venerdì 15 maggio 2026

KIEV IN LUTTO DOPO ATTACCO RUSSO: 24 MORTI TRA CUI 3 BAMBINI

 


Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2026 la Russia ha lanciato uno dei più massicci attacchi aerei dall’inizio dell’invasione: oltre 1.567 droni e decine di missili in due giorni, di cui più di 670 droni e 56 missili nella sola notte principale.

Kyiv è stata il bersaglio principale. Il bilancio nella capitale è salito a 24 morti, tra cui 3 bambini, con decine di feriti e operazioni di soccorso ancora in corso sotto le macerie di un palazzo residenziale nel distretto di Darnytskyi. Il sindaco Vitali Klitschko ha dichiarato il 15 maggio giorno di lutto cittadino: bandiere a mezz’asta, divieto di eventi di intrattenimento.

Zelensky ha commentato duramente: «Queste non sono certo le azioni di chi pensa che la guerra stia finendo». Ha sottolineato che un missile Kh-101 di recente produzione ha colpito un edificio civile e ha aggiunto che «il mondo non deve rimanere in silenzio» di fronte alla violenza sui civili ucraini.

Gli attacchi hanno colpito anche Odesa (inclusa l’area di Tatarbunary e Prymorske con missili anti-radar Kh-31P), Kherson e Kharkiv. A Kherson un veicolo dell’ONU impegnato in una missione umanitaria è stato attaccato da droni, per fortuna senza vittime tra il personale.

Il timing è particolarmente significativo: l’attacco arriva mentre circolano voci di possibili colloqui di pace, rafforzando l’impressione che Mosca stia usando la forza sul campo per migliorare la propria posizione negoziale.



Focus sulle implicazioni per i negoziati di pace. 



L’attacco arriva in un momento delicatissimo. Pochi giorni prima (9-11 maggio) era in vigore una breve tregua mediata a livello internazionale (con coinvolgimento USA), coincisa con la parata della Vittoria russa e accompagnata da speranze di scambio di prigionieri e di un possibile disgelo. La tregua è stata fragile e non ha portato a progressi concreti sul fronte dei negoziati.

Questo massiccio bombardamento, il più pesante degli ultimi tempi proprio sulla capitale, viene interpretato da Kyiv e da molti osservatori come una mossa di leva negoziale da parte di Mosca: colpire duramente per rafforzare la propria posizione al tavolo, dimostrare che la Russia mantiene l’iniziativa militare per scoraggiare eventuali concessioni ucraine o occidentali. È un classico schema già visto in passato: escalation sul campo mentre si parla di diplomazia.


Le conseguenze immediate sui negoziati sono negative:

•  Erosione della fiducia: Kiev vede confermati i propri dubbi sulla sincerità russa. Zelensky e il suo entourage sottolineano che attacchi di questa portata non sono compatibili con una reale volontà di pace.

•  Indurimento delle posizioni ucraine: L’ordine di preparare risposte (anche asimmetriche e a lungo raggio) rischia di alzare ulteriormente il livello dello scontro, rendendo più difficile una de-escalation

•  Pressione sugli attori esterni: Gli Stati Uniti (sotto l’amministrazione Trump) e l’Europa si trovano di fronte a un test. Se la risposta sarà debole, Mosca potrebbe sentirsi incoraggiata a continuare con la tattica “bombardamenti + negoziati”. Se sarà forte (sanzioni aggiuntive, più armi), i colloqui potrebbero congelarsi ulteriormente

•  Tempistica: L’attacco arriva mentre circolavano voci di nuovi round di trattative. Questo rende più complicato qualsiasi compromesso su temi chiave (territori, neutralità, garanzie di sicurezza), perché rafforza nell’opinione pubblica ucraina la percezione che la pace negoziata sia possibile solo da una posizione di forza militare.

