Netanyahu è in aula per votare sì. Gvir versa champagne e proclama: “Chi sceglie il terrorismo sceglie la morte”. Ma è una norma etnica: gli israeliani sono esclusi dallo stesso reato.
Trent’anni dopo l’assassinio di Rabin, l’estrema destra festeggia la morte selettiva. L’Europa condanna, l’America tace, la Cisgiordania trema. Rabin è morto invano e oggi, con quel brindisi, lo stanno uccidendo di nuovo.
È appena uscito dall’aula, bottiglia di champagne in mano, cravatta rossa e quella spilla a cappio dorato sul risvolto, il simbolo di Otzma Yehudit (potere ebraico) che non nasconde nulla.
Itamar Ben-Gvir alza la bottiglia, ride, circondato dai colleghi che applaudono come dopo una vittoria calcistica. “Giorno di giustizia”, dice-“Presto li conteremo uno per uno”. Parole che suonano come un conteggio di trofei, non di persone.
La legge, che è passata con 62 voti a favore e 48 contrari, introduce la pena di morte per impiccagione ai palestinesi della Cisgiordania condannati per omicidi “terroristici” in tribunali militari.
I giudici decidono a maggioranza semplice, non serve unanimità. Israele non eseguiva più condanne capitali dopo quella di Adolf Eichmann, l’alto ufficiale delle SS e organizzatore logistico della “soluzione finale”, che fu giustiziato per impiccagione in 31 maggio 1962.
Torna a farlo ora, ma solo per un gruppo etnico. I critici la chiamano apartheid legalizzata. Hadash-Ta’al, la sinistra arabo-ebraica, tuona: “discriminazione pura”. L’Associazione Diritti Civili annuncia ricorso alla Corte Suprema: “Violazione di uguaglianza, e della sovranità internazionale in Cisgiordania”.
Fuori dall’aula, Ben-Gvir non si trattiene: “Basta porte girevoli, basta rilasci. Deterrenza vera”.
Con la celebrazione della pena di morte a sorsi di
champagne il messaggio è chiaro: trionfo dell’
apartheid in atto, nessuna giustizia. Dichiarazioni volgari e crudeli, il ministro per la sicurezza israeliana festeggia così la sentenza.
Trent’anni fa, il 4 novembre 1995, un altro estremista – Yigal Amir – sparò a Yitzhak Rabin, il primo ministro firmatario degli accordi di Oslo che portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, valendogli il Nobel per la Pace.
“Traditore”, gli urlò l’assassino, mentre gli sparava due colpi alla schiena. Rabin l’aveva vista arrivare quell’estrema destra che oggi governa. Ben-Gvir è stato condannato più volte per incitamento al razzismo e sostegno all’ organizzazione terroristica Kach. I critici lo chiamano “ministro della supremazia ebraica”
Il rabbino ortodosso Rabbi Beck, dopo l’escalation a Gaza, avvertiva:
“L’entità sionista è il pericolo più grande per il popolo ebraico”.
Aveva ragione: chi urla “Mai più” e poi firma morte selettiva svuota la memoria. Non applica una difesa, ma una disumanizzazione.
L’ Europa reagisce con Germania, Francia, UK che parlano di “discriminazione di fatto”; l’ America rispetta la “Sovranità israeliana”. Hamas promette ritorsioni, Abbas grida “crimine di guerra”. In Cisgiordania, la paura sale.
Rabin non è morto invano. Ma oggi, con quel brindisi, forse lo stanno uccidendo di nuovo.
Su Al Jazeera e New Arab, parlano di “celebrazione razzista della pena di morte” con champagne, e “apartheid in atto”. Amnesty e Nova Media bollano la legge come disumana perché viola il diritto alla vita e discrimina etnicamente.