domenica 2 agosto 2026

INVASIONE DI CEUTA: NON FU MIGRAZIONE MA UN’OPERAZIONE DI STATO




Ci sono immagini che non lasciano spazio alle scuse.

Migliaia di ragazzi scendono dai camion, corrono verso l’espigón del Tarajal e si gettano in acqua, o scalano le reti come se fosse una gara. In poche ore Ceuta, una città di ottantaquattromila abitanti, viene invasa da cinquanta, forse sessantamila persone. Almeno sessantasette morti tra annegati e schiacciati. E il giorno dopo, quasi tutti se ne vanno. Come se qualcuno avesse dato il segnale di rientro.

Quando vedi una logistica di questa precisione, la favola della “migrazione spontanea” non regge più. Non c’erano famiglie disperate con bambini in braccio. C’erano soprattutto giovani maschi, organizzati, trasportati. E mentre loro entravano, la polizia marocchina, secondo diverse testimonianze, non solo non interveniva: spingeva.

A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi ha voluto questa tragedia?

Pedro Sánchez ha passato gli ultimi mesi a dire no. No alle basi di Rota e Morón per attacchi contro l’Iran. No al traffico di armi verso Israele. No alla guerra di Gaza, che ha chiamato per nome: genocidio. Ha riconosciuto la Palestina, ha ritirato l’ambasciatore, ha tenuto la schiena dritta mentre gran parte dell’Europa abbassava lo sguardo. E per questo, secondo molte voci, sta pagando.

«Sánchez è uno dei pochi leader europei che non si è piegato», ha scritto ieri un noto analista spagnolo. «Per questo lo stanno colpendo dove fa più male: sulla frontiera».

Un altro commentatore, da Madrid, è andato oltre: «Quando un Paese rifiuta di prestare le proprie basi e lo spazio aereo, e poi diventa la voce più forte contro i crimini di guerra, non può aspettarsi di restare impunito. Ceuta è il conto presentato».





Il Marocco intitola un’autostrada a Trump.

Gli account diplomatici israeliani si congratulano con Rabat.

E nello stesso arco di ore cinquantamila marocchini entrano a Ceuta e quarantottomila ne escono.

Troppe coincidenze per essere casuali.

Molti spagnoli, in queste ore, lo stanno dicendo chiaro: «Tutti siamo Pedro». Non perché condividano ogni sua scelta, ma perché riconoscono in lui qualcosa che in Europa si sta facendo raro: la capacità di dire no senza tremare.

La Spagna, in questi mesi, è stata la spina dorsale di un’Europa che non voleva più avere una voce. La voce di Sánchez, invece, si è fatta sentire. E adesso qualcuno ha deciso di spezzarla.

martedì 28 luglio 2026

Munther Isaac: “In Cisgiordania le prigioni a cielo aperto”

 




Il pastore luterano di Betlemme, Munther Isaac, descrive una realtà che non lascia spazio all’indifferenza. “Ogni giorno ci svegliamo chiedendoci quale villaggio palestinese sarà attaccato dopo. Siamo esausti. Viviamo nella paura e nel terrore. Non siamo numeri. Non siamo titoli di giornale. Stiamo parlando di madri, padri, figli, nonni — con nomi, con storie, con futuri che vengono cancellati. La violenza dei coloni è diventata una routine quotidiana: famiglie assaltate nelle loro case, fattorie date alle fiamme, persone uccise. Intorno a Betlemme ci sono circa ottanta posti di blocco che possono richiedere sei o sette ore per essere superati. Il turismo religioso, un tempo fonte di sostentamento, è quasi azzerato e le Chiese passano il tempo ad aiutare chi non ha più un reddito. Almeno cento famiglie cristiane hanno già abbandonato la città dall’inizio della guerra a Gaza”. Ma la minaccia più grande, avverte Isaac, arriva dagli sfollamenti forzati: quarantacinquemila palestinesi sono già stati cacciati dai campi profughi della Cisgiordania. «Vediamo quello che sta accadendo a Gaza — sottolinea — e ci chiediamo: sarà questo il nostro destino?»





