domenica 26 aprile 2026

ISRAELE COLPISCE IL SUD DEL LIBANO NONOSTANTE LA TREGUA. NETANYAHU ACCUSA HEZBOLLAH, L’ONU LANCIA L’ALLARME.

 


Mentre il cessate il fuoco tra Israele e Libano  dovrebbe portare ad una tregua, gli attacchi israeliani nel sud del Libano continuano. Il premier Netanyahu ha ordinato “colpi pesanti” contro Hezbollah, accusandolo di violare l’accordo con lanci di razzi. Da parte libanese si contano morti e feriti, e la fragile tregua appare sempre più a rischio. Mediato dagli Stati Uniti, 

il cessate il fuoco tra Israele e Libano è entrato in vigore il 16 aprile 2026,  con una valenza di dieci giorni e dopo un incontro diretto tra i due Paesi,  il primo in 34 anni. Venerdì scorso il presidente Donald Trump ha annunciato la proroga di altre tre settimane, ma la tregua si sta sgretolando ora dopo ora.

Sabato, 25 aprile, l’esercito israeliano ha condotto raid aerei e terrestri nel sud del Libano, colpendo lanciatori di razzi carichi, postazioni della forza Radwan e militanti Hezbollah. Secondo l’agenzia di stampa libanese almeno quattro civili sono morti e altri due feriti. Fonti libanesi parlano di sei morti in totale nelle ultime 48 ore.

Netanyahu è stato lapidario: “Hezbollah sta cercando di sabotare l’accordo di cessate il fuoco e noi rispondiamo con forza”. L’ufficio del premier ha confermato che l’IDF ha ricevuto l’ordine di attaccare “vigorosamente” ogni obiettivo Hezbollah. Dal canto suo, Hezbollah sostiene che la tregua “non ha senso” finché Israele continua gli attacchi e le demolizioni.

Sul terreno la situazione è drammatica. 



Immagini satellitari mostrano interi villaggi rasi al suolo da bulldozer israeliani, con centinaia di case distrutte. L’esercito occupa ancora una fascia di territorio nel sud e ha emesso nuovi ordini di evacuazione. L’ONU ha già avvertito che sia gli attacchi israeliani sia i lanci di razzi Hezbollah potrebbero violare il diritto internazionale.



CRONOLOGIA RAPIDA


•  16 aprile: tregua di 10 giorni entra in vigore

•  24 aprile: Trump annuncia proroga di tre settimane

•  25 aprile: nuovi raid israeliani, almeno 4 morti


REAZIONI INTERNAZIONALI


•  ONU: Il segretario generale e gli esperti indipendenti hanno espresso forte preoccupazione. Hanno ricordato che oltre 2.400 persone sono morte in Libano dall’inizio del conflitto e hanno invitato entrambe le parti a rispettare immediatamente la tregua. Gli esperti ONU hanno definito gli attacchi “un’aggressione illegale”.


•  Stati Uniti: Il presidente Trump, che ha mediato l’accordo, ha chiesto a tutti di “comportarsi bene” per dare tempo ai negoziati. Il suo obiettivo dichiarato è arrivare a un incontro diretto tra Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun nelle prossime settimane.


•  Unione Europea: Ha invitato Israele a cessare le operazioni nel sud e ha definito la distruzione di infrastrutture civili “inaccettabile”.


•  Hezbollah: Ha dichiarato che la tregua “è priva di significato” finché Israele continua gli attacchi e le demolizioni di villaggi. E ha rivendicato il diritto di rispondere.


•Italia: Il governo italiano ha espresso forte preoccupazione per gli attacchi. In passato il ministro Tajani ha definito “inaccettabili” gli attacchi contro la popolazione civile e ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiarimenti. Meloni ha sempre sostenuto il rafforzamento dello Stato libanese e il monopolio statale sulle armi.


• Russia: Mosca ha inviato oltre 27 tonnellate di aiuti umanitari a Beirut, con generatori, beni di prima necessità e materiali per gli sfollati, segno di sostegno concreto alla popolazione libanese colpita.


• Iran: Teheran ha minacciato ritorsioni, affermando che se l’aggressione contro il Libano non cesserà immediatamente, le Guardie rivoluzionarie adempiranno al loro dovere e reagiranno.


