giovedì 2 aprile 2026

TRUMP: “IRAN ALL’ETÀ DELLA PIETRA IN 2-3 SETTIMANE, CHI VUOLE IL PETROLIO PRENDA HORMUZ”

 


Ieri sera, dal podio della Casa Bianca, Donald Trump, 

ha rilanciato la retorica bellica chiudendo così il discorso alla nazione: “Nelle prossime due-tre settimane li colpiremo duramente, li riporteremo all’età della pietra. Siamo vicini a finire. Chi vuole il petrolio da Hormuz vada allo Stretto e se lo prenda”.



Lo Stretto di Hormuz , quel collo di bottiglia dal quale passa il 20% di tutto il petrolio, è chiuso da settimane. La resistenza iraniana sta strozzando l’economia globale: 

tanker bloccati e prezzi alle stelle.

Trump scarica la responsabilità sugli alleati che rifiutano di aiutarlo in questa guerra d’aggressione che lo vede schierato al fianco di Israele. 


REAZIONI IMMEDIATE: 


Dall’Europa, freddezza totale. Macron, in visita in Giappone, parla di “prevedibilità europea” contro “paesi che possono farti male” con un chiaro riferimento a Trump. Regno Unito e Francia chiudono lo spazio aereo ai voli Usa, Spagna e Italia bloccano le basi militari. 


Da Russia e Cina, un silenzio calcolato. Mosca e Pechino, alleati storici di Teheran, non intervengono militarmente ma sfruttano il guadagno: il petrolio russo è più richiesto e Pechino compra a sconto. In sostanza, Russia e Cina ne escono al momento come vincitori silenziosi, mentre l’Europa perde per le pressioni Nato. 

Perché Trump ha rilanciato la bomba: “Sto considerando seriamente di tirare fuori gli Usa dalla Nato”. Lo ha detto in interviste a Telegraph e Reuters, dopo il rifiuto degli alleati europei sull’invio di navi nello Stretto di Hormuz. “È oltre ogni riconsiderazione”, ha scandito. “La Nato è una tigre di carta, Putin lo sa benissimo”.

Un altro pugno allo  stomaco alla storia. La Nato non è un club per ricchi: è la garanzia che un attacco a uno è un attacco a tutti. Trump la riduce a “chi paga di più?”, come fosse un affare immobiliare. Minacciare l’uscita per punire gli alleati che non seguono la sua guerra unilaterale è egoismo travestito da realpolitik, tradisce i principi che l’America ha difeso dal 1949.


Legalmente non può farlo da solo, serve il Congresso, in base alla legge del 2023, ma il danno è fatto: la fiducia è stata azzerata mentre Putin giubila. È il crepuscolo di un ordine mondiale, o solo un bluff da campagna elettorale in vista delle Midterm Elections (elezioni di metà mandato) previste per il 4 novembre prossimo? 



LA DICHIARAZIONE DA BRIVIDO


“Riporteremo l’Iran all’età della pietra” non è solo retorica da cowboy: significa bombardare reti elettriche, impianti idrici, civili inermi. Crimini di guerra potenziali, secondo il diritto internazionale. È l’ammissione che la forza bruta vale più del dialogo, che la vita di milioni di persone  conta meno del petrolio.

Trump non minaccia solo Teheran: minaccia il mondo intero con un ultimatum da gangster. “Prendetelo voi” è cinico, disumano, scarica su Europa e Asia il caos che ha creato, insieme e per conto di Israele. Le reazioni a livello mondiale sono pressoché unanimi: “barbarie nucleare”, “imperialismo nudo”. Anche tra gli elettori Maga più fedeli comincia a serpeggiare lo scontento: una promessa di pace prevenne che si trasforma in guerra consegnata.

È il tramonto della diplomazia, l’alba di un’era dove il Presidente della più grande potenza del mondo parla come un predatore. Chi, davvero, è regredito all’età della pietra?

martedì 31 marzo 2026

BEN-GVIR BRINDA ALLA PENA DI MORTE SELETTIVA: “PRESTO LI CONTEREMO UNO PER UNO”

 



Calici alzati, spilla a cappio sul petto, ghigno vittorioso. Itamar Ben-Gvir esce dalla Knesset e festeggia la legge che introduce la pena capitale solo per palestinesi. 