In sintesi, l’attacco non solo causa dolore e distruzione, ma complica pesantemente il sentiero diplomatico già stretto e accidentato. Mosca guadagna forse leva tattica nel breve termine, ma rischia di allontanare ulteriormente una soluzione negoziata sostenibile, alimentando un ciclo di violenza che rende ogni tregua più fragile.

martedì 28 aprile 2026

IRAN COLPISCE 11 BASI USA-TRUMP NASCONDE 5 MILIARDI DI DANNI. BLACKOUT SATELLITARE DI PLANET LABS.

 



L’amministrazione Trump non vuole che gli americani vedano i veri danni che la guerra con l’Iran ha provocato sulle basi militari statunitensi in Medio Oriente.

Secondo un rapporto di NBC News, confermato dall’American Enterprise Institute, l’Iran ha colpito più di 100 obiettivi in 11 basi americane distribuite tra Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Giordania. Il danno strutturale è stimato in modo prudenziale in 5 miliardi di dollari. Una cifra che però non include sistemi radar, armamenti, aerei e apparecchiature rese inservibili, il cui costo reale farebbe salire ulteriormente il conto.

La risposta della Casa Bianca è stata chiedere alle società satellitari di smettere di mostrare le immagini. Planet Labs, la principale compagnia privata che documentava la guerra dall’orbita, ha inviato il 4 aprile una comunicazione ai clienti confermando la richiesta governativa. Quello che era iniziato come un ritardo di 96 ore nelle immagini è diventato un blocco di 14 giorni, trasformandosi infine in un blackout indefinito con effetto retroattivo al 9 marzo.



Prima di questo oscuramento, le foto satellitari mostravano danni evidenti: la distruzione di una grande cupola di comunicazione nella base aerea di Al Udeid in Qatar, due radome danneggiate presso la base della Quinta Flotta a Bahrain, radar THAAD colpiti in Giordania e negli Emirati, oltre a numerose attrezzature di comunicazione messe fuori uso.

Fonti militari parlano anche della perdita di un aereo da sorveglianza E-3 Sentry in Arabia Saudita, di diversi droni MQ-9 Reaper, due petroliere MC-130, elicotteri e almeno un caccia. Un episodio particolarmente significativo è stato l’attacco di un caccia F-5 iraniano su Camp Buehring in Kuwait, la prima volta dopo anni che un aereo nemico ad ala fissa colpiva una base americana.

Il contrasto con le dichiarazioni pubbliche è netto. A marzo il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva detto ai giornalisti che i missili iraniani «non sarebbero arrivati ai loro obiettivi» e che «non c’è quasi nulla che possano fare militarmente». I fatti hanno smentito quella versione.

Oggi anche alcuni legislatori repubblicani si lamentano di non ricevere informazioni chiare. «Nessuno sa niente», ha detto un assistente del Congresso alla NBC, «e non è per mancanza di domande».

A questo si aggiunge l’inchiesta pubblicata la scorsa settimana da The Intercept, secondo cui il Pentagono starebbe sottostimato sistematicamente le vittime americane: 15 militari feriti sarebbero stati silenziosamente rimossi dal conteggio ufficiale, un ufficiale morto in Kuwait non risulta nell’elenco delle vittime, e alcuni marinai feriti nell’incendio sulla USS Gerald R. Ford sono stati del tutto esclusi dalle statistiche.

Cinque miliardi di dollari di danni, 11 basi colpite, decine di mezzi distrutti e un numero di vittime ancora incerto. La risposta dell’amministrazione non è stata quella della trasparenza, ma quella di chiedere alle compagnie satellitari di guardare dall’altra parte.

TRUMP, CHARLIE KIRK E LA LEZIONE AMARA DEL KARMA

 



Testo potente e sferzante, Tommaso. Merlo non gira intorno: mescola satira al vetriolo, teoria del complotto e invettiva morale in un unico affondo contro Trump, il sistema e la lobby delle armi.