L’avvocata Sahar Francis denuncia le condizioni nelle carceri israeliane: centinaia di migliaia di palestinesi, compresi bambini, detenuti arbitrariamente, sottoposti a intimidazioni, umiliazioni, molestie sessuali, percosse, fame. La scabbia ha ucciso almeno sessanta prigionieri negli ultimi quindici mesi. Israele rilascia detenuti in cambio degli ostaggi ma ne arresta di nuovi in massa, riarrestando spesso chi era stato appena liberato. Per Francis il sistema giudiziario non persegue la giustizia: è uno strumento di oppressione e controllo della società palestinese. Rifat Kassis, segretario generale di Kairos Palestine, ricorda che il Documento del 2009 fu un appello alla resistenza non violenta. Oggi la situazione è così peggiorata che il movimento sta preparando un nuovo testo. Il timore è che il piano di Trump per lo sfollamento di massa dei gazawi diventi realtà: i Patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme lo hanno già condannato come «un’ingiustizia che colpisce il cuore stesso della dignità umana». Sarebbe pulizia etnica e «un appello a una guerra continua, non solo in Palestina, ma nell’intera regione». Kassis ribadisce la necessità di rispettare il diritto internazionale, compresi i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Mohammed Deif e Benjamin Netanyahu. La Corte è nata a Roma: per questo Italia e Santa Sede sono «doppiamente preoccupate» per l’applicazione delle sue sentenze. Munther Isaac conclude con un appello diretto: «Vi esorto ad agire. A parlare. A scrivere. A mobilitarvi. A rifiutare di distogliere lo sguardo. Dobbiamo questo a ogni famiglia che vive nella paura oggi. Dobbiamo questo anche alla nostra fede.»

sabato 18 luglio 2026

Bampur sotto le bombe: rabbia e unità sui social iraniani dopo l’attacco USA e le minacce di Trump.

 


Bampur. Il 15 luglio 2026 forze statunitensi hanno lanciato almeno 13 missili contro la caserma della 388ª Brigata d’Assalto Meccanizzata dell’esercito regolare iraniano (Artesh) a Bampur, vicino a Iranshahr nel sud-est del Paese (provincia di Sistan e Baluchistan). L’attacco ha colpito alloggiamenti e posti di guardia, uccidendo sette militari (tra cui giovani reclute) e ferendone diversi altri. 




L’esercito iraniano ha definito l’azione “codarda” e ha promesso una “risposta decisiva”. Sui social e nei media di stato l’episodio è diventato simbolo di martirio e resistenza.



Le minacce di Trump. 


Pochi giorni fa, in un’intervista a Fox News, il presidente Donald Trump ha usato parole forti con le solite minacce:

«La prossima settimana si mette molto male per loro… arrivano le centrali elettriche. Arrivano i ponti. Abbatteremo tutte le loro centrali elettriche. Abbatteremo tutti i loro ponti, a meno che non si siedano al tavolo e negozino.»


Dichiarazioni che hanno amplificato la tensione, riprese ovunque sui social iraniani come prova di intenzioni aggressive contro infrastrutture civili. 


Le voci dei cittadini iraniani, gli appelli all’unità nazionale: 


«Il sangue dei martiri di Bampur è ciò che lega i nostri cuori… la vendetta è certa.»

 «L’unità nazionale nostra è una freccia nell’occhio del nemico. Sappiate che oggi la richiesta di vendetta non è solo la parola di una persona  ma è il grido di una nazione”.



Accuse pesanti vengono riservate a Pete Hegseth (Segretario alla Difesa USA) e agli Stati Uniti per presunti crimini di guerra contro infrastrutture civili.

Queste reazioni mescolano dolore genuino per i soldati caduti (soprattutto giovani di leva) con la retorica ufficiale dell’IRGC e del regime, che spinge forte sul tema dell’unità contro “l’imperialismo arrogante”. 