Netanyahu è in aula per votare sì. Gvir versa  champagne e proclama: “Chi sceglie il terrorismo sceglie la morte”. Ma è una norma etnica: gli israeliani sono esclusi dallo stesso reato.

Trent’anni dopo l’assassinio di Rabin, l’estrema destra festeggia la morte selettiva. L’Europa condanna, l’America tace, la Cisgiordania trema. Rabin è morto invano e oggi, con quel brindisi, lo stanno uccidendo di nuovo.



È appena uscito dall’aula, bottiglia di champagne in mano, cravatta rossa e quella spilla a cappio dorato sul risvolto, il simbolo di Otzma Yehudit (potere ebraico) che non nasconde nulla. 




Itamar Ben-Gvir alza la bottiglia, ride, circondato dai colleghi che applaudono come dopo una vittoria calcistica. “Giorno di giustizia”, dice-“Presto li conteremo uno per uno”. Parole che suonano come un conteggio di trofei, non di persone.

La legge, che è passata con 62 voti a favore e 48 contrari, introduce la pena di morte per impiccagione ai palestinesi della Cisgiordania condannati per omicidi “terroristici” in tribunali militari. 

I giudici decidono a maggioranza semplice, non serve unanimità. Israele non eseguiva più condanne capitali dopo quella di Adolf Eichmann, l’alto ufficiale delle SS e organizzatore logistico della “soluzione finale”, che fu giustiziato per  impiccagione in 31 maggio 1962

Torna a farlo ora, ma solo per un gruppo etnico. I critici la chiamano apartheid legalizzata. Hadash-Ta’al, la sinistra arabo-ebraica, tuona: “discriminazione pura”. L’Associazione Diritti Civili annuncia ricorso alla Corte Suprema: “Violazione di uguaglianza, e della sovranità internazionale in Cisgiordania”.

Fuori dall’aula, Ben-Gvir non si trattiene: “Basta porte girevoli, basta rilasci. Deterrenza vera”. 

Con la celebrazione della pena di morte a sorsi di

champagne il messaggio è chiaro: trionfo dell’

apartheid in atto, nessuna giustizia. Dichiarazioni volgari e crudeli, il ministro per la sicurezza israeliana festeggia così la sentenza.

Trent’anni fa, il 4 novembre 1995, un altro estremista – Yigal Amir – sparò a Yitzhak Rabin,  il primo ministro firmatario degli accordi di Oslo che portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, valendogli il Nobel per la Pace.

“Traditore”, gli urlò l’assassino, mentre gli sparava due colpi alla schiena. Rabin l’aveva vista arrivare quell’estrema destra che oggi governa. Ben-Gvir  è stato condannato più volte per incitamento al razzismo e sostegno all’ organizzazione terroristica Kach. I critici lo chiamano “ministro della supremazia ebraica”

Il rabbino ortodosso Rabbi Beck, dopo l’escalation a Gaza, avvertiva: 

 “L’entità sionista è il pericolo più grande per il popolo ebraico”. 

Aveva ragione: chi urla “Mai più” e poi firma morte selettiva svuota la memoria. Non applica una difesa, ma una disumanizzazione.

L’ Europa reagisce con Germania, Francia, UK che parlano di “discriminazione di fatto”; l’ America rispetta la “Sovranità israeliana”. Hamas promette ritorsioni, Abbas grida “crimine di guerra”. In Cisgiordania, la paura sale.

Rabin non è morto invano. Ma oggi, con quel brindisi, forse lo stanno uccidendo di nuovo.

Su Al Jazeera e New Arab, parlano di “celebrazione razzista della pena di morte” con champagne, e “apartheid in atto”. Amnesty e Nova Media bollano la legge come disumana perché viola il diritto alla vita e discrimina etnicamente.

domenica 29 marzo 2026

TRUMP: BOMBARDA L’IRAN, POI INVOCA LA PACE CHE AVEVA ROTTAMATO.