Il parallelismo tra l’attentato a Trump (che liquida come pagliacciata) e l’omicidio di Charlie Kirk è il colpo più duro del pezzo.  La parte sul karma e sul “mostro egoarchico” è  letteraria; il finale sull’Iran come possibile ancora di salvezza per Trump è discutibile: oggi la guerra con Teheran sta affondando i suoi sondaggi, non salvandoli.



L’attentato a Trump, il karma e l’Iran


“Pare fosse una pagliacciata l’attentato a Trump prima delle elezioni. Quello con tanto di scena madre col ketchup che gli scendeva dall’orecchio e il pugno alzato verso il cielo. 

Perfino la stampa nemica lodò il coraggio di Trump che dopo qualche settimana ritornò alla Casa Bianca a far danni. Sembrano secoli ma sono passati mesi. 

Gli unici attentatori che non fanno mai cilecca sono quelli nelle scuole e quelli contro i nemici dei sionisti. Tipo JFK o più di recente Charlie Kirk tra gli artefici principali della vittoria di Trump che si era messo in testa di voltare le spalle alla lobby sionista dopo Gaza, contrastare la guerra contro l’Iran e continuare a respirare. 



Scene da fine impero coi cosiddetti complottisti che in realtà sono gli unici veri giornalisti in circolazione e pezzi deviati e soprattutto marci del sistema che insabbiano all’impazzata tutto ciò che stona con la pandemia conformista. 

Han fatto fuori anche l’onestà intellettuale ma del resto in America girano armati anche i piccioni perché la lobby delle armi si è comprata anche gli usceri del Congresso. 

Presto anche le mitragliatrici si potranno comprare su Amazon in modo da ridurre le liti di vicinato e le gite scolastiche si faranno al poligono di tiro fin dall’asilo nido. 

Poi dicono che lavare il cervello alle masse non serve, basta convincerle che avere una pistola significa esseri liberi e il far west sopravvive per secoli. 

E dicono pure che siamo in democrazia e conta la sovranità popolare quando le leggi le scrivono direttamente le lobby. Quanto agli spari alla cena di gala, secondo le malelingue complottiste si tratta di una messa in scena per risollevare sondaggi precipitati a livelli tragici. 

Trump sta sulle palle anche ai bisonti dello Yellowstone e alle nutrie, non ne possono più neanche loro di quel pagliaccio rincoglionito e alle elezioni intermedie faranno campagna per i democratici. Tappandosi il naso in attesa che tramonti la truffa del bipartitismo e nasca una vera opposizione dal basso. 

Oh yes, il letame equino ha indici di gradimento molto superiori a quelli di Donald Trump e gli analisti prevedono uno tsunami a novembre, con Trump che rischia di trascorrere gli ultimi due anni di mandato rinchiuso negli scantinati della Casa Bianca per paura di venire arrestato. 

Mangiando cibo spazzatura consegnato a domicilio e postando deliranti fregnacce sui social fino a notte fonda mentre fuori grandinano impeachment ed incriminazioni e malaparole di un paese imbestialito perché ridotto in macerie culturali prima che politiche. 

Con la scena finale del film spazzatura già scritta, Trump portato in manette e pigiamino arancione in isolamento tra una folla festante. 

Rinchiuso a vita in una mini cella dotata di mega specchio in cui trascorrere gli ultimi anni perseguitato da scheletri e fantasmi e sensi di colpa e rimorsi. 

Obbligato a fare i conti con se stesso dopo una vita intera che fugge illudendosi di essere chissà chi quando non è altro che uno meschino palazzinaro vittima di un narcisismo patologico degenerato in demenza senile galoppante, un burattino delle lobby di turno vittima di un ego talmente tossico da avergli fatto perdere ogni contatto con la sua essenza di essere umano oltre che con la realtà. 

La classica persona distrutta dal personaggio che recita sui palchi della vita inseguendo futili miraggi materiali e lasciandosi alle spalle una scia infinita di menzogne, superficialità, malefatte, dolore. Un caotico nulla. Con Melania che gli porterà le arance in galera per dimostrare di essere una brava mogliettina e di non provenire affatto dalla scuderia di Epstein. 

