venerdì 20 aprile 2018

Siria: giuristi tedeschi contro i missili Usa. Violato diritto internazionale.

Secondo i giuristi della Camera dei Deputati tedesca i missili lanciati delle forze occidentali in Siria hanno violato il diritto internazionale.
Dopo l'attacco dei giorni scorsi, fortemente condannato da Russia ed Iran, la diplomazia internazionale appare disorientata mentre si muove nervosamente alla ricerca di una strategia chiara.

"L'uso della forza militare contro uno stato, al fine di punire la violazione da parte di tale stato di una convenzione internazionale, rappresenta una violazione del divieto di ricorrere alla violenza prevista dal diritto internazionale".

Scrivono così, nero su bianco, gli esperti del Bundestag rispondendo ad una interrogazione di Die Linke, partito della sinistra radicale, contrario ai bombardamenti.
I giuristi interpellati basano le proprie convinzioni su una Dichiarazione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1970, in cui si sottolinea "il dovere degli Stati di astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dall'uso del vincolo militare".
Ma non solo.
Ricordano anche che in passato il Consiglio di sicurezza dell'ONU aveva respinto le rappresaglie armate, definendole "incompatibili con gli obiettivi e i principi delle Nazioni Unite".
Secondo lo stesso documento anche la ragione legale avanzata dalla Gran Bretagna, che ha partecipato all'intervento a fianco degli Stati Uniti e della Francia, non sarebbe "convincente",
Londra sostiene che la legge internazionale consente, eccezionalmente, azioni di ritorsione al fine di prevenire ulteriori sofferenze umane. E il presunto uso di armi chimiche da parte delle truppe del presidente Bashar al-Assad ben rappresenterebbe tale condizione.
Ma, sempre secondo gli esperti tedeschi, sarebbe stato più corretto chiedersi  "se gli attacchi militari sono davvero appropriati per prevenire ulteriori sofferenze" in Siria.
Il conflitto, che dal 2011, in una guerra fratricida, vede contrapposti siriani pro o contro il regime di Assad, ha causato più di 350.000 morti,  milioni di sfollati e rifugiati.

Il 14 aprile scorso, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno lanciato sulla Siria i missili Cruise che hanno distrutto  tre siti siriani presumibilmente usati per lo studio e la produzione di armi chimiche. L'azione, annunciata ufficialmente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha causato vittime. Com'era del resto nelle intenzioni degli attaccanti, secondo i quali la rappresaglia doveva essere solo un avvertimento nei confronti di Assad, considerato resonsabile del presunto attacco chimico che il 7 aprile, a Douma, nei sobborghi di Damasco, ha provocato la morte di 34  persone.
L'attacco, sferrato da Usa, Francia e UK, è avvenuto senza il consenso del Consiglio di sicurezza dell'ONU, dove siede anche la Russia, alleata del regime di Assad. La Germania non ha partecipato ma l'ha sostenuta, dicendo che era "necessaria e appropriata". L'opinione degli avvocati della Camera dei Deputati è un colpo imbarazzante per Angela Merkel, in un paese molto a cavallo sul rispetto delle regole legali.
Ci sono molte ragioni per opporsi a un intervento militare straniero in Siria, a prescindere che sia degli Stati Uniti, della Russia, dell’Iran o della Turchia. Nessuno di questi paesi agisce nell’interesse dei siriani, della democrazia o dei diritti umani. Le bombe straniere non portano pace e stabilità, ma un'alternativa all'intervento esterno si dovrà trovare per proteggere la popolazione civile dai massacri.
Assad, che ha ereditato una dittatura dal padre e non ha mai organizzato né vinto elezioni libere, riesce a riconquistare il territorio perduto solo grazie all'intervento dei bombardamenti stranieri, aggressioni feroci che uccidono, mutilano, straziano inermi civili.
Tutti sembrano aver dimenticato che gli Stati Uniti bombardano la Siria dal 2014. Nella campagna per la liberazione di Raqqa dall'Isis  più di mille civili sono stati uccisi. Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’80 per cento di Raqqa è oggi inabitabile.

Infine, nessuno ricorda che Assad ha appoggiato la prima guerra del Golfo; partecipato al programma illegale di extraordinary renditions della Cia, in cui presunti terroristi venivano interrogati e torturati in Siria per conto dell’agenzia di spionaggio statunitense. E quel che è peggio, si vuol dimenticare che il dittatore ha torturato a morte migliaia di oppositori pacifici, laici e democratici, dopo averli stipati nelle carceri.

