mercoledì 4 marzo 2026

IRAN, CUBA, GAZA: LA POLITICA PREPOTENTE E SPIETATA CHE DESTABILIZZA IL MONDO

 



Jason Hickel, Antropologo economico e docente all’Università Autonoma di Barcellona ha detto: 

“Bombardare l'Iran nel bel mezzo dei negoziati, far morire di fame Cuba, commettere un genocidio contro i palestinesi, minacciare di invadere la Groenlandia.

Gli Stati Uniti e Israele rappresentano la più grande minaccia per l’umanità. Siamo tutti costretti a vivere nell'incubo che hanno creato.”


Di fatto, nelle ore in cui si cercava di raggiungere un’intesa per arrivare ad una svolta nei negoziati sul nucleare, gli Stati Uniti e Israele hanno invaso il Paese, assassinato l'ayatollah Khamenei e altri membri della leadership iraniana, bombardato una scuola, massacrando decine di bambine


L'Iran afferma che "il presidente Trump è caduto nella trappola israeliana" e che "Israele è diventato la sua priorità, al posto dell'America."


E mentre il Paese degli  ayatollah definisce gli attacchi una trappola, altri leader mondiali reagiscono: alcuni condannano gli attacchi e chiedono colloqui, altri avvertono che i combattimenti potrebbero avere gravi conseguenze. Qualunque cosa accada, è certo che a subirne le conseguenze peggiori saranno le persone comuni, i civili. 

Ma quando un governo straniero inizia a dire pubblicamente all'America che Israele domina, gestisce, controlla il suo Presidente, non si può ignorare la notizia. La geopolitica cambia.


Trump, intanto, prosegue imperterrito nella sua ostinata follia e scrive su Truth Social:


"Se non avessi rescisso l'orrendo accordo nucleare iraniano (JCPOA) di Obama, l'Iran avrebbe avuto un'arma nucleare tre anni fa. È stata la transazione più pericolosa che abbiamo mai concluso e, se fosse rimasta in piedi, il mondo sarebbe un posto completamente diverso adesso. Potete dare la colpa a Barack Hussein Obama e al sonnolento Joe Biden. GRAZIE PRESIDENTE TRUMP!"


Era certo che avrebbe dato la colpa a Obama e a Biden, così come è certo che questa appena scoppiata è una guerra contro Trump. 


Ma quante volte ha  intenzione di "cancellare l'Iran”? Perché 

questa è la seconda in pochi mesi. 


L'analisi della Defense intelligence agency (Dia), l'agenzia di intelligence del dipartimento della Difesa americana, già smentiva le affermazioni del Presidente sulla distruzione del programma nucleare iraniano. Gli attacchi americani del 21 giugno hanno ritardato ma non eliminato le capacità atomiche di Teheran. 

Quindi le dichiarazioni del Presidente secondo cui 

l'operazione "Martello di Mezzanotte" aveva "completamente e totalmente annientato" i siti nucleari iraniani erano false. Secondo l'intelligence, i bombardamenti contro Fordow, Natanz e Isfahan avevano danneggiato principalmente le infrastrutture di accesso e le strutture superficie ma le centrifughe e l’uranio arricchito sarebbero rimasti intatti. 


Trump ha stracciato l'accordo di Obama, 

La difficile intesa per il nucleare iraniano, firmata nel 2015 con grandi difficoltà grazie agli sforzi diplomatici di Iran, Unione Europea e il cosiddetto P5+1, ossia i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, con l’aggiunta della Germania, è stata rinnegata da Trump nel 2018.

Non gli andava bene, voleva ottenerne uno che portasse la sua firma.

Quando si è reso conto di non poter negoziare un nuovo accordo, ha deciso di bombardare l'Iran. Se questa guerra  non porterà a un cambio di regime, si torna al punto di partenza con vite iraniane e americane inutilmente sacrificate. 


Le politiche di Donald Trump, in particolare durante questo secondo mandato iniziato nel 2025, sono descritte da diversi osservatori come altamente distruttive, con impatti significativi su ambiente, economia globale e relazioni internazionali. 

La politica "America First" ha portato al ritiro degli USA da importanti accordi internazionali (come l'Accordo di Parigi sul clima e l'accordo nucleare iraniano) e a tensioni con alleati storici della NATO. 

