto analista spagnolo. «Per questo lo stanno colpendo dove fa più male: sulla frontiera».

Un altro commentatore, da Madrid, è andato oltre: «Quando un Paese rifiuta di prestare le proprie basi e lo spazio aereo, e poi diventa la voce più forte contro i crimini di guerra, non può aspettarsi di restare impunito. Ceuta è il conto presentato».





Il Marocco intitola un’autostrada a Trump.

Gli account diplomatici israeliani si congratulano con Rabat.

E nello stesso arco di ore cinquantamila marocchini entrano a Ceuta e quarantottomila ne escono.

Troppe coincidenze per essere casuali.

Molti spagnoli, in queste ore, lo stanno dicendo chiaro: «Tutti siamo Pedro». Non perché condividano ogni sua scelta, ma perché riconoscono in lui qualcosa che in Europa si sta facendo raro: la capacità di dire no senza tremare.

La Spagna, in questi mesi, è stata la spina dorsale di un’Europa che non voleva più avere una voce. La voce di Sánchez, invece, si è fatta sentire. E adesso qualcuno ha deciso di spezzarla.