Sul terreno, l’esercito israeliano mantiene l’occupazione di una fascia di territorio, prosegue con le demolizioni di case usando bulldozer che radono al suolo case e interi villaggi, emette nuovi ordini di evacuazione. Il bilancio del conflitto, dal 2 marzo, supera i 2.400 morti in Libano.

KAROLINE: ”STASERA VERRANNO SPARATI DEI COLPI”. 9 MINUTI DOPO LA SPARATORIA ALLA CENA.

 



Sabato 25 aprile 2026, pochi minuti prima dell’inizio della White House Correspondents’ Dinner al Washington Hilton, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, 28 anni, ha rilasciato un’intervista a Fox News sul red carpet.

Dicendo testualmente: «This speech tonight will be classic Donald J. Trump. It’ll be funny, it’ll be entertaining. There will be some shots fired tonight in the room.» («Il discorso di stasera sarà un classico di Donald J. Trump. Sarà divertente, sarà piacevole. Stasera nella stanza verranno sparati alcuni colpi.»)

L’espressione “shots fired” era ovviamente un modo di dire per indicare battute taglienti. Pochi minuti dopo, però, un uomo di 31 anni ha attaccato un posto di blocco della Secret Service nella lobby dell’hotel e ha realmente sparato.

L’attentatore è Cole Tomas Allen, 31 anni, di Torrance in California. Laureato al Caltech in ingegneria meccanica nel 2017, ha un master in computer science, ha fatto uno stage di ricerca alla NASA-JPL, è stato insegnante part-time (anche “Teacher of the Month” nel 2024), tutor e sviluppatore amatoriale di videogiochi. Fedina penale pulita, aveva donato 25 dollari a Kamala Harris nel 2024. Era ospite dell’albergo.

Armato di fucile a pompa, pistola e diversi coltelli, ha aperto il fuoco colpendo il giubbotto antiproiettile di un agente della Secret Service, che non ha riportato ferite gravi. Allen è stato subito bloccato, disarmato e arrestato prima di riuscire a entrare nella sala.



All’interno del salone, dove si trovavano il presidente Trump, Melania, il vicepresidente Vance e centinaia di giornalisti, è scoppiato il panico. La Secret Service ha evacuato rapidamente tutti dal palco. Il Presidente ha dichiarato di aver inizialmente pensato che il rumore fosse quello di un vassoio caduto. L’evento è stato interrotto e Trump ha disposto che sarà riprogrammato entro un mese.


LE REAZIONE DEL WEB 


Il video dell’intervista di Leavitt è diventato virale con milioni di visualizzazioni. La battuta, in pochi minuti, centro di uno tsunami di ironia, scetticismo e prese in giro sui social di tutto il mondo


Su X, Instagram, TikTok, Reddit si sono moltiplicati commenti sarcastici:

•  «Non è invecchiata bene»

•  «Per una volta ha detto la verità»

•  «Era tutta una messa in scena!»

•  «Venite stasera, abbiamo in programma degli spari reali»

Moltissimi meme girano con la scritta “Lo sapeva” o “Ce l’ha detto prima”. La coincidenza ha alimentato teorie del complotto da entrambe le parti, democratici e repubblicani, anche se finora le indagini indicano che Allen avrebbe agito da solo.


mercoledì 22 aprile 2026

VETERANI AMMANETTATI AL CAMPIDOGLIO : JOHNSON RIFIUTA DI ASCOLTARE CHI HA GIÀ COMBATTUTO LE SUE GUERRE.

 



Lunedì a mezzogiorno, nella Rotonda del Cannon House Office Building, un gruppo di veterani ha formato un picchetto silenzioso. In mano stringevano tulipani rossi, simbolo dei civili iraniani uccisi dai bombardamenti statunitensi. Hanno svolto una cerimonia di piegatura della bandiera, come si fa per i caduti. Poi hanno chiesto di essere ricevuti dal terzo uomo nella linea di successione alla presidenza.

Non sono attivisti di professione. Sono uomini e donne che hanno combattuto davvero in Iraq e Afghanistan. Appartengono a organizzazioni come Veterans for Peace, About Face, Common Defense, Military Families Speak Out, Center on Conscience and War e 50501 Veterans.

Tra loro c’era Mike Prysner, veterano dell’invasione dell’Iraq e oggi direttore esecutivo del Center on Conscience and War. Le sue parole, pronunciate poco prima dell’arresto, pesano come poche altre pronunciate in questi ultimi anni:

«La guerra in cui fui mandato ha ucciso migliaia di americani e un milione di iracheni. Da vent’anni mi chiedo come sarebbe stato rifiutare di partire. I militari in servizio attivo hanno oggi quella possibilità. L’obiezione di coscienza è un loro diritto legale.»