Accanto a lei i figli in doppiopetto con avanzi di polverina bianca sul naso e psicofarmaci in tasca che piagnucoleranno perché il marchio Trump è affondato irrimediabilmente nella cloaca massima e gli conviene rimuovere quel cognome da ogni palazzo oltre che dalla loro carta d’identità. Film spazzatura per i miscredenti, sforzo esemplare dell’Universo per tutti gli altri. 

Lezione epocale sulla legge del Karma e su quanto sia essenziale amare davvero i propri figli per evitare di infestare il mondo di mostri egoarchici. 

Ma il sistema e’ marcio oltre che deviato e da qui alle elezioni di medio temine vi sono mesi e non secoli e Trump potrebbe usare la guerra in Iran per tentare un colpo di coda. 

Se in America anche i piccioni sono armati fino ai denti, è perché anche loro vengono allevati a pane e guerra. 

Certo, quella con l’Iran è la più impopolare dai tempi di Buffalo Bill perché combattuta per conto della piovra sionista, ma i conflitti in genere uniscono attorno alla bandiera. 

Quello che spera Trump a cui serve disperatamente una vittoria anche fasulla da spacciare al mercato elettorale. 

Per il momento sta negoziando con la sua infermità mentale ed inviando aerei e navi verso l’Asia occidentale e le dimissioni di generali e spioni altolocati fanno temere per una nuova ondata di bombe. 

Se Teheran dovesse cadere Trump potrebbe restare a piede libero ancora per un po’, se invece l’Iran dovesse resistere o addirittura prevalere, allora sarà la fine per il presidente peggiore della storia e per l’impero americano”


 Tommaso Merlo

domenica 26 aprile 2026

ISRAELE COLPISCE IL SUD DEL LIBANO NONOSTANTE LA TREGUA. NETANYAHU ACCUSA HEZBOLLAH, L’ONU LANCIA L’ALLARME.

 


Mentre il cessate il fuoco tra Israele e Libano  dovrebbe portare ad una tregua, gli attacchi israeliani nel sud del Libano continuano. Il premier Netanyahu ha ordinato “colpi pesanti” contro Hezbollah, accusandolo di violare l’accordo con lanci di razzi. Da parte libanese si contano morti e feriti, e la fragile tregua appare sempre più a rischio. Mediato dagli Stati Uniti, 

il cessate il fuoco tra Israele e Libano è entrato in vigore il 16 aprile 2026,  con una valenza di dieci giorni e dopo un incontro diretto tra i due Paesi,  il primo in 34 anni. Venerdì scorso il presidente Donald Trump ha annunciato la proroga di altre tre settimane, ma la tregua si sta sgretolando ora dopo ora.

Sabato, 25 aprile, l’esercito israeliano ha condotto raid aerei e terrestri nel sud del Libano, colpendo lanciatori di razzi carichi, postazioni della forza Radwan e militanti Hezbollah. Secondo l’agenzia di stampa libanese almeno quattro civili sono morti e altri due feriti. Fonti libanesi parlano di sei morti in totale nelle ultime 48 ore.

Netanyahu è stato lapidario: “Hezbollah sta cercando di sabotare l’accordo di cessate il fuoco e noi rispondiamo con forza”. L’ufficio del premier ha confermato che l’IDF ha ricevuto l’ordine di attaccare “vigorosamente” ogni obiettivo Hezbollah. Dal canto suo, Hezbollah sostiene che la tregua “non ha senso” finché Israele continua gli attacchi e le demolizioni.

Sul terreno la situazione è drammatica. 



Immagini satellitari mostrano interi villaggi rasi al suolo da bulldozer israeliani, con centinaia di case distrutte. L’esercito occupa ancora una fascia di territorio nel sud e ha emesso nuovi ordini di evacuazione. L’ONU ha già avvertito che sia gli attacchi israeliani sia i lanci di razzi Hezbollah potrebbero violare il diritto internazionale.