Molti post mostrano lutto, foto dei martiri e donazioni di sangue organizzate a Iranshahr e Zahedan. 




Gli attacchi USA. 


Si concentrano principalmente su obiettivi militari -radar costieri, missili, droni, piccole imbarcazioni-legati alle attività iraniane nello Stretto di Hormuz. L’attacco a Bampur è uno dei più simbolici perché ha colpito l’esercito regolare. Episodi che rafforzano il consenso interno mentre voci critiche (come quella di Reza Pahlavi dall’esilio) accusano il governo di usare i coscritti come scudi umani. 



La rabbia sui social iraniani è reale e comprensibile: quando cadono connazionali sotto bombe straniere, il dolore non ha bandiere. Così le emozioni rafforzano il regime che si presenta come difensore unico e unito della nazione. La tensione sale e le minacce di Trump su infrastrutture civili rischiano di alzare ulteriormente il livello dello scontro. Il presidente americano minaccia la «distruzione completa» dell’Iran in caso di tentato assassinio nei suoi confronti. 



CONCLUSIONI.


Gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran per la sesta notte consecutiva, mentre infrastrutture vitali nelle province meridionali del Paese sono state raggiunte. L’Iran ha risposto lanciando missili su asset militati statunitensi nella regione: Kuwait, Qatar, Bahrein, Oman, Giordania e Siria.

L’Iran ha inoltre chiesto agli Houthi dello Yemen di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb se gli USA continuassero a colpire le infrastrutture elettriche. 

domenica 12 luglio 2026

Morto il senatore Lindsey Graham, il falco repubblicano amico di Israele

 



Il senatore Lindsey Olin Graham, nato il 9 luglio 1955 a Central, nella Carolina del Sud, è scomparso sabato sera, 11 luglio 2026. L’annuncio è stato diffuso dal suo staff sui canali ufficiali: nessuna ulteriore informazione medica è stata fornita al momento, e la famiglia ha chiesto riservatezza e preghiere. 

Graham, figlio di gestori di un piccolo ristorante-bar locale, si è formato all’Università della South Carolina (laurea in Legge) e ha servito come pilota nella riserva dell’Air Force. La sua carriera politica è iniziata alla Camera dei Rappresentanti nel 1995 per poi approdare al Senato nel 2003, dove ha servito ininterrottamente fino alla morte, ricoprendo ruoli chiave come presidente e membro di rango del Comitato Giudiziario e del Comitato Bilancio.

Repubblicano di lungo corso, Graham è stato per decenni un convinto sostenitore di una politica estera assertiva e interventista: forte alleato di Israele, critico implacabile dell’Iran, ha spinto ripetutamente per sanzioni e misure contro il programma nucleare di Teheran, è stato forte sostenitore dell’impegno americano nella “War on Terror”. Inizialmente tra i critici di Donald Trump, negli ultimi anni ne è diventato uno dei più stretti alleati, soprattutto su temi di sicurezza nazionale, Ucraina e Russia.

Non sposato, Graham viveva a Seneca, in Carolina del Sud. La sua scomparsa arriva mentre era in corsa per un quinto mandato senatoriale.

La notizia ha già suscitato reazioni contrastanti negli Stati Uniti e all’estero, riflettendo la polarizzazione che ha accompagnato gran parte della sua carriera politica.

Silenzio complice o coraggio? Mike Levin sfida i repubblicani mentre infuria il dibattito sui fondi per la guerra in Iran

 



Il deputato democratico Mike Levin ha lanciato un appello infuocato e senza sconti ai colleghi repubblicani del Congresso: «Ai miei colleghi repubblicani: “il Presidente degli Stati Uniti ha guadagnato 2,2 miliardi di dollari in un anno mentre sedeva nello Studio Ovale, la maggior parte provenienti da industrie che lui stesso regola. Gli esperti ora paragonano il suo arricchimento personale a Putin e ad altri autoritari, non a nessun leader di una democrazia. Sapete che si tratta di corruzione sfacciata. Lo dite in privato. Quindi, quando lo direte in pubblico?».



