giovedì 4 giugno 2026

CAMERA USA BOCCIA TRUMP SULLA GUERRA IN IRAN: PRIME CREPE TRA I REPUBBLICANI.

 



Mercoledì 3 giugno la Camera dei Rappresentanti ha inflitto a Donald Trump una rara sconfitta parlamentare. Con 215 voti favorevoli e 208 contrari, è passata una risoluzione che invoca il War Powers Resolution del 1973 e impone al presidente di terminare l’uso della forza contro l’Iran a meno di una esplicita autorizzazione del Congresso.

Il voto è bipartisan: tutti i Democratici hanno sostenuto il provvedimento, ma a rendere possibile il risultato sono state le defezioni di quattro deputati repubblicani: Thomas Massie (Kentucky), Brian Fitzpatrick (Pennsylvania), Tom Barrett (Michigan) e Warren Davidson (Ohio).

Dal punto di vista pratico l’impatto è quasi nullo. La risoluzione deve ora passare al Senato, dove è probabile che venga approvata, ma Trump porrà sicuramente il veto. Superare il veto presidenziale richiede i due terzi in entrambe le Camere, maggioranza che al momento non esiste. Inoltre, il carattere vincolante di queste risoluzioni è da decenni oggetto di disputa costituzionale: gli esecutivi, di entrambi i partiti, le considerano spesso non obbligatorie.

Il significato politico è però rilevante. Si tratta del primo voto della Camera che riesce a passare su questo tema, dopo diversi tentativi falliti o rinviati dalla leadership repubblicana. Segnala stanchezza crescente per una guerra iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti Usa-Israele, ormai al quarto mese, costata agli Stati Uniti decine di miliardi di dollari, con ripercussioni economiche visibili (prezzi del carburante in rialzo) e un’opinione pubblica americana sempre più scettica.



Cosa può fare Trump adesso? 


Praticamente tutto quello che vuole sul piano militare, almeno nel breve termine. Può ignorare la risoluzione, considerandola non vincolante, continuare le operazioni difensive o offensive che ritiene necessarie e portare avanti la trattativa con Teheran da una posizione di forza. Il vero vincolo per lui non è giuridico, ma politico: ogni settimana di guerra in più erode il consenso nel suo stesso partito e complica la campagna per le midterm di novembre. I quattro repubblicani che hanno votato contro di lui non sono un caso isolato: rappresentano una miscela di isolazionismo libertario e preoccupazione per i distretti elettorali sensibili ai costi della guerra.

In sintesi, Trump mantiene il pieno controllo operativo, ma ha ricevuto un segnale chiaro dal Congresso: una parte crescente del Paese e persino del suo partito non è più disposta a concedergli un assegno in bianco per questo conflitto.

giovedì 21 maggio 2026

“BENVENUTI ALL’INFERNO”: BEN-GVIR UMILIA GLI ATTIVISTI DELLA FLOTTILLA E SCATENA BUFERA INTERNAZIONALE

 



18 maggio 2026 — Le forze israeliane intercettano in acque internazionali, a circa 250 miglia nautiche dalle coste di Gaza, tutte le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla (o Freedom Flotilla), una missione umanitaria composta da decine di navi civili con oltre 400 attivisti provenienti da decine di paesi.

L’obiettivo dichiarato della flottiglia era consegnare medicinali e aiuti a Gaza, dove Medici Senza Frontiere denuncia da mesi una privazione sistematica di cibo e acqua.

Gli attivisti — tra cui molti cittadini italiani — vengono prelevati, portati in Israele e detenuti. I video che emergono mostrano uomini e donne legati con fascette di plastica, costretti in ginocchio ad ascoltare l’inno nazionale israeliano.


20 maggio 2026 — Il ministro Itamar Ben-Gvir, esponente di estrema destra, pubblica personalmente un video in cui si presenta tra i detenuti. Si rivolge in particolare a un’attivista donna, la strattona e le dice: «Benvenuti all’inferno. Il campo estivo è finito». Le immagini fanno rapidamente il giro del mondo.



La reazione non si fa attendere. Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, attacca duramente il collega di governo: «Hai volontariamente causato danno al nostro Stato in questa vergognosa messinscena - e non è la prima volta. Hai vanificato sforzi tremendi compiuti da soldati dell’IDF, personale del Ministero degli Esteri e molti altri. No, tu non sei il volto di Israele».

Anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni interviene con parole durissime: «Le immagini del ministro israeliano Ben Gvir sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. Il Governo italiano sta compiendo tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei nostri cittadini e pretende le scuse per il trattamento riservato e per il disprezzo dimostrato verso le richieste italiane». Roma convoca immediatamente l’ambasciatore israeliano.

