mercoledì 22 aprile 2026

VETERANI AMMANETTATI AL CAMPIDOGLIO : JOHNSON RIFIUTA DI ASCOLTARE CHI HA GIÀ COMBATTUTO LE SUE GUERRE.

 



Lunedì a mezzogiorno, nella Rotonda del Cannon House Office Building, un gruppo di veterani ha formato un picchetto silenzioso. In mano stringevano tulipani rossi, simbolo dei civili iraniani uccisi dai bombardamenti statunitensi. Hanno svolto una cerimonia di piegatura della bandiera, come si fa per i caduti. Poi hanno chiesto di essere ricevuti dal terzo uomo nella linea di successione alla presidenza.

Non sono attivisti di professione. Sono uomini e donne che hanno combattuto davvero in Iraq e Afghanistan. Appartengono a organizzazioni come Veterans for Peace, About Face, Common Defense, Military Families Speak Out, Center on Conscience and War e 50501 Veterans.

Tra loro c’era Mike Prysner, veterano dell’invasione dell’Iraq e oggi direttore esecutivo del Center on Conscience and War. Le sue parole, pronunciate poco prima dell’arresto, pesano come poche altre pronunciate in questi ultimi anni:

«La guerra in cui fui mandato ha ucciso migliaia di americani e un milione di iracheni. Da vent’anni mi chiedo come sarebbe stato rifiutare di partire. I militari in servizio attivo hanno oggi quella possibilità. L’obiezione di coscienza è un loro diritto legale.»

Più di cento soldati hanno già presentato domanda d’ obiezione per non essere schierati in Iran. I veterani erano andati a Washington proprio per dire loro che quel diritto esiste e che qualcuno è pronto ad aiutarli a farlo valere.


Il presidente Trump, dopo aver escluso proroghe, 

ha poi esteso il cessate il fuoco a tempo indeterminato, ma la situazione resta fragile e i negoziati proseguono con incertezza.


Ora, il presidente della Camera non ha voluto guardare negli occhi chi ha già pagato il prezzo delle guerre precedenti.

Sessantasei persone — tra veterani, anche disabili, e familiari — sono state arrestate per “affollamento e intralcio” in un edificio pubblico. Erano entrati regolarmente, dopo i controlli, e hanno semplicemente rifiutato di andarsene senza essere ascoltati.

Ma hanno pagato con le manette il diritto di ricordare a chi decide che il loro sacrificio di ieri non autorizza il silenzio di oggi.

domenica 12 aprile 2026

LIBANO: ISRAELE COLPISCE INFRASTRUTTURE CIVILI. BLACKOUT, 250 MORTI, CRISI UMANITARIA.



Beirut, 12 aprile 2026 — Mentre a Islamabad Stati Uniti e Iran cercano di salvare un cessate il fuoco fragile mediato dal Pakistan, il sud del Libano — oltre il fiume Litani — è finito sotto la più violenta ondata di attacchi israeliani degli ultimi mesi. In un solo giorno oltre 250 morti e più di mille feriti, con colpi che hanno centrato sia infrastrutture elettriche sia strutture sanitarie.




L’Autorità elettrica libanese ha confermato che il 19 marzo un attacco ha messo completamente fuori uso la principale sottostazione di Bint Jbeil, lasciando al buio la città e decine di paesi intorno. A inizio aprile e nelle ore più recenti sono stati presi di mira generatori e impianti a Jibchit, nel distretto di Nabatieh: incendi violenti, serbatoi di carburante esplosi, intere zone senza corrente. Non grandi centrali come nel 2006, ma strutture essenziali che in un Paese già in crisi significano ospedali senza luce e acqua potabile a rischio.

Israele sostiene di aver mirato solo a obiettivi militari di Hezbollah, ma le autorità libanesi parlano di attacchi sistematici su infrastrutture civili.





La comunità internazionale ha reagito con forza. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha condannato “senza mezzi termini” i bombardamenti. L’Alto Commissario per i Diritti Umani Volker Türk ha definito la giornata “horrific”, con “una scala di morte e distruzione niente di meno che terribile”. La WHO ha avvertito che gli ospedali libanesi sono al collasso: reparti di emergenza sopraffatti, scorte di materiali di trauma in esaurimento entro pochi giorni. L’Unione Europea ha chiesto a Israele di fermare immediatamente gli attacchi e di estendere il cessate il fuoco anche al Libano per evitare un’escalation regionale.

giovedì 9 aprile 2026

ISRAELE E LIBANO: DALLA TREGUA DI NOVEMBRE 2024 ALLA RIPRESA DELLE OSTILITÀ

 



Il 27 novembre 2024 entra in vigore il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, mediato da Stati Uniti e Francia. L’accordo prevede il ritiro delle truppe israeliane a sud del fiume Litani, il dispiegamento dell’esercito libanese al confine e lo smantellamento delle infrastrutture militari di Hezbollah nella zona di confine. Per alcune settimane la situazione regge, ma già nei primi giorni emergono le prime tensioni.