Pubblicato su X il 6 luglio 2026, il messaggio di Levin non lascia spazio a equivoci. «Tenere il vostro seggio vale davvero il vostro silenzio? […] Un giorno i vostri figli e nipoti vi chiederanno cosa avete fatto quando il Presidente degli Stati Uniti ha venduto l’ufficio per miliardi. Leggeranno i registri. Sapranno se vi siete alzati in piedi o siete rimasti in silenzio per proteggere un titolo». Un richiamo diretto alla coscienza e al giudizio della storia, in un momento in cui le accuse di conflitti di interesse e auto-arricchimento si fanno sempre più pesanti. 



L’appello arriva mentre il Congresso è attraversato da un altro fronte di scontro rovente: il finanziamento della guerra in Iran. L’amministrazione Trump ha chiesto un pacchetto supplementare da 87,6 miliardi di dollari, di cui circa 67 miliardi destinati al Pentagono per coprire i costi di Operation Epic Fury. La richiesta include il rifinanziamento di munizioni esaurite, operazioni e altri programmi, ma i Democratici non ci stanno. Accusano l’esecutivo di aver avviato una guerra senza autorizzazione congressuale e di pretendere ora che i contribuenti paghino il conto, mentre priorità interne – sanità, assistenza sociale, costi della vita – vengono sacrificate. 

Account democratici come Democrats Deliver (@DemzDeliver) martellano sul tema: il Pentagono sarebbe vicino al limite dopo aver sostenuto spese elevate per il conflitto, e i Democratici si rifiutano di concedere ulteriori risorse senza un serio confronto. Senatori come Patty Murray e Chuck Schumer parlano apertamente di «guerra di scelta» e di richiesta che sembra «progettata per respingere i voti democratici». La tensione è palpabile: senza approvazione del supplemental, fonti militari paventano limitazioni operative già nell’estate.

Levin, da tempo in prima linea contro quella che definisce «corruzione sistemica», collega i due fronti. Non si tratta solo di soldi o di guerra: è una questione di principio democratico. Da un lato, l’arricchimento personale di chi detiene il potere; dall’altro, l’uso di risorse pubbliche per avventure militari contestate, mentre il silenzio repubblicano appare assordante.

Fino a oggi i repubblicani hanno mantenuto una linea cauta, tra fedeltà al presidente e timori di divisioni interne. Ma l’appello di Levin pone una domanda scomoda che rischia di riecheggiare ben oltre questa legislatura: quanto vale un seggio se il prezzo è il silenzio di fronte a scelte che molti, in privato, giudicano sbagliate?

La storia, come ricorda il deputato californiano, non dimentica. E i registri pubblici sono lì, pronti a essere letti.

martedì 7 luglio 2026

Trump, la carta rossa e l’umiliazione: la telefonata presidenziale non salva il calcio americano.

 






Gli Stati Uniti sono stati eliminati agli ottavi di finale della Coppa del Mondo 2026 dal Belgio, che li ha battuti con un netto 4-1. Una prestazione dominante dei Diavoli Rossi, con un gol particolarmente bello di Romelu Lukaku che ha allargato il divario. Nonostante il ritorno in campo di Folarin Balogun – la stella americana – gli USA non sono riusciti a reggere il ritmo di una delle nazionali più forti d’Europa.



Tutto era iniziato con una polemica già esplosiva. Nella partita del turno precedente contro la Bosnia-Erzegovina (vinta 2-0 dagli americani), Folarin Balogun aveva ricevuto un cartellino rosso diretto per un intervento giudicato pericoloso su un difensore avversario: un fallo di caviglia che, secondo regolamento FIFA, comportava una squalifica automatica di una partita.