 


Dopo aver stracciato l’accordo del 2015 e lanciato un conflitto che è ha trasformato il Medio Oriente in un campo minato, il presidente USA cerca un accordo,  ma Teheran smentisce e continua a sparare.

Trump lo chiama progresso storico e dice: “ l’Iran, in un accordo per la pace, ha accettato l’azzeramento delle armi nucleari; le trattative con i mediatori-Oman e Pakistan- sono molto produttive”. 

Ma Teheran nega seccamente: “Nessuna negoziazione”. I missili continuino a piovere su Israele e sul Golfo.

Siamo al 29 marzo 2026, quarto mese della guerra iniziata il 28 febbraio dopo un ultimatum fallito. L’obiettivo degli USA mirava a smantellare tutto: centrifughe, scorte di uranio, missili balistici, gruppi come Hezbollah e Houthis. Un piano in 15 punti che l’Iran ha liquidato come “lista dei desideri”.

Eppure, dopo aver ucciso Khamenei , Trump ora parla di “principali punti d'intesa": niente bombe atomiche, riapertura dello Stretto di Hormuz, concessioni su petrolio. Qualcosa di simile al vecchio JCPOA, ma più duro. Con JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), s’intende l’accordo internazionale stipulato il 14 luglio 2015 a Vienna tra Iran, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania e l’Alto Rappresentante dell’ UE per gli affari esteri, in merito alla limitazione del programma nucleare iraniano e al suo utilizzo per scopi energetici, civili e pacifici.

Lo stesso che Trump ha rottamato nel 2018. 

Critici come il colonnello Douglas MacGregor, ex consulente di Trump, parlano chiaro: “ l’Iran tiene il timone, Trump rischia un passo falso”. 

Di fatto, la guerra non ha fermato il programma nucleare, ha solo accelerato l’escalation. In atto, si registrano canali diplomatici ufficiosi,

minacce da film tipo “scatenate l’inferno”, un’economia globale che trema per il blocco Hormuz.

È un fallimento camuffato da vittoria. Trump voleva “pace attraverso la forza”, ma dopo bombe e morti, corre a trattare – mentre l’Iran resiste. Un’umiliazione, si! Forse non assoluta, ma di sicuro un boomerang geopolitico.




IL CONFLITTO.


Un mese di guerra ha trasformato la regione in un inferno. Trump ha lanciato “Operation Epic Fury” con incursioni aeree massicce sui siti nucleari di Natanz e Fordw, basi militari, navi e infrastrutture. 

Sono stati oltre undicimila i bersagli colpiti.

L’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema e massimo leader religioso dell’Iran,  è stato ucciso e subito, sostituito dal figlio Mojtaba. 

L’Iran ha risposto con oltre 1.250 missili balistici e 2.328 droni su Israele, basi USA in Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, e persino su Cipro. Le difese iraniane sono state decimate, ma Teheran continua a lanciare, anche se a un  ritmo ridotto del novanta per cento.


ESPANSIONE REGIONALE


Hezbollah, in Libano è in guerra aperta con Israele dal 17 marzo. L’ invasione terrestre ha già causato

più di mille morti. 

Gli Houthis dello Yemen sono entrati nel conflitto il 28 marzo con il primo missile intercettato su Israele, con minacce al Mar Rosso e la chiusura dello stretto di Bad el-Mandeb, il braccio di mare tra lo Yemen e Gibuti, attraverso il quale transita circa un ottavo del commercio mondiale.

Le milizie pro-Iran hanno inoltre lanciato attacchi contro basi USA in Iraq e Giordania, navi sono state colpite nel porto del Kuwait a sua volta danneggiato.

Lo Stretto di Hormuz, che l’Iran controlla come punto di pedaggio con pagamento in yuan cinesi, è interdetto ai nemici.