Più di cento soldati hanno già presentato domanda d’ obiezione per non essere schierati in Iran. I veterani erano andati a Washington proprio per dire loro che quel diritto esiste e che qualcuno è pronto ad aiutarli a farlo valere.


Il presidente Trump, dopo aver escluso proroghe, 

ha poi esteso il cessate il fuoco a tempo indeterminato, ma la situazione resta fragile e i negoziati proseguono con incertezza.


Ora, il presidente della Camera non ha voluto guardare negli occhi chi ha già pagato il prezzo delle guerre precedenti.

Sessantasei persone — tra veterani, anche disabili, e familiari — sono state arrestate per “affollamento e intralcio” in un edificio pubblico. Erano entrati regolarmente, dopo i controlli, e hanno semplicemente rifiutato di andarsene senza essere ascoltati.

Ma hanno pagato con le manette il diritto di ricordare a chi decide che il loro sacrificio di ieri non autorizza il silenzio di oggi.

domenica 12 aprile 2026

LIBANO: ISRAELE COLPISCE INFRASTRUTTURE CIVILI. BLACKOUT, 250 MORTI, CRISI UMANITARIA.



Beirut, 12 aprile 2026 — Mentre a Islamabad Stati Uniti e Iran cercano di salvare un cessate il fuoco fragile mediato dal Pakistan, il sud del Libano — oltre il fiume Litani — è finito sotto la più violenta ondata di attacchi israeliani degli ultimi mesi. In un solo giorno oltre 250 morti e più di mille feriti, con colpi che hanno centrato sia infrastrutture elettriche sia strutture sanitarie.




L’Autorità elettrica libanese ha confermato che il 19 marzo un attacco ha messo completamente fuori uso la principale sottostazione di Bint Jbeil, lasciando al buio la città e decine di paesi intorno. A inizio aprile e nelle ore più recenti sono stati presi di mira generatori e impianti a Jibchit, nel distretto di Nabatieh: incendi violenti, serbatoi di carburante esplosi, intere zone senza corrente. Non grandi centrali come nel 2006, ma strutture essenziali che in un Paese già in crisi significano ospedali senza luce e acqua potabile a rischio.

Israele sostiene di aver mirato solo a obiettivi militari di Hezbollah, ma le autorità libanesi parlano di attacchi sistematici su infrastrutture civili.





La comunità internazionale ha reagito con forza. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha condannato “senza mezzi termini” i bombardamenti. L’Alto Commissario per i Diritti Umani Volker Türk ha definito la giornata “horrific”, con “una scala di morte e distruzione niente di meno che terribile”. La WHO ha avvertito che gli ospedali libanesi sono al collasso: reparti di emergenza sopraffatti, scorte di materiali di trauma in esaurimento entro pochi giorni. L’Unione Europea ha chiesto a Israele di fermare immediatamente gli attacchi e di estendere il cessate il fuoco anche al Libano per evitare un’escalation regionale.

giovedì 9 aprile 2026

ISRAELE E LIBANO: DALLA TREGUA DI NOVEMBRE 2024 ALLA RIPRESA DELLE OSTILITÀ

 



Il 27 novembre 2024 entra in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, mediato da Stati Uniti e Francia. L’accordo prevede il ritiro delle truppe israeliane a sud del fiume Litani, il dispiegamento dell’esercito libanese al confine e lo smantellamento delle infrastrutture militari di Hezbollah nella zona di confine. Per alcune settimane la situazione regge, ma già nei primi giorni emergono le prime tensioni.

Da dicembre 2024 gli attacchi israeliani diventano frequenti. L’esercito colpisce veicoli, depositi di armi e presunti militanti di Hezbollah nei villaggi di confine come Khiam, Bint Jbeil, Yaroun e Tayr Harfa. Nel solo ultimo trimestre del 2025 il Libano registra oltre 2.000 violazioni del cessate il fuoco. L’Unifil, la missione Onu, arriva a contare più di 10.000 violazioni tra sorvoli e incursioni entro febbraio 2026.

Le vittime libanesi di questi attacchi superano le 400, tra cui almeno 127 civili, con oltre mille feriti. Israele dichiara di aver eliminato decine di militanti Hezbollah accusati di violare la tregua.