Mosse interpretate da molti analisti come un indebolimento della cooperazione internazionale e 

dell'ordine globale basato su regole. 


AMBIENTE E CLIMA: 

Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi sul clima e ha deregolamentato molte norme ambientali interne per favorire l'industria dei combustibili fossili. Scienziati e ambientalisti sostengono che queste azioni accelerino il cambiamento climatico, con conseguenze potenzialmente catastrofiche a livello globale. 


ECONOMIA E COMMERCIO: Trump ha avviato guerre commerciali, imponendo dazi su beni importati da alleati e concorrenti, in particolare la Cina. Sebbene sostenute per proteggere la produzione interna, queste misure hanno causato instabilità nei mercati globali e interruzioni nelle catene di approvvigionamento.


STABILITÀ GEOPOLITICA: 

Dopo aver rivendicato il controllo del Venezuela e delle sue risorse petrolifere per un tempo indeterminato, e aver minacciato di attaccare la Colombia, si assiste alla messa in pratica della “dottrina Monroe”: il presidente degli Stati Uniti usa la forza per “riaffermare la potenza americana nell’emisfero occidentale” e rafforza la presenza statunitense nello sfruttamento delle risorse della regione latino-americana

Questa operazione non solo ridefinisce il concetto di sovranità nazionale, ma apre la porta a una nuova epoca in cui l’uso della forza non è più l’extrema ratio in risposta a una minaccia reale e imminente, ma uno strumento di pressione politica, economica e strategica.


L’ AGONIA DI CUBA

Trump ha intensificato drasticamente la pressione su Cuba, puntando al collasso del governo comunista attraverso una strategia di "massima pressione" economico-energetica. Le azioni intraprese sono state descritte da alcuni analisti come un tentativo di "strangolamento" economico con l'obiettivo di provocare un cambio di regime. Le misure hanno portato a una grave crisi umanitaria, con carenze di cibo, medicine e servizi essenziali. L’isola caraibica è in ginocchio, 

muore lentamente stretta nella morsa dell’insufficienza  alimentare. La "libreta" (il libretto delle razioni) non garantisce più la sussistenza. Da maggio 2024, la distribuzione di uova è quasi azzerata, mentre prodotti base come olio, riso e carne sono diventati rarissimi. Le code davanti ai negozi statali sono infinite e i prezzi al mercato nero sono inaccessibili per la maggior parte della popolazione.

Blackout e Carburante: l'isola è colpita da frequenti e prolungati blackout dovuti alla mancanza di combustibile per le centrali elettriche. Questo non influisce solo sull'elettricità domestica, ma blocca anche la catena del freddo per gli alimenti e l'approvvigionamento idrico.

Emergenza sanitaria: la carenza di farmaci (antibiotici, analgesici) e di materiale medico è tale che le famiglie spesso devono procurarsi da sole i medicinali sul mercato nero per i parenti ricoverati in  ospedale.

Emigrazione di massa: A causa della situazione insostenibile, tra il 2021 e il 2025, oltre un milione di cubani ha lasciato l'isola, provocando un massiccio spopolamento, in particolare tra i giovani.

sabato 28 febbraio 2026

IRAN. COME PROVOCARE UNA GUERRA SOSTENENDO DI PREVENIRLA.






La USS Gerald R. Ford non è ormeggiata vicino all'Iran. È ormeggiata al largo di Israele. 

Il gioiello della Marina statunitense, costato 13,3 miliardi di dollari, la più grande nave da guerra mai costruita, si è appena posizionata al largo di Haifa. Non nel Mar Arabico, dove la Lincoln è a 850 chilometri dalle coste iraniane, pronta ad affrontare operazioni offensive. Non nel Golfo, dove il raggio d'azione è ottimale. Ma al largo di Israele. Per difendere Israele.

Può portare fino a 75 aerei, e questa non è ridondanza, è pianificazione .


Due portaerei. Due missioni. Due funzioni strategiche completamente diverse. La Lincoln è la spada, posizionata per lanciare diverse tipologie di aerei, insieme, nello spazio aereo iraniano entro poche ore dall'ordine. La Ford è lo scudo, con i suoi sistemi di difesa missilistica Aegis che creano un ombrello sopra i centri abitati israeliani. 


L'America ha appena suddiviso il sistema delle portaerei in offensiva e difensiva simultaneamente. Non accadeva dai tempi del Pacifico nel 1945.