Le conseguenze sono disastrose: un traffico quasi fermo, i prezzi del petrolio a centotredici dollari al barile (+40%), il gas alle stelle, i mercati in tilt, e una crisi energetica globale, la peggiore dal ’73.




Al costo economico si aggiunge quello umano, drammatico e ingiusto in tutta la sua ferocia. 

Migliaia di morti tra i civili, con scuole e ospedali colpiti senza scrupoli. Tanto che il popolo comincia a reagire. La giornata  “No Kings” contro Trump ha fatto scendere in piazza otto milioni di persone, solo negli USA. Dove si sono svolte oltre 3.000–3.300 manifestazioni in tutti i 50 stati, rendendo quella di ieri una delle giornate di protesta più grandi nella storia americana. 
Uno degli eventi principali si è svolto a St. Paul-Minneapolis con Bruce Springsteen che ha cantato un brano dedicato alle vittime delle  operazioni ICE.

Migliaia di persone hanno manifestato anche 

a New York, Washington DC, Los Angeles, Chicago, San Francisco. 

Molte proteste si sono svolte anche fuori dalle grandi metropoli

in aree rurali e piccole città. 





PROTESTE “No Kings”

NEL MONDO”. 


Si sono svolte in diversi paesi come Europa, Canada, Messico, Australia, ma in scala minore rispetto agli USA. 

In Italia, migliaia di persone hanno sfilato a Roma e in altre città sotto lo slogan “Together. Contro i Re e le loro guerre”.

Temi principali: -Opposizione alla guerra in Iran. 

-Critica alle politiche di immigrazione e alle operazioni ICE, accusata di “crudeltà” e abusi.

-Rifiuto di uno stile di governo visto come autoritario “No Kings” = “Non vogliamo re”.

-Preoccupazioni economiche per i prezzi della benzina alle stelle a causa del conflitto in Medio Oriente. 


Il carattere delle proteste è stato ampiamente pacifico. La stragrande maggioranza delle marce si è svolta senza incidenti gravi.
Ci sono stati alcuni arresti isolati per scontri tra manifestanti o per mancato scioglimento dei cortei in alcune zone, ma nessun disordine di massa.

La giornata di grande mobilitazione ha dimostrato una opposizione diffusa e organizzata contro Trump, soprattutto sul fronte della guerra in Iran e del contrasto violento all’immigrazione.

venerdì 27 marzo 2026

“GIUBBOTTI NUCLEARI” E MENZOGNE CORAZZATE: VANCE RILANCIA LA PROPAGANDA STILE POWELL

 


JD Vance, vice presidente degli Stati Uniti sotto Trump, ieri, 26 marzo 2026, ha buttato lì una perla durante una riunione di gabinetto: “L’Iran intendeva utilizzare giubbotti esplosivi nucleari per uccidere decine di migliaia di persone. Ecco perché dovevamo attaccare.”

Già, “giubbotti nucleari”. Roba da film di fantascienza, perché una bomba atomica vera non si miniaturizza in un giubbotto da suicida – al massimo un dirty bomb sporco di radioattività, ma non massacra “decine di migliaia” di persone in un supermercato. 

È propaganda pura, per tenere viva la guerra USA-Israele contro l’Iran iniziata a febbraio.

Non è la prima volta che Washington tira fuori mostri inesistenti per giustificare invasioni. Si potrà mai dimenticare Colin Powell quando nel 2003, al Consiglio di Sicurezza ONU, agitava una fialetta di “antrace” giurando che Saddam aveva armi di distruzione di massa?


Ecco una foto di quel momento:


Tutto falso, solo una bugia che ha aperto le porte all’invasione dell’Iraq, centinaia di migliaia di morti, caos infinito. Powell stesso l’ha chiamato poi “una macchia” sulla sua carriera.

E c’è il Giappone, 1945, quando la guerra era praticamente finita, i giapponesi erano in ginocchio, l’Unione Sovietica stava entrando in gioco. Eppure gli USA sganciarono due bombe atomiche: Hiroshima il 6 agosto, Nagasaki il 9.

