Con una delle dichiarazioni più tipicamente trumpiane, il presidente americano ha lanciato l’ennesimo ultimatum sull’Iran: ‘Lo Stretto di Hormuz si aprirà molto presto, oppure l’Iran subirà un colpo durissimo.”
La frase, ormai consumata, irrita ancora il mondo, fa nuovamente oscillare i mercati e mantiene accesi i riflettori su una delle zone più delicate del pianeta. Dietro il tono da negoziatore spietato c’è anche il sostegno concreto e costante che Trump ha sempre garantito a Israele. Molti commentatori le ritengono di mosse pressione più che minacce concrete di guerra, sapendo che la chiusura dello Stretto, attraverso cui passa circa il venti per cento del petrolio mondiale, è un boomerang economico devastante anche per gli Stati Uniti e i suoi alleati. La strategia sembra puntare a costringere Teheran al tavolo delle trattative. Ma diventa sempre più insistente e credibile
la narrazione della distrazione di massa, secondo cui le sue sparate senza senso e la sua presunta demenza servirebbero a garantirgli affari miliardari oltre a coprire i massacri, la conquista di nuovi terreni a Gaza e in Libano da parte di Israele. La famiglia Trump persegue forti interessi economici e Israele prosegue con le sue sanguinose e distruttive operazioni.
È altresì pur vero che l’instabilità nel Golfo ha conseguenze globali che vanno ben oltre la Palestina. La domanda è se Trump stia usando il caos per distrarre o se stia davvero cercando di ridefinire gli equilibri della regione.
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