La domanda scomoda che aleggia ora in molti ambienti internazionali è la stessa che molti attivisti hanno lanciato: se questo è il trattamento riservato a cittadini stranieri, europei e nordamericani, davanti alle telecamere e sotto gli occhi del mondo, cosa accade ai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, lontano da ogni sguardo?




Dall’epoca del movimento per i diritti civili americani e della lotta contro l’apartheid sudafricana, pochi gesti di disobbedienza civile avevano avuto un impatto comunicativo così potente. Uomini e donne occidentali hanno letteralmente offerto i loro corpi per documentare quella che definiscono «la brutalità di un regime che agisce con impunità».

Da Gaza arrivano messaggi chiari: «Intercettare una nave pacifica nel Mediterraneo è pirateria, non autodifesa. Noi vi stiamo guardando. Non abbandonateci».Per ora gli attivisti vengono rilasciati gradualmente, ma l’episodio ha già incrinato il silenzio complice di molti governi occidentali. Il mondo ha visto. Resta da capire se avrà il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.





21 maggio 2026 — Dopo l’ondata di indignazione internazionale, il governo israeliano inizia a rilasciare gradualmente gli attivisti detenuti. Ma le testimonianze che emergono sono pesanti: detenzione arbitraria, perquisizioni umilianti, mancanza di contatto con i consolati, e in diversi casi trattamenti definiti “disumani e degradanti” da avvocati e osservatori.

Molti attivisti denunciano di essere stati tenuti per ore legati con fascette di plastica talmente strette da tagliare la pelle, senza cibo né acqua, e obbligati ad ascoltare ripetutamente l’inno israeliano come forma di umiliazione psicologica


Commentatori chiave:


-Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, non solo non si scusa ma continua a postare sui social vantandosi dell’operazione e definendo gli attivisti “terroristi”.

-Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri, tenta di contenere il danno diplomatico attaccando proprio Ben-Gvir, segno evidente di una frattura interna al governo Netanyahu.

-Giorgia Meloni, per la prima volta dal 7 ottobre 2023, usa toni così duri contro un membro del governo israeliano, dimostrando che l’aver coinvolto cittadini italiani ha cambiato le carte in tavola.

-Fonti palestinesi e attivisti sostengono che l’obiettivo principale della flottiglia fosse proprio questo: costringere il mondo a guardare. Se Israele tratta così degli stranieri bianchi davanti alle telecamere, dicono, è lecito immaginare cosa succede nei sotterranei delle carceri israeliane e nei campi di detenzione a Gaza, dove non ci sono telecamere né testimoni occidentali.

-Medici Senza Frontiere ha ribadito in queste ore che le autorità israeliane stanno applicando una strategia deliberata di privazione di cibo, acqua e medicinali nella Striscia, definendo il blocco non più una misura di sicurezza ma «un’arma contro un’intera popolazione».

Intanto, sul fronte militare, mentre la tensione con l’Iran resta altissima — siamo al giorno 82 della guerra — le forze israeliane hanno continuato gli attacchi in Libano, uccidendo almeno nove persone e ferendone decine, secondo fonti locali.

I prezzi del petrolio sono calati dopo che Donald Trump ha annunciato la sospensione di un attacco pianificato contro l’Iran, mostrando come la situazione regionale resti estremamente instabile.

La Global Sumud Flotilla ha dimostrato una cosa: anche in un mondo anestetizzato dalle immagini, certi gesti di disobbedienza civile possono ancora spezzare il muro del silenzio. Resta da vedere se questa crepa si allargherà o verrà rapidamente richiusa.

mercoledì 20 maggio 2026

TRUMP SCATENA L’INFERNO SU T. MASSIE “PEGGIOR DEPUTATO DELLA STORIA”. LA FAIDA CHE SPACCA IL GOP.

 




Il post di Trump contro Thomas Massie:


“Il deputato Thomas Massie ha ripubblicato un vecchio endorsement che gli avevo dato anni fa, molto prima di scoprire che è il peggior deputato nella storia del nostro Paese. Ho invece sostenuto Ed Gallrein, un vero patriota americano, cosa che Massie sa benissimo. Quindi quella dichiarazione è fraudolenta, proprio come lui. Ritira subito la tua dichiarazione falsa, Massie!”

Presidente Donald J. Trump


Questo è il testo che Trump ha pubblicato ieri su X. Un attacco personale durissimo, che arriva dopo mesi di scontro aperto.


Le reazioni e le accuse rimosse o silenziate. 