Da dicembre 2024 gli attacchi israeliani diventano frequenti. L’esercito colpisce veicoli, depositi di armi e presunti militanti di Hezbollah nei villaggi di confine come Khiam, Bint Jbeil, Yaroun e Tayr Harfa. Nel solo ultimo trimestre del 2025 il Libano registra oltre 2.000 violazioni del cessate il fuoco. L’Unifil, la missione Onu, arriva a contare più di 10.000 violazioni tra sorvoli e incursioni entro febbraio 2026.

Le vittime libanesi di questi attacchi superano le 400, tra cui almeno 127 civili, con oltre mille feriti. Israele dichiara di aver eliminato decine di militanti Hezbollah accusati di violare la tregua.





A Gaza la situazione non migliora. Le ostilità non si sono mai fermate del tutto. Il ministero della Salute palestinese denuncia 73.000 morti dal 7 ottobre 2023 fino all’inizio del 2026, con stime indipendenti che arrivano a superare le 75.000 morti violente. Le immagini satellitari mostrano che l’81% delle strutture nell’intera Striscia risulta danneggiato o distrutto. Gaza City ha l’83% degli edifici compromessi, interi quartieri ridotti in macerie. Le città più colpite — Gaza City, Khan Yunis, Rafah e Deir al-Balah — hanno perso ospedali, scuole, reti idriche ed elettriche.

Nel Libano meridionale i danni si concentrano sui villaggi di confine: decine di abitazioni demolite, ponti e strade impraticabili, interi agglomerati intorno a Naqoura e Aitaroun sventrati da raid e mezzi blindati. Anche Beirut Sud registra danni a palazzi residenziali.

Le reazioni internazionali si fanno sempre più dure. 





Già nel novembre 2024, la Corte penale internazionale emette un mandato di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu per presunti crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza. Gli Stati Uniti reagiscono con sanzioni contro la Corte e i suoi giudici. L’Onu, Unione Europea, Francia, Brasile, Colombia e Sudafrica condannano le violazioni del cessate il fuoco in Libano e la portata della distruzione a Gaza, chiedendo indagini indipendenti. Amnesty International e Human Rights Watch denunciano bombardamenti su aree civili e il blocco del ritorno dei profughi libanesi.

La tregua, pensata per sessanta giorni e poi prorogata, collassa il 2 marzo 2026 quando Hezbollah risponde con lanci di razzi a un assassinio in Iran. Israele intensifica gli attacchi su Beirut e sulla Bekaa, segnando la fine di un equilibrio già fragile.

Il bilancio è pesante: migliaia di vite perse, intere comunità sfollate, paesaggi urbani trasformati in rovine. Un ciclo che ha visto ancora una volta la diplomazia cedere il passo alla forza.

ISRAELE BOMBARDA IL LIBANO DOPO LA TREGUA USA-IRAN: 254 MORTI IN UN GIORNO. CONDANNE A NETANYAU

 




Era appena stato annunciato il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan, che prevedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz. Donald Trump aveva addirittura minacciato che “una intera civiltà sarebbe morta” se Teheran non avesse accettato di riaprire il passaggio vitale per il petrolio. Poi il dietrofront, l’accordo, il sollievo internazionale.

Ma per il Libano non è cambiato nulla.

Poche ore dopo l’annuncio, Benjamin Netanyahu ha chiarito: “La tregua non include il Libano”. E l’esercito israeliano è passato ai fatti. In meno di dieci minuti cinquanta jet hanno sganciato circa 160 bombe su oltre cento obiettivi: Beirut centro, i sobborghi meridionali, Sidone, la valle della Bekaa, il sud del paese. È stato l’attacco coordinato più pesante dall’inizio della nuova fase di guerra il 2 marzo.




Il bilancio libanese parla di almeno 254 morti e 1.165 feriti in un solo giorno, il più sanguinoso dall’inizio delle ostilità recenti. Molti colpiti senza preavviso in zone densamente popolate, tra civili e infrastrutture civili. Il premier libanese Nawaf Salam ha parlato di “attacco a quartieri abitati e a civili inermi”, accusando Israele di ignorare ogni sforzo regionale e il diritto internazionale.