Oltre alle decine di siriani che ogni giorno vengono brutalmente uccisi, migliaia di civili continuano a scappare dalle proprie città, ad abbandonare le abitazioni dove sono cresciuti e che, forse, non rivedranno mai più.

D.Bart.

domenica 15 aprile 2018

GLI INTERESSI DI CHI VUOLE LA GUERRA IN SIRIA: PERCHÉ USA, UK, FRANCIA SCENDONO IN CAMPO CONTRO ASSAD.


Proprio ora! Ora che i gruppi ribelli anti-Assad hanno perso la guerra, le grandi potenze occidentali decidono di intervenire personalmente contro la Siria.

PERCHÉ?
"Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Arabia Saudita hanno perso la guerra sul campo", scrive Naman Tarcha, giornalista e conduttore televisivo siriano, "dopo aver sostenuto i gruppi armati, adesso si muovono loro militarmente nell'ultima occasione che gli rimane per quello che è il loro scopo sin dal 2011, il regime change siriano, eliminare Assad".
Ma quali interessi sottenderebbero una volontà per molti versi distruttiva?
Per capirlo occorre partire  dalla posizione geografica della Siria, punto strategico più importante del Medio Oriente, porta spalancata sull' Europa e, dunque, territorio sul quale da sempre si concentrano gli interessi di Gran Bretagna e Francia. Antiche e consolidate mire che ora s'intrecciano con le più attuali di Turchia, Iran e Arabia Saudita. Interessi macchiati dal sangue dei siriani, vittime di una strage che si perpetua, attimo dopo attimo, a partire dal 2011, data d'inizio della guerra civile.
Trump è ambiguo, Macron più deciso, ma insieme, affiancati da Theresa May,
hanno sferrato l'attacco missilistico contro il suolo siriano. Al momento, limitato alla distruzione di centri per la ricerca e la produzione di armi chimiche. 




Così si dice.
Ma le ragioni politiche che alimentano l'astio verso Assad sono parecchie.
- A cominciare da quella palestinese, tornata d'urgente  attualità proprio in questi giorni.
- C'è poi il conflitto sciita-sunnita, che vede l'Arabia Saudita (da sempre accusata di finanziare il terrorismo)
ben decisa a dominare la zona e a ridurre a zero l'influenza dell'Iran per poi assumere il dominio completo del Golfo a scapito del Qatar.
- Subentra il sentore che anche la guerra nello Yemen sia un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in Medio Oriente. I ribelli che controllano la capitale San’a sono sciiti come l’Iran, storici alleati della Russia e del regime di Assad in Siria.
Tutto il resto del Medio Oriente, Isis compreso, è, al contrario, sunnita. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita indebolire l’Iran, grande nemica di entrambi i paesi. In tale contesto le vittime designate sono i civili yemeniti, soprattutto i bambini, che muoiono a migliaia, sfiancati  dalla fame, dal colera e dalle bombe saudite.
Migliaia di bombe d’aereo, provenienti proprio dalla nostra bella Italia. Prodotte nello stabilimento RWM di Domusnovas, nel Sulcis della Sardegna, sono state vendute alle forze aeree saudite per essere scaricate sullo sfortunato, martoriato Yemen, in una guerra atroce, dimenticata da tutti.
- In questo gioco al massacro sulla pelle di inermi cittadini, entra in campo anche lo scontro tra Paesi come Russia e Stati Uniti, i quali, per suffragare il proprio status di poli mondiali, devono pur mostrare i muscoli.
- Nell'intreccio di interessi che mira a disintegrare Assad e a cambiare il Paese, si inserisce infine la Turchia, con la questione curda, perennemente irrisolta.
- Da non sottovalutare è la presenza dei Fratelli musulmani, che guidati da Erdogan e finanziati dal Qatar, hanno grande influenza in Europa, soprattutto in Gran Bretagna, dove il loro peso politico arriva ad influenzare anche le mosse del governo. Circola voce di uno scritto approfondito sui finanziamenti di islamici inglesi a favore dei gruppi jihadisti in Siria; documento  secretato, che nessuno è mai riuscito a vedere.
Secondo molti osservatori anche in Italia i Fratelli musulmani avrebbero radici profonde, con personaggi ufficialmente considerati musulmani moderati i quali, viceversa, agirebbero per conto del radicalismo islamico.
L'utilizzo di gruppi armati sostenuti e finanziati da potenze esterne occidentali è cosa risaputa e provata: è accaduto in Afghanistan con i russi, ed è noto il recente fenomeno dei foreign fighters. Figure che, di volta in volta e secondo i casi, vengono diversamente definite: terroristi, quando colpiscono in Occidente, ribelli moderati,  quando combattono in Siria.
Per i sostenitori di Assad si tratta semplicemente di uno strumento per attualizzare la politica di regime change, il cambio di regime in Siria, secondo gli interessi occidentali.
Il primo dei quali sarebbe proprio quello di spezzare l'asse  Putin- Assad.
Siria e Russia sono alleate da sempre.
Il territorio siriano, situato tra Libano e Iraq, rappresenta la parte finale della cosiddetta mezzaluna sciita, che s'insinua fino al Mediterraneo.
Proprio ciò che risulta sgradito all'Arabia e che, di conseguenza, non piace, nemmeno ai suoi alleati, Stati Uniti.