Dietro questo post c’è una faida lunga. Massie ha più volte votato contro i bilanci di spesa voluti da Trump, si è opposto ad aiuti militari incondizionati a Israele, ha sostenuto fortemente con un democratico la pubblicazione completa dei file Epstein (una mossa che ha messo in imbarazzo la Casa Bianca) e si è rifiutato di sostenere certe risoluzioni simboliche sul conflitto in Medio Oriente.

Molte delle critiche più pesanti rivolte a Trump in questi mesi — vendetta personaleintolleranza verso ogni dissenso internouso del partito come arma contro chi non si inginocchia — sono state in gran parte cancellate o sommerse dal rumore della campagna. Anche le accuse di antisemitismo rivolte a Massie da parte di gruppi pro-Israele e sostenitori di Trump sono circolate intensamente, ma sono state spesso rimosse o oscurate nei thread principali.


Sotto il post le risposte contrarie sono state immediate e durissime. 


Molti accusano Trump di aver attaccato Massie solo dopo che questi ha spinto per la pubblicazione completa dei file Epstein.


Commenti ricorrenti: 


“Massie voleva giustizia per le vittime di Epstein, Trump no. È per questo che deve sparire.”

Altri scrivono: “Trump è chiaramente ‘Israel First’ e non ‘America First’.”

C’è chi arriva a definirlo “ipocrita” per aver chiamato fraudolento un endorsement che lui stesso aveva dato nel 2022.

Frasi tipo: “Sei tornato su X solo per far fuori un deputato che non si piega” e “Hai speso milioni per eliminare l’unico che difende davvero la Costituzione”.





I commenti più duri:


@Antunes1 (oltre 24mila like): “Il tuo ultimo post qui era di due mesi fa. Sei tornato solo per far fuori un deputato del Kentucky rurale. Perché ha spinto per la pubblicazione dei file Epstein, si è opposto alla guerra con l’Iran e ha votato contro l’invio di miliardi a Israele. Massie vincerà. Tu sei un TRADITORE!

@goddek (oltre 500 like): “Massie ha il punteggio di libertà più alto del Congresso. Ovvio che Trump voglia eliminarlo. Non si possono avere veri costituzionalisti quando si è impegnati a proteggere gli amici di Epstein e a prendere ordini da Tel Aviv. È il peggior presidente della storia americana.” @LibertyLockPod (oltre 8mila like): “Sei un truffatore incredibile. Mi fa schifo aver mai detto una sola cosa positiva su di te.”

@TheMaineWonk (oltre 6mila like): “Interessante come Massie sia diventato ‘il peggior deputato della storia’ proprio dopo aver voluto giustizia per le vittime di Epstein e responsabilità per la classe pedofila di Epstein.”


Molti altri accusano Trump di essere “Israel First” invece che “America First”, di attaccare Massie solo per aver preteso la pubblicazione dei file Epstein.

sabato 16 maggio 2026

TRUMP A SANGER: “SEI UN TRADITORE”. IL PRESIDENTE USA ATTACCA LA STAMPA MENTRE S’INCHINA AI DITTATORI.

 



David Sanger, corrispondente capo per la Casa Bianca e la sicurezza nazionale del New York Times, lavora al giornale da oltre quarant’anni ed è uno dei giornalisti americani più autorevoli su politica estera, proliferazione nucleare e cyber-warfare.

Mentre Donald Trump rientrava dalla Cina a bordo dell’Air Force One il 15 maggio 2026, Sanger gli ha posto una domanda precisa:

«A che servirebbe ripetere i bombardamenti? Li hai fatti per 38 giorni e non hai ottenuto i cambiamenti politici in Iran».

La risposta del presidente è stata durissima:

«Abbiamo ottenuto una vittoria militare totale. Ma i fake news, tipi come te, scrivono in modo scorretto. Sei un tipo fasullo. Penso davvero che sia una sorta di tradimento quello che scrivi. Dovresti vergognarti di te stesso.»


IL CONTESTO 


Il punto dolente per Trump è un’analisi di Sanger pubblicata sul New York Times il 5 maggio 2026, intitolata “White House Insists Iran War Is Over, Even While Missiles Fly”. Sanger riconosce i successi tattici (soprattutto la distruzione della marina iraniana), ma evidenzia chiaramente che molti obiettivi annunciati dall’amministrazione a fine febbraio non sono stati raggiunti:

-Lo stockpile nucleare iraniano è rimasto intatto e non esiste alcun accordo per rimuoverlo o neutralizzarlo.

-Più della metà dei missili balistici e dei lanciatori è sopravvissuta.