Il presidente del Parlamento Nabih Berri lo ha definito “un crimine di guerra vero e proprio”.

La comunità internazionale non è rimasta in silenzio. Il presidente francese Macron ha chiesto che il Libano sia incluso in qualunque tregua seria. Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha detto che “il disprezzo di Netanyahu per la vita e per il diritto internazionale è intollerabile”, invocando la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele e la fine dell’impunità. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha espresso solidarietà al presidente libanese per gli “attacchi ingiustificati e inaccettabili”. L’Onu, attraverso la sua coordinatrice per il Libano, ha avvertito che “nessuna delle due parti può vincere sparando” e ha invocato il rispetto della risoluzione 1701.





Nel frattempo Hezbollah ha risposto lanciando razzi verso il nord di Israele, e l’Iran ha minacciato di ritirarsi dall’accordo se gli attacchi su Beirut non si fermeranno. Lo Stretto di Hormuz, riaperto da poche ore, ha visto di nuovo rallentamenti.

Un giorno che doveva segnare una pausa nella guerra più ampia si è trasformato nell’ennesima escalation per il Libano. E mentre il mondo discute di accordi regionali, a Beirut e nel sud le sirene non smettono di suonare.

martedì 7 aprile 2026

ISRAELE E USA COLPISCONO INFRASTRUTTURE IRANIANE: ESCALATION IN CORSO MENTRE SCADE L’ULTIMATUM DI TRUMP

 




Teheran, 7 aprile 2026 – La giornata di oggi ha segnato una nuova e concreta escalation nel conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti. Mentre si avvicinava la scadenza fissata dal presidente Donald Trump – le 20:00 di Washington, corrispondenti alle 3:30 di domani in Iran – gli attacchi sono scattati.

Tutto è iniziato nelle prime ore del mattino, quando l’esercito israeliano ha diffuso un avvertimento diretto alla popolazione iraniana e pubblicato in persiano sui suoi canali ufficiali: «Evitate treni e stazioni ferroviarie per tutta la giornata, la vostra vita è in pericolo». Il messaggio non lasciava dubbi su ciò che stava per accadere.

Nel corso della mattinata e del pomeriggio, l’aviazione israeliana ha condotto una vasta ondata di raid contro la rete ferroviaria e i ponti del Paese. 




Secondo quanto riferito dall’IDF, sono stati colpiti circa dieci segmenti di binari e ponti ferroviari in diverse zone: tra questi, un ponte sulla linea Yahya Abad vicino a Kashan (provincia di Isfahan), dove le autorità iraniane hanno confermato la morte di almeno due persone e il ferimento di altre tre; un ponte ferroviario tra Tabriz e Zanjan; tratti di binari a Karaj, alle porte di Teheran; e infrastrutture vicino a Qom e in altre aree del nord e del centro. 



Le macerie a Pardis, nord di Teheran: edifici sventrati, bandiera iraniana tra i detriti.


L’obiettivo dichiarato da Israele è stato chiaro: ostacolare il movimento di missili, lanciatori e attrezzature militari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che spesso utilizza proprio la rete ferroviaria per spostare i propri mezzi.

lmmediate le conseguenze sul trasporto civile : tutte le corse verso e da Mashhad, la seconda città del Paese, sono state sospese, e il traffico ferroviario nazionale ha subito forti interruzioni.

Mentre gli aerei israeliani operavano sul territorio iraniano, gli Stati Uniti hanno portato un colpo parallelo in un punto strategico: l’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano da cui transita circa il 90% delle esportazioni di greggio. Fonti americane, tra cui il vicepresidente JD Vance, hanno confermato che gli strike hanno riguardato esclusivamente obiettivi militari – oltre novanta siti secondo alcune indicazioni precedenti – lasciando intatti gli impianti civili di esportazione del petrolio. «Non è un cambiamento di strategia», ha sottolineato Vance, descrivendo l’operazione come limitata e mirata.