Ma il posizionamento rivela qualcosa di più profondo delle tattiche. Quando l'Iran reagisce, i suoi missili e droni volano verso Israele. Quindi, attraverseranno lo stesso spazio aereo in cui è attualmente di stanza un gruppo d'attacco di portaerei statunitensi. Ogni missile iraniano puntato su Tel Aviv o Haifa deve attraversare l'involucro difensivo del Ford. Sparare a Israele significa sparare contro, intorno e attraverso un gruppo di portaerei americane.


L'Iran non può reagire contro Israele senza impegnare risorse navali americane. La posizione della Ford rende ciò fisicamente impossibile. La portaerei non sta difendendo Israele per fare un favore. È posizionata in modo tale che qualsiasi risposta iraniana agli attacchi americani si trasformi automaticamente in un attacco alle forze americane, innescando la risposta militare statunitense senza alcuna decisione politica aggiuntiva.


Non si parcheggia una portaerei da 13,3 miliardi di dollari dove verrà colpita dal fuoco di risposta del nemico, a meno che non si voglia che sia colpita proprio dal fuoco di risposta del nemico.

La Ford non è lì per impedire l'escalation. La Ford è lì per garantire che, se l’inasprimento dovesse verificarsi, ciò avvenga a condizioni che rendano la moderazione americana politicamente impossibile e la partecipazione degli alleati politicamente inevitabile.


Le portaerei schierate in mare, sono la diretta conseguenza di una logica mentale: basta concentrarsi su una mappa e improvvisamente la “guerra”  assume significati che parlano di energia, elezioni, lobby. E sotto questi interessi, ogni volta vengono schiacciate le stesse persone: bambini, donne, civili comuni.

Ora che Trump ha attaccato,  la posizione  "vicino all’Iran” non era un  tentativo di costruire la deterrenza, ma un meccanismo politico. Washington ha parlato in due direzioni contemporaneamente: ha detto a Teheran, "sedetevi al tavolo delle trattative o pagate il prezzo"; a Tel Aviv, "il vostro scudo è mio". Questo doppio segnale è un linguaggio geostrategico progettato per gestire simultaneamente il tavolo delle trattative e la piazza.


Ma quando si scava sotto la geostrategia, emerge la geoeconomia. Il Mediterraneo orientale non è solo una linea di sicurezza; è un nodo di flussi energetici, rotte di navigazione, premi assicurativi, prezzi e panico. Ricordiamo il Venezuela: sanzioni ed energia non sono mai state "questioni marginali", ma strumenti di pressione. Visto in quest'ottica, lo scenario odierno può essere letto non solo come un messaggio all'Iran, ma come la visione di una più ampia contesa per risorse e corridoi. 


La politica interna è al centro dell'attenzione. Con l'avvicinarsi delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, "durezza", "lealtà verso gli alleati" e potere visibile vendono in patria. In Israele, il linguaggio della sicurezza è sempre stato un acceleratore elettorale. Le masse vengono allineate attraverso la "minaccia", i media vengono orientati attraverso la "crisi" e le lobby vengono alimentate attraverso la "prova di lealtà". Mentre le fantasie territoriali messianiche e i loro ecosistemi politici spingono l'arte di governare in una direzione, gli schermi sostituiscono la moralità con la strategia.


E la parte più terrificante di questo sistema è semplice: i civili diventano gradualmente "dettagli". Bambini morti, case distrutte, vite rovinate vengono relegati al fondo pagina di grandi progetti. Qui si consuma una delle più grandi tragedie del mondo: un essere umano ridotto a un numero all'interno di un'equazione imperiale.


Quindi la domanda è: il potere nella nostra epoca è diventato abbastanza abile da provocare la guerra pur sostenendo di prevenirla? La "deterrenza" è ormai un palcoscenico costruito per servire contemporaneamente elezioni, energia, lobbying e competizione globale?


In quest'ordine, la strategia è progettata per mettere a tacere la coscienza. E ogni coscienza messa a tacere viene pagata dai più indifesi


La cosa triste è il numero sconosciuto di vite (sia americane che iraniane) che questa guerra inutile porterà via.