-È ancora prematuro valutare l’effettivo indebolimento dei gruppi proxy di Teheran.


Trump considera qualsiasi richiamo a questi fatti come un tentativo di sminuire la sua “total victory”.



LE CRITICHE ALLA POSIZIONE DI TRUMP


Quando un presidente risponde a una domanda di fact-checking definendo il giornalista «falso» e il suo lavoro «una sorta di tradimento», non sta mostrando forza. Sta mostrando insicurezza profonda.

I veri leader spiegano le proprie scelte al popolo che paga il prezzo in vite e in denaro. 

Attaccare chi pone domande scomode è il classico comportamento di chi non ha una strategia coerente da difendere.

Le vere vittorie non hanno bisogno di essere ripetute ossessivamente né di attacchi personali contro chi le mette in discussione. Questo non è proteggere l’America: è indebolire la stampa libera.

Trump aveva promesso che avrebbe annientato il programma nucleare iraniano con l’operazione “Midnight Hammer” nel giugno 2025. Pochi mesi dopo è servita una nuova campagna militare. Nel frattempo l’Iran ha dimostrato di possedere un’arma molto più efficace: il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale. Grazie a droni e missili low-cost ha fatto schizzare i prezzi energetici globali.

E mentre Trump si pavoneggia vantando una “vittoria totale”, l’Iran  conta le sue carte. 

Il mondo assiste al tragicomico spettacolo di un presidente americano che definisce traditore un ottimo e obbiettivo giornalista mentre lui appare sempre più succube di Vladimir Putin, sostiene leader autoritari come Orbán e Bolsonaro, mina dall’interno proprio quel sistema democratico che dice di voler difendere.

venerdì 15 maggio 2026

KIEV IN LUTTO DOPO ATTACCO RUSSO: 24 MORTI TRA CUI 3 BAMBINI

 


Nella notte tra il 13 e il 14 maggio 2026 la Russia ha lanciato uno dei più massicci attacchi aerei dall’inizio dell’invasione: oltre 1.567 droni e decine di missili in due giorni, di cui più di 670 droni e 56 missili nella sola notte principale.

Kyiv è stata il bersaglio principale. Il bilancio nella capitale è salito a 24 morti, tra cui 3 bambini, con decine di feriti e operazioni di soccorso ancora in corso sotto le macerie di un palazzo residenziale nel distretto di Darnytskyi. Il sindaco Vitali Klitschko ha dichiarato il 15 maggio giorno di lutto cittadino: bandiere a mezz’asta, divieto di eventi di intrattenimento.

Zelensky ha commentato duramente: «Queste non sono certo le azioni di chi pensa che la guerra stia finendo». Ha sottolineato che un missile Kh-101 di recente produzione ha colpito un edificio civile e ha aggiunto che «il mondo non deve rimanere in silenzio» di fronte alla violenza sui civili ucraini.

Gli attacchi hanno colpito anche Odesa (inclusa l’area di Tatarbunary e Prymorske con missili anti-radar Kh-31P), Kherson e Kharkiv. A Kherson un veicolo dell’ONU impegnato in una missione umanitaria è stato attaccato da droni, per fortuna senza vittime tra il personale.

Il timing è particolarmente significativo: l’attacco arriva mentre circolano voci di possibili colloqui di pace, rafforzando l’impressione che Mosca stia usando la forza sul campo per migliorare la propria posizione negoziale.



Focus sulle implicazioni per i negoziati di pace. 



L’attacco arriva in un momento delicatissimo. Pochi giorni prima (9-11 maggio) era in vigore una breve tregua mediata a livello internazionale (con coinvolgimento USA), coincisa con la parata della Vittoria russa e accompagnata da speranze di scambio di prigionieri e di un possibile disgelo. La tregua è stata fragile e non ha portato a progressi concreti sul fronte dei negoziati.

Questo massiccio bombardamento, il più pesante degli ultimi tempi proprio sulla capitale, viene interpretato da Kyiv e da molti osservatori come una mossa di leva negoziale da parte di Mosca: colpire duramente per rafforzare la propria posizione al tavolo, dimostrare che la Russia mantiene l’iniziativa militare per scoraggiare eventuali concessioni ucraine o occidentali. È un classico schema già visto in passato: escalation sul campo mentre si parla di diplomazia.


Le conseguenze immediate sui negoziati sono negative:

•  Erosione della fiducia: Kiev vede confermati i propri dubbi sulla sincerità russa. Zelensky e il suo entourage sottolineano che attacchi di questa portata non sono compatibili con una reale volontà di pace.