CRONOLOGIA RAPIDA


•  16 aprile: tregua di 10 giorni entra in vigore

•  24 aprile: Trump annuncia proroga di tre settimane

•  25 aprile: nuovi raid israeliani, almeno 4 morti


REAZIONI INTERNAZIONALI


•  ONU: Il segretario generale e gli esperti indipendenti hanno espresso forte preoccupazione. Hanno ricordato che oltre 2.400 persone sono morte in Libano dall’inizio del conflitto e hanno invitato entrambe le parti a rispettare immediatamente la tregua. Gli esperti ONU hanno definito gli attacchi “un’aggressione illegale”.


•  Stati Uniti: Il presidente Trump, che ha mediato l’accordo, ha chiesto a tutti di “comportarsi bene” per dare tempo ai negoziati. Il suo obiettivo dichiarato è arrivare a un incontro diretto tra Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun nelle prossime settimane.


•  Unione Europea: Ha invitato Israele a cessare le operazioni nel sud e ha definito la distruzione di infrastrutture civili “inaccettabile”.


•  Hezbollah: Ha dichiarato che la tregua “è priva di significato” finché Israele continua gli attacchi e le demolizioni di villaggi. E ha rivendicato il diritto di rispondere.


•Italia: Il governo italiano ha espresso forte preoccupazione per gli attacchi. In passato il ministro Tajani ha definito “inaccettabili” gli attacchi contro la popolazione civile e ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiarimenti. Meloni ha sempre sostenuto il rafforzamento dello Stato libanese e il monopolio statale sulle armi.


• Russia: Mosca ha inviato oltre 27 tonnellate di aiuti umanitari a Beirut, con generatori, beni di prima necessità e materiali per gli sfollati, segno di sostegno concreto alla popolazione libanese colpita.


• Iran: Teheran ha minacciato ritorsioni, affermando che se l’aggressione contro il Libano non cesserà immediatamente, le Guardie rivoluzionarie adempiranno al loro dovere e reagiranno.


Sul terreno, l’esercito israeliano mantiene l’occupazione di una fascia di territorio, prosegue con le demolizioni di case usando bulldozer che radono al suolo case e interi villaggi, emette nuovi ordini di evacuazione. Il bilancio del conflitto, dal 2 marzo, supera i 2.400 morti in Libano.

KAROLINE: ”STASERA VERRANNO SPARATI DEI COLPI”. 9 MINUTI DOPO LA SPARATORIA ALLA CENA.

 



Sabato 25 aprile 2026, pochi minuti prima dell’inizio della White House Correspondents’ Dinner al Washington Hilton, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, 28 anni, ha rilasciato un’intervista a Fox News sul red carpet.

Dicendo testualmente: «This speech tonight will be classic Donald J. Trump. It’ll be funny, it’ll be entertaining. There will be some shots fired tonight in the room.» («Il discorso di stasera sarà un classico di Donald J. Trump. Sarà divertente, sarà piacevole. Stasera nella stanza verranno sparati alcuni colpi.»)

L’espressione “shots fired” era ovviamente un modo di dire per indicare battute taglienti. Pochi minuti dopo, però, un uomo di 31 anni ha attaccato un posto di blocco della Secret Service nella lobby dell’hotel e ha realmente sparato.

L’attentatore è Cole Tomas Allen, 31 anni, di Torrance in California. Laureato al Caltech in ingegneria meccanica nel 2017, ha un master in computer science, ha fatto uno stage di ricerca alla NASA-JPL, è stato insegnante part-time (anche “Teacher of the Month” nel 2024), tutor e sviluppatore amatoriale di videogiochi. Fedina penale pulita, aveva donato 25 dollari a Kamala Harris nel 2024. Era ospite dell’albergo.