A Gaza la situazione non migliora. Le ostilità non si sono mai fermate del tutto. Il ministero della Salute palestinese denuncia 73.000 morti dal 7 ottobre 2023 fino all’inizio del 2026, con stime indipendenti che arrivano a superare le 75.000 morti violente. Le immagini satellitari mostrano che l’81% delle strutture nell’intera Striscia risulta danneggiato o distrutto. Gaza City ha l’83% degli edifici compromessi, interi quartieri ridotti in macerie. Le città più colpite — Gaza City, Khan Yunis, Rafah e Deir al-Balah — hanno perso ospedali, scuole, reti idriche ed elettriche.

Nel Libano meridionale i danni si concentrano sui villaggi di confine: decine di abitazioni demolite, ponti e strade impraticabili, interi agglomerati intorno a Naqoura e Aitaroun sventrati da raid e mezzi blindati. Anche Beirut Sud registra danni a palazzi residenziali.

Le reazioni internazionali si fanno sempre più dure. 





Già nel novembre 2024, la Corte penale internazionale emette un mandato di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu per presunti crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. Gli Stati Uniti reagiscono con sanzioni contro la Corte e i suoi giudici. L’Onu, Unione Europea, Francia, Brasile, Colombia e Sudafrica condannano le violazioni del cessate il fuoco in Libano e la portata della distruzione a Gaza, chiedendo indagini indipendenti. Amnesty International e Human Rights Watch denunciano bombardamenti su aree civili e il blocco del ritorno dei profughi libanesi.

La tregua, pensata per sessanta giorni e poi prorogata, collassa il 2 marzo 2026 quando Hezbollah risponde con lanci di razzi a un assassinio in Iran. Israele intensifica gli attacchi su Beirut e sulla Bekaa, segnando la fine di un equilibrio già fragile.

Il bilancio è pesante: migliaia di vite perse, intere comunità sfollate, paesaggi urbani trasformati in rovine. Un ciclo che ha visto ancora una volta la diplomazia cedere il passo alla forza.

ISRAELE BOMBARDA IL LIBANO DOPO LA TREGUA USA-IRAN: 254 MORTI IN UN GIORNO. CONDANNE A NETANYAU

 




Era appena stato annunciato il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan, che prevedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz. Donald Trump aveva addirittura minacciato che “una intera civiltà sarebbe morta” se Teheran non avesse accettato di riaprire il passaggio vitale per il petrolio. Poi il dietrofront, l’accordo, il sollievo internazionale.

Ma per il Libano non è cambiato nulla.

Poche ore dopo l’annuncio, Benjamin Netanyahu ha chiarito: “La tregua non include il Libano”. E l’esercito israeliano è passato ai fatti. In meno di dieci minuti cinquanta jet hanno sganciato circa 160 bombe su oltre cento obiettivi: Beirut centro, i sobborghi meridionali, Sidone, la valle della Bekaa, il sud del paese. È stato l’attacco coordinato più pesante dall’inizio della nuova fase di guerra il 2 marzo.




Il bilancio libanese parla di almeno 254 morti e 1.165 feriti in un solo giorno, il più sanguinoso dall’inizio delle ostilità recenti. Molti colpiti senza preavviso in zone densamente popolate, tra civili e infrastrutture civili. Il premier libanese Nawaf Salam ha parlato di “attacco a quartieri abitati e a civili inermi”, accusando Israele di ignorare ogni sforzo regionale e il diritto internazionale.




Il presidente del Parlamento Nabih Berri lo ha definito “un crimine di guerra vero e proprio”.

La comunità internazionale non è rimasta in silenzio. Il presidente francese Macron ha chiesto che il Libano sia incluso in qualunque tregua seria. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha detto che “il disprezzo di Netanyahu per la vita e per il diritto internazionale è intollerabile”, invocando la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele e la fine dell’impunità. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha espresso solidarietà al presidente libanese per gli “attacchi ingiustificati e inaccettabili”. L’Onu, attraverso la sua coordinatrice per il Libano, ha avvertito che “nessuna delle due parti può vincere sparando” e ha invocato il rispetto della risoluzione 1701.





Nel frattempo Hezbollah ha risposto lanciando razzi verso il nord di Israele, e l’Iran ha minacciato di ritirarsi dall’accordo se gli attacchi su Beirut non si fermeranno. Lo Stretto di Hormuz, riaperto da poche ore, ha visto di nuovo rallentamenti.