Donald Trump, grande appassionato di sport (e poco esperto di calcio), non ci ha visto chiaro. Ha ammesso pubblicamente di non sapere «che diavolo fosse una carta rossa» fino a quel momento, ma ha comunque telefonato personalmente al presidente della FIFA, Gianni Infantino, per chiedere una revisione della decisione. Secondo Trump, non si trattava di un fallo grave ma di «due grandi atleti che si sono scontrati». Ha paragonato la situazione a quella di Messi, Ronaldo o Harry Kane: «Non puoi togliere i migliori giocatori».

Miracolosamente (o prevedibilmente, per i critici), la FIFA ha revocato la squalifica di Balogun, sospendendola con la formula della “probation” di un anno. Una decisione senza precedenti, che ha scatenato indignazione internazionale, proteste dal Belgio e accuse di interferenza politica. Balogun ha giocato contro il Belgio, ma non è bastato: gli americani sono stati dominati e umiliati sul campo con un 4-1 che lascia poco spazio alle scuse. 



Trump aveva dichiarato: «Se vinciamo o perdiamo, è giusto… Dobbiamo avere i nostri migliori giocatori». Il problema è che, una volta persa, la vittoria sarebbe stata comunque macchiata agli occhi del mondo.




L’intervento di Trump è stato un affronto non solo per i giocatori americani, ma per l’intero mondo del calcio, per gli arbitri e per chiunque creda nella spontaneità e nella purezza dello sport. È corruzione, ignoranza e imbroglio mescolati insieme: un presidente che ammette di non conoscere le regole base eppure pretende di influenzare le decisioni della FIFA.

Che cosa farà adesso Trump? Chiamerà di nuovo Infantino sostenendo che il 4-1 «non ha senso» e chiederà di invertire il risultato? O ammetterà che il calcio, semplicemente, non è (ancora) lo sport degli Stati Uniti?

Eloquente il commentato di un sostenitore MAGA: «Niente di più americano che perdere uno sport da froci giocato da poveracci del terzo mondo».

La realtà è più amara: gli USA, pur ospitando il torneo, devono ancora fare i conti con una verità sportiva scomoda. Il calcio non si conquista con telefonate dal potere, ma con qualità, tattica e correttezza sul campo. E su quel terreno, ieri, il Belgio ha dato una lezione difficile da digerire.

Il dibattito resterà acceso: è accettabile che un presidente interferisca in questo modo per “salvare” la propria nazionale? O è proprio questo il segnale che il calcio americano ha ancora tanta strada da fare prima di essere preso sul serio a livello globale?


lunedì 29 giugno 2026

Raid israeliani colpiscono tende di sfollati a Gaza: 8 morti, tra cui due bambini.

 



Nelle ultime 24 ore raid aerei e attacchi con droni israeliani hanno colpito aree densamente popolate di tende di sfollati nella Striscia di Gaza, uccidendo almeno 8 persone, tra cui due bambini, e ferendone oltre 20. Gli attacchi si sono concentrati soprattutto nel sud e nel centro dell’enclave, colpendo zone indicate come umanitariamente sicure.

A Al-Mawasi, zona costiera a ovest di Khan Younis, un raid ha ucciso una madre di 23 anni e la figlia di un anno; un secondo attacco su un gruppo di tende ha provocato altri 2 morti e 13 feriti. A Qarara, nord-ovest di Khan Younis, è stato ucciso un uomo di 31 anni, sposato da pochi mesi con la moglie incinta. A Deir al-Balah, centro di Gaza, un drone ha colpito una tenda uccidendo almeno tre persone, tra cui un bambino di 8 anni e il nonno.



Violazioni del cessate-il-fuoco in vigore da ottobre 2025 vengono costantemente denunciate dalle autorità sanitarie di Gaza che parlano di un bilancio pesante, con gli ospedali – tra cui il Nasser di Khan Younis – sotto forte pressione. Centinaia di migliaia di persone continuano a vivere in condizioni umanitarie drammatiche, ammassate nelle tende.