Ci sono immagini che non lasciano spazio alle scuse.
Migliaia di ragazzi scendono dai camion, corrono verso l’espigón del Tarajal e si gettano in acqua, o scalano le reti come se fosse una gara. In poche ore Ceuta, una città di ottantaquattromila abitanti, viene invasa da cinquanta, forse sessantamila persone. Almeno sessantasette morti tra annegati e schiacciati. E il giorno dopo, quasi tutti se ne vanno. Come se qualcuno avesse dato il segnale di rientro.
Quando vedi una logistica di questa precisione, la favola della “migrazione spontanea” non regge più. Non c’erano famiglie disperate con bambini in braccio. C’erano soprattutto giovani maschi, organizzati, trasportati. E mentre loro entravano, la polizia marocchina, secondo diverse testimonianze, non solo non interveniva: spingeva.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: chi ha voluto questa tragedia?
Pedro Sánchez ha passato gli ultimi mesi a dire no. No alle basi di Rota e Morón per attacchi contro l’Iran. No al traffico di armi verso Israele. No alla guerra di Gaza, che ha chiamato per nome: genocidio. Ha riconosciuto la Palestina, ha ritirato l’ambasciatore, ha tenuto la schiena dritta mentre gran parte dell’Europa abbassava lo sguardo. E per questo, secondo molte voci, sta pagando.
«Sánchez è uno dei pochi leader europei che non si è piegato», ha scritto ieri un noto analista spagnolo. «Per questo lo stanno colpendo dove fa più male: sulla frontiera».
Un altro commentatore, da Madrid, è andato oltre: «Quando un Paese rifiuta di prestare le proprie basi e lo spazio aereo, e poi diventa la voce più forte contro i crimini di guerra, non può aspettarsi di restare impunito. Ceuta è il conto presentato».
Il Marocco intitola un’autostrada a Trump.
Gli account diplomatici israeliani si congratulano con Rabat.
E nello stesso arco di ore cinquantamila marocchini entrano a Ceuta e quarantottomila ne escono.
Troppe coincidenze per essere casuali.
Molti spagnoli, in queste ore, lo stanno dicendo chiaro: «Tutti siamo Pedro». Non perché condividano ogni sua scelta, ma perché riconoscono in lui qualcosa che in Europa si sta facendo raro: la capacità di dire no senza tremare.
La Spagna, in questi mesi, è stata la spina dorsale di un’Europa che non voleva più avere una voce. La voce di Sánchez, invece, si è fatta sentire. E adesso qualcuno ha deciso di spezzarla.