Qualunque cosa sia, non promette nulla di buono per i regimi americano e israeliano (a prescindere dalle loro armi nucleari e simili).

sabato 14 febbraio 2026

VAROUFAKIS: “IN LODE, SOSTEGNO, CELEBRAZIONE DI FRANCESCA ALBANESE”



Yanis Varoufakis: una voce libera e indipendente in un mondo politico fatto di schiavi degli Stati Uniti e di Israele. Varoufakis, ex Ministro dell'Economia e delle Finanze greco, scrive una nota:

  

"In lode, sostegno e sì, celebrazione di Francesca Albanese.


Mentre Francesca si prepara a presentare all'ONU il suo ottavo rapporto sul trattamento dei palestinesi nei Territori Occupati, la sua demonizzazione segue uno schema familiare:

Alcune false ONG diffondono bugie su di lei, poi viene orchestrata l'indignazione e, infine, vengono lanciate richieste di dimissioni da Relatrice speciale delle Nazioni Unite da parte dei governi di Germania, Francia, Repubblica Ceca; da parte di politici che per anni hanno fatto del loro meglio per armare e fornire copertura diplomatica al governo genocida di Israele.

Perché? Per una semplice ragione: affinché tu ed io, noi, non parliamo dei fatti orribili che Francesca sta esponendo con così brillante chiarezza e precisione giuridica: il genocidio dei palestinesi, le motivazioni economiche di un mondo aziendale che trae profitto dall'occupazione, dalla tortura dei prigionieri palestinesi di Israele, dalle infinite violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. 

Oggi, i detrattori di Francesca Albanese - coloro che cercano di proteggere Israele dalle sue critiche ben documentate, fattuali e legittime facendola licenziare o costringendola alle dimissioni dal suo incarico di Relatrice speciale delle Nazioni Unite - non capiscono una cosa: 


Francesca non si fermerà MAI! Continuerà a denunciare i crimini di Israele, indipendentemente dal fatto che sia o meno relatrice speciale delle Nazioni Unite. Il mio messaggio per loro è semplice: Francesca Albanese potrebbe avere ancora più successo nel far luce sul genocidio di Israele se la si privasse del suo ruolo alle Nazioni Unite. Attenzione a ciò che desideri!”






Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha affermato che le  prospettive di Albanese su Gaza e sui palestinesi non riflettono quelle del governo italiano. Da quando un relatore delle Nazioni Unite deve rappresentare  le prospettive di uno Stato? 


Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, all'inizio di questa settimana, ha chiesto le dimissioni di Albanese sulla base di una versione errata del suo discorso a Doha del 7 febbraio.

Ma lo sforzo organizzato per metterla a tacere, torvo e artificioso, non ha fatto altro che aumentare il consenso nei suoi confronti.

Le sanzioni a cui l'hanno sottoposta per isolarla economicamente privandola dei diritti finanziari fondamentali, sono tipicamente riservate ai peggiori terroristi. 


Francesca Albanese non può aprire un conto corrente: effetto delle sanzioni statunitensi. Non può farlo nemmeno in Italia, perché le decisioni di Washington hanno effetto sull'intero sistema finanziario globale. 


La risposta al suo operato

è così sproporzionata così indiscriminata e crudele, che molti si dicono persino “ammirati” dalla sua resilienza e dalla sua “chiarezza morale”.

Ciò che inquieta i suoi critici è la documentazione. Albanese non opera per slogan, ma per note a piè di pagina, quadri normativi e modelli documentati. Questo è difficile da ignorare. 

Il ciclo è prevedibile: delegittimarla per evitare il confronto. Quando sono gli stessi governi fornitori di armi ad Israele a chiederne le dimissioni, inevitabilmente sorgono interrogativi sul movente. L’'intensità della reazione negativa ha un impatto, i tentativi di mettere a tacere spesso amplificano. Storicamente, privare qualcuno di un titolo ufficiale può liberarne la voce. 




Gabrielle Cathala, deputata deputata della France Insoumise e membro della Commissione Affari Legali ha dichiarato:

“A seguito delle dichiarazioni calunniose e delle pubblicazioni mendaci diffuse, tra gli altri, dalla signora Caroline Yadan nei confronti della signora Francesca Albanese, denuncio la procura della Repubblica di Parigi sulla base dell'articolo 40 del codice di procedura penale per diffusione di falsificazioni e diffusione di notizie false. Manipolare consapevolmente la verità per danneggiare una relatrice delle Nazioni Unite è un fatto grave che giustifica l'azione penale”.


domenica 1 febbraio 2026

CHICAGO CONTRO ICE: NON SAREMO VITTIME DEL BULLISMO

 




Migliaia di persone hanno  marciato ieri nel centro di Chicago per protestare contro l'ICE.