Queste azioni arrivano nel pieno della pressione esercitata dal presidente Trump. Da giorni il capo della Casa Bianca ha ripetuto che, senza un accordo che preveda la riapertura completa e incondizionata dello Stretto di Hormuz – via vitale per il 20% del petrolio e del gas mondiale – gli Stati Uniti sarebbero pronti a colpire duramente. Ieri e oggi Trump ha usato toni particolarmente duri: ha parlato di «Power Plant Day and Bridge Day», ha avvertito che «un’intera civiltà morirà stanotte» e ha detto di avere un piano per rendere inutilizzabili tutti i ponti e le centrali elettriche iraniane entro la mezzanotte di domani. Finora, almeno sulla carta, gli attacchi di oggi si sono concentrati su infrastrutture di trasporto e siti militari, ma il messaggio politico è chiaro: le minacce non non sono un bluff.

Da parte iraniana, si parla  di «crimini di guerra»; le autorità hanno invitato i giovani a formare catene umane per proteggere le centrali elettriche.




Il presidente Pezeshkian e i vertici dell’IRGC hanno ribadito la volontà di resistere, mentre continuano i lanci di missili iraniani verso Israele, alcuni dei quali hanno provocato danni anche oggi.

Sul fronte economico, i mercati hanno reagito con nervosismo: il prezzo del greggio ha registrato un nuovo balzo, superando i 116 dollari al barile. 




giovedì 2 aprile 2026

TRUMP: “IRAN ALL’ETÀ DELLA PIETRA IN 2-3 SETTIMANE, CHI VUOLE IL PETROLIO PRENDA HORMUZ”

 


Ieri sera, dal podio della Casa Bianca, Donald Trump, 

ha rilanciato la retorica bellica chiudendo così il discorso alla nazione: “Nelle prossime due-tre settimane li colpiremo duramente, li riporteremo all’età della pietra. Siamo vicini a finire. Chi vuole il petrolio da Hormuz vada allo Stretto e se lo prenda”.



Lo Stretto di Hormuz , quel collo di bottiglia dal quale passa il 20% di tutto il petrolio, è chiuso da settimane. La resistenza iraniana sta strozzando l’economia globale: 

tanker bloccati e prezzi alle stelle.

Trump scarica la responsabilità sugli alleati che rifiutano di aiutarlo in questa guerra d’aggressione che lo vede schierato al fianco di Israele. 


REAZIONI IMMEDIATE: 


Dall’Europa, freddezza totale. Macron, in visita in Giappone, parla di “prevedibilità europea” contro “paesi che possono farti male” con un chiaro riferimento a Trump. Regno Unito e Francia chiudono lo spazio aereo ai voli Usa, Spagna e Italia bloccano le basi militari. 


Da Russia e Cina, un silenzio calcolato. Mosca e Pechino, alleati storici di Teheran, non intervengono militarmente ma sfruttano il guadagno: il petrolio russo è più richiesto e Pechino compra a sconto. In sostanza, Russia e Cina ne escono al momento come vincitori silenziosi, mentre l’Europa perde per le pressioni Nato. 

Perché Trump ha rilanciato la bomba: “Sto considerando seriamente di tirare fuori gli Usa dalla Nato”. Lo ha detto in interviste a Telegraph e Reuters, dopo il rifiuto degli alleati europei sull’invio di navi nello Stretto di Hormuz. “È oltre ogni riconsiderazione”, ha scandito. “La Nato è una tigre di carta, Putin lo sa benissimo”.

Un altro pugno allo  stomaco alla storia. La Nato non è un club per ricchi: è la garanzia che un attacco a uno è un attacco a tutti. Trump la riduce a “chi paga di più?”, come fosse un affare immobiliare. Minacciare l’uscita per punire gli alleati che non seguono la sua guerra unilaterale è egoismo travestito da realpolitik, tradisce i principi che l’America ha difeso dal 1949.


Legalmente non può farlo da solo, serve il Congresso, in base alla legge del 2023, ma il danno è fatto: la fiducia è stata azzerata mentre Putin giubila. È il crepuscolo di un ordine mondiale, o solo un bluff da campagna elettorale in vista delle Midterm Elections (elezioni di metà mandato) previste per il 4 novembre prossimo? 



LA DICHIARAZIONE DA BRIVIDO


“Riporteremo l’Iran all’età della pietra” non è solo retorica da cowboy: significa bombardare reti elettriche, impianti idrici, civili inermi. Crimini di guerra potenziali, secondo il diritto internazionale. È l’ammissione che la forza bruta vale più del dialogo, che la vita di milioni di persone  conta meno del petrolio.

Trump non minaccia solo Teheran: minaccia il mondo intero con un ultimatum da gangster. “Prendetelo voi” è cinico, disumano, scarica su Europa e Asia il caos che ha creato, insieme e per conto di Israele. Le reazioni a livello mondiale sono pressoché unanimi: “barbarie nucleare”, “imperialismo nudo”. Anche tra gli elettori Maga più fedeli comincia a serpeggiare lo scontento: una promessa di pace prevenne che si trasforma in guerra consegnata.