Armato di fucile a pompa, pistola e diversi coltelli, ha aperto il fuoco colpendo il giubbotto antiproiettile di un agente della Secret Service, che non ha riportato ferite gravi. Allen è stato subito bloccato, disarmato e arrestato prima di riuscire a entrare nella sala.



All’interno del salone, dove si trovavano il presidente Trump, Melania, il vicepresidente Vance e centinaia di giornalisti, è scoppiato il panico. La Secret Service ha evacuato rapidamente tutti dal palco. Il Presidente ha dichiarato di aver inizialmente pensato che il rumore fosse quello di un vassoio caduto. L’evento è stato interrotto e Trump ha disposto che sarà riprogrammato entro un mese.


LE REAZIONE DEL WEB 


Il video dell’intervista di Leavitt è diventato virale con milioni di visualizzazioni. La battuta, in pochi minuti, centro di uno tsunami di ironia, scetticismo e prese in giro sui social di tutto il mondo


Su X, Instagram, TikTok, Reddit si sono moltiplicati commenti sarcastici:

•  «Non è invecchiata bene»

•  «Per una volta ha detto la verità»

•  «Era tutta una messa in scena!»

•  «Venite stasera, abbiamo in programma degli spari reali»

Moltissimi meme girano con la scritta “Lo sapeva” o “Ce l’ha detto prima”. La coincidenza ha alimentato teorie del complotto da entrambe le parti, democratici e repubblicani, anche se finora le indagini indicano che Allen avrebbe agito da solo.


mercoledì 22 aprile 2026

VETERANI AMMANETTATI AL CAMPIDOGLIO : JOHNSON RIFIUTA DI ASCOLTARE CHI HA GIÀ COMBATTUTO LE SUE GUERRE.

 



Lunedì a mezzogiorno, nella Rotonda del Cannon House Office Building, un gruppo di veterani ha formato un picchetto silenzioso. In mano stringevano tulipani rossi, simbolo dei civili iraniani uccisi dai bombardamenti statunitensi. Hanno svolto una cerimonia di piegatura della bandiera, come si fa per i caduti. Poi hanno chiesto di essere ricevuti dal terzo uomo nella linea di successione alla presidenza.

Non sono attivisti di professione. Sono uomini e donne che hanno combattuto davvero in Iraq e Afghanistan. Appartengono a organizzazioni come Veterans for Peace, About Face, Common Defense, Military Families Speak Out, Center on Conscience and War e 50501 Veterans.

Tra loro c’era Mike Prysner, veterano dell’invasione dell’Iraq e oggi direttore esecutivo del Center on Conscience and War. Le sue parole, pronunciate poco prima dell’arresto, pesano come poche altre pronunciate in questi ultimi anni:

«La guerra in cui fui mandato ha ucciso migliaia di americani e un milione di iracheni. Da vent’anni mi chiedo come sarebbe stato rifiutare di partire. I militari in servizio attivo hanno oggi quella possibilità. L’obiezione di coscienza è un loro diritto legale.»

Più di cento soldati hanno già presentato domanda d’ obiezione per non essere schierati in Iran. I veterani erano andati a Washington proprio per dire loro che quel diritto esiste e che qualcuno è pronto ad aiutarli a farlo valere.


Il presidente Trump, dopo aver escluso proroghe, 

ha poi esteso il cessate il fuoco a tempo indeterminato, ma la situazione resta fragile e i negoziati proseguono con incertezza.


Ora, il presidente della Camera non ha voluto guardare negli occhi chi ha già pagato il prezzo delle guerre precedenti.

Sessantasei persone — tra veterani, anche disabili, e familiari — sono state arrestate per “affollamento e intralcio” in un edificio pubblico. Erano entrati regolarmente, dopo i controlli, e hanno semplicemente rifiutato di andarsene senza essere ascoltati.

Ma hanno pagato con le manette il diritto di ricordare a chi decide che il loro sacrificio di ieri non autorizza il silenzio di oggi.