Un giorno che doveva segnare una pausa nella guerra più ampia si è trasformato nell’ennesima escalation per il Libano. E mentre il mondo discute di accordi regionali, a Beirut e nel sud le sirene non smettono di suonare.

martedì 7 aprile 2026

ISRAELE E USA COLPISCONO INFRASTRUTTURE IRANIANE: ESCALATION IN CORSO MENTRE SCADE L’ULTIMATUM DI TRUMP

 




Teheran, 7 aprile 2026 – La giornata di oggi ha segnato una nuova e concreta escalation nel conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Mentre si avvicinava la scadenza fissata dal presidente Donald Trump – le 20:00 di Washington, corrispondenti alle 3:30 di domani in Iran – gli attacchi sono scattati.

Tutto è iniziato nelle prime ore del mattino, quando l’esercito israeliano ha diffuso un avvertimento diretto alla popolazione iraniana e pubblicato in persiano sui suoi canali ufficiali: «Evitate treni e stazioni ferroviarie per tutta la giornata, la vostra vita è in pericolo». Il messaggio non lasciava dubbi su ciò che stava per accadere.

Nel corso della mattinata e del pomeriggio, l’aviazione israeliana ha condotto una vasta ondata di raid contro la rete ferroviaria e i ponti del Paese. 




Secondo quanto riferito dall’IDF, sono stati colpiti circa dieci segmenti di binari e ponti ferroviari in diverse zone: tra questi, un ponte sulla linea Yahya Abad vicino a Kashan (provincia di Isfahan), dove le autorità iraniane hanno confermato la morte di almeno due persone e il ferimento di altre tre; un ponte ferroviario tra Tabriz e Zanjan; tratti di binari a Karaj, alle porte di Teheran; e infrastrutture vicino a Qom e in altre aree del nord e del centro. 



Le macerie a Pardis, nord di Teheran: edifici sventrati, bandiera iraniana tra i detriti.


L’obiettivo dichiarato da Israele è stato chiaro: ostacolare il movimento di missili, lanciatori e attrezzature militari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che spesso utilizza proprio la rete ferroviaria per spostare i propri mezzi.

lmmediate le conseguenze sul trasporto civile : tutte le corse verso e da Mashhad, la seconda città del Paese, sono state sospese, e il traffico ferroviario nazionale ha subito forti interruzioni.

Mentre gli aerei israeliani operavano sul territorio iraniano, gli Stati Uniti hanno portato un colpo parallelo in un punto strategico: l’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano da cui transita circa il 90% delle esportazioni di greggio. Fonti americane, tra cui il vicepresidente JD Vance, hanno confermato che gli strike hanno riguardato esclusivamente obiettivi militari – oltre novanta siti secondo alcune indicazioni precedenti – lasciando intatti gli impianti civili di esportazione del petrolio. «Non è un cambiamento di strategia», ha sottolineato Vance, descrivendo l’operazione come limitata e mirata.

Queste azioni arrivano nel pieno della pressione esercitata dal presidente Trump. Da giorni il capo della Casa Bianca ha ripetuto che, senza un accordo che preveda la riapertura completa e incondizionata dello Stretto di Hormuz – via vitale per il 20% del petrolio e del gas mondiale – gli Stati Uniti sarebbero pronti a colpire duramente. Ieri e oggi Trump ha usato toni particolarmente duri: ha parlato di «Power Plant Day and Bridge Day», ha avvertito che «un’intera civiltà morirà stanotte» e ha detto di avere un piano per rendere inutilizzabili tutti i ponti e le centrali elettriche iraniane entro la mezzanotte di domani. Finora, almeno sulla carta, gli attacchi di oggi si sono concentrati su infrastrutture di trasporto e siti militari, ma il messaggio politico è chiaro: le minacce non non sono un bluff.

Da parte iraniana, si parla  di «crimini di guerra»; le autorità hanno invitato i giovani a formare catene umane per proteggere le centrali elettriche.




Il presidente Pezeshkian e i vertici dell’IRGC hanno ribadito la volontà di resistere, mentre continuano i lanci di missili iraniani verso Israele, alcuni dei quali hanno provocato danni anche oggi.

Sul fronte economico, i mercati hanno reagito con nervosismo: il prezzo del greggio ha registrato un nuovo balzo, superando i 116 dollari al barile.