"Siamo neri, marroni, bianchi, asiatici, insieme, difendiamo la nostra umanità."


Questa è l’immagine dell’America che il mondo civile e democratico preferisce. Solidarietà, coraggio, giustizia. 


La gente non marcia durante una tempesta di neve se non ha una causa giusta da difendere. Lo fa adesso perché pensa che rimanendo in silenzio a fronte della barbarie che di consuma sulle strade potrebbe far sembrare complice chi resta a casa. 




Quel coro: "Neri, Marroni, Bianchi, Asiatici, insieme difendiamo la nostra umanità", è una risposta diretta all'intero progetto di dividere le persone in vittime, bersagli o spettatori.


L'amministrazione Trump, seguita dai suoi  sostenitori, definisce questo un popolo di "agitatori pagati”, amanti dell’illegalità e  continua  a fare le stesse cose che hanno creato l'indignazione fin dall'inizio. Le incursioni, i pestaggi, le uccisioni in strada che terrorizzano intere comunità. Le politiche, che trattano il giusto processo come un ostacolo. Atteggiamenti e messa in atto della di forza senza spiegazioni.


I manifestanti americani si organizzano, chiedono supervisione, regole chiare, responsabilità e un’applicazione umana che non basi sulla paura lo stile di gestione.

Quando tante persone sono disposte a rischiare l’ipotermia per proteggere anche gli immigrati illegali a loro sconosciuti, il Paese non è distrutto, ha ancora speranze da realizzare. Intanto, rifiuta di essere vittima di bullismo. 

mercoledì 28 gennaio 2026

SULLE STRADE USA IN MIGLIAIA CONTRO LA CRUDELTÀ



L'infermiere Alex Pretti, ucciso giorni fa da un agente dell'ICE durante una manifestazione in Minnesota, aiutava i veterani disabili a rimettersi in piedi, insegnava loro a camminare sugli arti d’acciaio, quando carne ed ossa s’erano smembrate in guerra. 


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La sua morte, dopo quella della 37enne Renee Good, ha scatenato una rivolta civile che, partita del Minnesota, teatro delle repressioni più violente, si sta estendendo in altri Stati. 

Se i tribunali si riempiono di folla, non è più "caos", è un avvertimento.

Dal Minnesota alla Florida, fino a New York, Georgia, South Carolina, Michigan, Montana: città diverse, stesso messaggio.

Perché quando le leggi perdono legittimità, 

la gente si riprende le strade e il silenzio non è più un'opzione; puoi ostacolare per un po’ la giustizia, puoi sopprimere le voci, ma non puoi fermare la realtà. 

La storia lo dimostra chiaramente: riforma il sistema o il sistema crolla.


Sono tanti gli americani che in questi giorni stanno esercitando i propri diritti garantiti dal Primo Emendamento. 


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Ecco come si manifesta la democrazia in azione. Migliaia e migliaia di persone in difesa della compassione contro la crudeltà. Mai sottovalutare il potere delle folle che chiedono pacificamente il cambiamento.


Quando anche i cittadini che ammettono : "Ho votato per Trump" iniziano ad urlare contro l’ICE e urlano al sistema: "smettetela di difenderli", non si tratta più di un cambiamento d’ atmosfera, ma di un allarme.

Non discutono più di politica. Reagiscono al rumore dei proiettili e all'odore dell'impunità.


Quanti cadaveri vedremo ancora prima che si smetta di chiamarlo "legge e ordine"?


Trump aveva promesso  agli elettori tutto quello che voleva fare, ma qualcuno ha pensato che scherzasse.

Ha detto che avrebbe costruito campi di concentramento, ha detto che non voleva poveri in America  perché gravavano  sul bilancio, ha detto che avrebbe deportato  milioni di migranti. Aveva avvertito, insomma, che cosa avrebbe significato la sua elezione. 

Eppure, eccolo ancora lì, ancora e di nuovo alla guida della più grande potenza mondiale che si sgretola sotto i colpi della violenza, sull’orlo di una guerra civile.