Ecco la nube a fungo su Hiroshima




Decine di migliaia di innocenti carbonizzati in un lampo con la scusa di porre un termine veloce  alla guerra”. O per mostrare i muscoli. 




Oggi il mondo non crede a più queste storie: quando l’America dice “minaccia nucleare imminente”,  di solito è solo la scusa per un’altra orrenda avventura.

giovedì 26 marzo 2026

Attacchi Usa/Israele/Iran: Hormuz sotto minaccia. Le due facce di Trump

 



Quella tra il 25 e il 26 marzo è stata una notte di fuoco nel Medio Oriente. Israele ha lanciato attacchi su larga scala contro l’Iran: obiettivi militari, infrastrutture energetiche, quartieri est ed ovest di Teheran. Le difese aeree iraniane hanno intercettato gran parte dei missili, ma le immagini che circolano – esplosioni luminose  contro il cielo buio, fumo nero che sale dai palazzi – parlano chiaro. Non ci sono ancora cifre ufficiali di vittime, ma la tensione è altissima.



Ma l’Iran non è stata a guardare: ha risposto con missili balistici, tra cui una bomba a grappolo che ha ferito cinque civili israeliani a Kafr Qasim. Hezbollah, dal Libano, ha sparato razzi verso il centro del paese. Sirene ovunque: Gerusalemme, Tel Aviv, Cisgiordania. Mentre Teheran alza ulteriormente il tiro piazzando mine e trappole intorno all’isola di Kharg, hub petrolifero chiave, e il parlamento discute un “pedaggio di sicurezza” sullo Stretto di Hormuz. Tradotto: se volete passare, pagate – o rischiate.

La mappa aiuta a capire perché Hormuz è il nervo scoperto del mondo




Donald Trump, dal canto suo, gioca a due facce. Da un lato dice: «L’Iran vuole un accordo, ma ha paura di dirlo; temono di essere uccisi da noi o da loro stessi». Dall’altro, respinge il piano di Teheran in 15 punti definendolo «un bluff». Colloqui segreti sarebbero in corso in Pakistan, con mediazione turca. L’ Iran risponde con cinque condizioni durissime: stop immediato a raid e assassinii, risarcimenti, garanzie che non vi sarà un’ aggressione futura. Difficile immaginare che Washington accetti.




Trump, oggi in conferenza stampa, sventola spavaldamente il pugno. E il mondo trattiene il fiato.

Perché stavolta non è solo un’escalation: è il primo vero test del nuovo ordine post-2025.

Se Hormuz chiude – anche solo per un giorno – il prezzo del barile schizza a centocinquanta, l’Europa va in blackout, la Cina s’arrabbia davvero.

Teheran lo sa. Israele lo sa. Trump lo sa.

Ma nessuno vuole essere il primo a mollare la presa.

Quindi sì: la notte tra il 25 e il 26 marzo è stata di fuoco.

La prossima potrebbe essere peggio. 




L’agenzia di stampa Tasnim cita una fonte militare iraniana: «Più di un milione di combattenti iraniani sono pronti per uno scontro terrestre con gli americani». Parla di una mobilitazione rapida, con un’ondata di volontari – soprattutto giovani – che si sono iscritti in massa a Basij, Guardia Rivoluzionaria ed esercito regolare. Il tono è minaccioso: se gli USA provano uno sbarco tentando di riaprire lo Stretto di Hormuz, per loro sarà «un suicidio». Teheran è pronta a trasformarlo in una trappola storica.

Il Basij ha da sempre stime intorno al milione-tra attivi, riserva e mobilitabili-ma è una milizia leggera, più adatta al controllo interno e guerra asimmetrica che per battaglie convenzionali. Non è un esercito da invasione, ma perfetto per guerriglia, mine, imboscate. L’Iran usa queste dichiarazioni per scoraggiare un’invasione terrestre. Che Trump ha sempre detto di voler evitare, ma il Pentagono sta mandando in zona paracadutisti (82ª Airborne) e 2.500-5.000

marines