•  Indurimento delle posizioni ucraine: L’ordine di preparare risposte (anche asimmetriche e a lungo raggio) rischia di alzare ulteriormente il livello dello scontro, rendendo più difficile una de-escalation

•  Pressione sugli attori esterni: Gli Stati Uniti (sotto l’amministrazione Trump) e l’Europa si trovano di fronte a un test. Se la risposta sarà debole, Mosca potrebbe sentirsi incoraggiata a continuare con la tattica “bombardamenti + negoziati”. Se sarà forte (sanzioni aggiuntive, più armi), i colloqui potrebbero congelarsi ulteriormente

•  Tempistica: L’attacco arriva mentre circolavano voci di nuovi round di trattative. Questo rende più complicato qualsiasi compromesso su temi chiave (territori, neutralità, garanzie di sicurezza), perché rafforza nell’opinione pubblica ucraina la percezione che la pace negoziata sia possibile solo da una posizione di forza militare.

In sintesi, l’attacco non solo causa dolore e distruzione, ma complica pesantemente il sentiero diplomatico già stretto e accidentato. Mosca guadagna forse leva tattica nel breve termine, ma rischia di allontanare ulteriormente una soluzione negoziata sostenibile, alimentando un ciclo di violenza che rende ogni tregua più fragile.

martedì 28 aprile 2026

IRAN COLPISCE 11 BASI USA-TRUMP NASCONDE 5 MILIARDI DI DANNI. BLACKOUT SATELLITARE DI PLANET LABS.

 



L’amministrazione Trump non vuole che gli americani vedano i veri danni che la guerra con l’Iran ha provocato sulle basi militari statunitensi in Medio Oriente.

Secondo un rapporto di NBC News, confermato dall’American Enterprise Institute, l’Iran ha colpito più di 100 obiettivi in 11 basi americane distribuite tra Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Giordania. Il danno strutturale è stimato in modo prudenziale in 5 miliardi di dollari. Una cifra che però non include sistemi radar, armamenti, aerei e apparecchiature rese inservibili, il cui costo reale farebbe salire ulteriormente il conto.

La risposta della Casa Bianca è stata chiedere alle società satellitari di smettere di mostrare le immagini. Planet Labs, la principale compagnia privata che documentava la guerra dall’orbita, ha inviato il 4 aprile una comunicazione ai clienti confermando la richiesta governativa. Quello che era iniziato come un ritardo di 96 ore nelle immagini è diventato un blocco di 14 giorni, trasformandosi infine in un blackout indefinito con effetto retroattivo al 9 marzo.



Prima di questo oscuramento, le foto satellitari mostravano danni evidenti: la distruzione di una grande cupola di comunicazione nella base aerea di Al Udeid in Qatar, due radome danneggiate presso la base della Quinta Flotta a Bahrain, radar THAAD colpiti in Giordania e negli Emirati, oltre a numerose attrezzature di comunicazione messe fuori uso.

Fonti militari parlano anche della perdita di un aereo da sorveglianza E-3 Sentry in Arabia Saudita, di diversi droni MQ-9 Reaper, due petroliere MC-130, elicotteri e almeno un caccia. Un episodio particolarmente significativo è stato l’attacco di un caccia F-5 iraniano su Camp Buehring in Kuwait, la prima volta dopo anni che un aereo nemico ad ala fissa colpiva una base americana.

Il contrasto con le dichiarazioni pubbliche è netto. A marzo il Segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva detto ai giornalisti che i missili iraniani «non sarebbero arrivati ai loro obiettivi» e che «non c’è quasi nulla che possano fare militarmente». I fatti hanno smentito quella versione.

Oggi anche alcuni legislatori repubblicani si lamentano di non ricevere informazioni chiare. «Nessuno sa niente», ha detto un assistente del Congresso alla NBC, «e non è per mancanza di domande».

A questo si aggiunge l’inchiesta pubblicata la scorsa settimana da The Intercept, secondo cui il Pentagono starebbe sottostimato sistematicamente le vittime americane: 15 militari feriti sarebbero stati silenziosamente rimossi dal conteggio ufficiale, un ufficiale morto in Kuwait non risulta nell’elenco delle vittime, e alcuni marinai feriti nell’incendio sulla USS Gerald R. Ford sono stati del tutto esclusi dalle statistiche.

Cinque miliardi di dollari di danni, 11 basi colpite, decine di mezzi distrutti e un numero di vittime ancora incerto. La risposta dell’amministrazione non è stata quella della trasparenza, ma quella di chiedere alle compagnie satellitari di guardare dall’altra parte.