È il tramonto della diplomazia, l’alba di un’era dove il Presidente della più grande potenza del mondo parla come un predatore. Chi, davvero, è regredito all’età della pietra?

martedì 31 marzo 2026

BEN-GVIR BRINDA ALLA PENA DI MORTE SELETTIVA: “PRESTO LI CONTEREMO UNO PER UNO”

 



Calici alzati, spilla a cappio sul petto, ghigno vittorioso. Itamar Ben-Gvir esce dalla Knesset e festeggia la legge che introduce la pena capitale solo per palestinesi. 

Netanyahu è in aula per votare sì. Gvir versa  champagne e proclama: “Chi sceglie il terrorismo sceglie la morte”. Ma è una norma etnica: gli israeliani sono esclusi dallo stesso reato.

Trent’anni dopo l’assassinio di Rabin, l’estrema destra festeggia la morte selettiva. L’Europa condanna, l’America tace, la Cisgiordania trema. Rabin è morto invano e oggi, con quel brindisi, lo stanno uccidendo di nuovo.



È appena uscito dall’aula, bottiglia di champagne in mano, cravatta rossa e quella spilla a cappio dorato sul risvolto, il simbolo di Otzma Yehudit (potere ebraico) che non nasconde nulla. 




Itamar Ben-Gvir alza la bottiglia, ride, circondato dai colleghi che applaudono come dopo una vittoria calcistica. “Giorno di giustizia”, dice-“Presto li conteremo uno per uno”. Parole che suonano come un conteggio di trofei, non di persone.

La legge, che è passata con 62 voti a favore e 48 contrari, introduce la pena di morte per impiccagione ai palestinesi della Cisgiordania condannati per omicidi “terroristici” in tribunali militari. 

I giudici decidono a maggioranza semplice, non serve unanimità. Israele non eseguiva più condanne capitali dopo quella di Adolf Eichmann, l’alto ufficiale delle SS e organizzatore logistico della “soluzione finale”, che fu giustiziato per  impiccagione in 31 maggio 1962

Torna a farlo ora, ma solo per un gruppo etnico. I critici la chiamano apartheid legalizzata. Hadash-Ta’al, la sinistra arabo-ebraica, tuona: “discriminazione pura”. L’Associazione Diritti Civili annuncia ricorso alla Corte Suprema: “Violazione di uguaglianza, e della sovranità internazionale in Cisgiordania”.

Fuori dall’aula, Ben-Gvir non si trattiene: “Basta porte girevoli, basta rilasci. Deterrenza vera”. 

Con la celebrazione della pena di morte a sorsi di

champagne il messaggio è chiaro: trionfo dell’

apartheid in atto, nessuna giustizia. Dichiarazioni volgari e crudeli, il ministro per la sicurezza israeliana festeggia così la sentenza.

Trent’anni fa, il 4 novembre 1995, un altro estremista – Yigal Amir – sparò a Yitzhak Rabin,  il primo ministro firmatario degli accordi di Oslo che portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, valendogli il Nobel per la Pace.

“Traditore”, gli urlò l’assassino, mentre gli sparava due colpi alla schiena. Rabin l’aveva vista arrivare quell’estrema destra che oggi governa. Ben-Gvir  è stato condannato più volte per incitamento al razzismo e sostegno all’ organizzazione terroristica Kach. I critici lo chiamano “ministro della supremazia ebraica”

Il rabbino ortodosso Rabbi Beck, dopo l’escalation a Gaza, avvertiva: 

 “L’entità sionista è il pericolo più grande per il popolo ebraico”. 

Aveva ragione: chi urla “Mai più” e poi firma morte selettiva svuota la memoria. Non applica una difesa, ma una disumanizzazione.

L’ Europa reagisce con Germania, Francia, UK che parlano di “discriminazione di fatto”; l’ America rispetta la “Sovranità israeliana”. Hamas promette ritorsioni, Abbas grida “crimine di guerra”. In Cisgiordania, la paura sale.

Rabin non è morto invano. Ma oggi, con quel brindisi, forse lo stanno uccidendo di nuovo.

Su Al Jazeera e New Arab, parlano di “celebrazione razzista della pena di morte” con champagne, e “apartheid in atto”. Amnesty e Nova Media bollano la legge come disumana perché viola il diritto alla vita e discrimina etnicamente.