IL RUOLO DELL'EUROPA.
Quello dell'Europa, in questa fase di creazione e consolidamento di una ipotetica Unione, è un ruolo sospeso, pressoché inesistente. Fatta eccezione per le proverbiali sicurezze della Francia, il resto del Continente non sa che fare. Lo si è visto in Iraq, nel 2003;  nella drammatica vicenda libica e nel crescente processo di destabilizzazione dell'intera zona nordafricana, che altro non ha sortito se non il terrorismo ed un' incontrollata, dolorosa, drammatica immigrazione .
Molti sono i siriani convinti di trovarsi in mezzo ad una guerra fin dall'inizio utilizzata per un cambio di regime. Adesso che anche l'ultimo lembo di Goutha è stato liberato, ora che i ribelli si sono arresi e se ne sono andati, il caso dell'attacco chimico che senza alcuna prova viene attribuito al regime pare a molti solo un pretesto (o un tentativo) delle potenze occidentali per rovesciare Assad.
Evidentemente non ha insegnato nulla l'invenzione delle false prove sulle armi chimiche di Colin Powell per invadere l'Iraq.
Eppure un po' di prudenza sarebbe auspicabile, almeno da parte dell'Europa.
Gli Stati Uniti sanno di aver perso ormai in Siria una guerra che erano convinti di vincere in pochi mesi.
Le stesse lobby che hanno spinto l'incerto Trump ad un'azione cosiddetta dimostrativa dovrebbero ora  spiegargli che la Russia, ovviamente, risponderà.
Se Usa, Francia e Regno Unito vogliono portare a compimento il piano che gruppi armati ribelli hanno fallito, dovranno, per "salvare" i siriani, bombardare i siriani.
Paradossi della storia.

Eppure, proprio su tali presupposti, dettati ora da grandi, ora da piccoli o meschini interessi, poggiano le ragioni che, di volta in volta, spingono le Nazioni ad agire l'una contro l'altra, anche a costo di immani, atroci ingiustizie.
Ognuna in nome di una presunta visione lungimirante, che dovrebbe tutelarne nel tempo:  economia, profitti, crescita, confini, politica. Anche per questo il popolo avverso, spesso confinante, altre volte prossimo ad una vicinanza relativamente sconveniente,
deve essere imprigionato, affamato, scarnificato, massacrato. È così che si creano i profughi, quelli che poi nessuno vuole ospitare. 

D. Bart.

domenica 8 aprile 2018

Siria. Strage chimica a Duma: il pretesto per un attacco su vasta scala contro Assad.

All'ultima, ennesima strage di persone in Siria, fa seguito l'abituale e circostanziata efferatezza che annuncia, con deliberato cinismo, un nuovo pretesto di guerra: quel che si dice in gergo: il casus belli. 70 civili sono stati uccisi  per soffocamento causato da un agente chimico. Non è dato sapere con precisione quale, ma la sostanza in questione non dovrebbe essere un agente nervino bensi un gas “soffocante”, come ad esempio il fosgene. Un tipo di arma chimica mai usata prima d’ora in Siria. È questa, al momento, l'ipotesi formulata da alcuni esperti dopo aver visionato le immagini delle vittime.
Tra queste, come sempre, si contano anche numerosi bambini.
Quello che invece non si riesce a capire è chi sia realmente il responsabile dell'orrendo gesto. I ribelli accusano il Governo Siriano, il Governo Siriano respinge l' accusa e punta l'indice dritto contro i ribelli stessi.
Gli Stati Uniti, attribuiscono alla Federazione Russa una rilevante responsabilità ed un sia pur indiretto coinvolgimento nei gesti  perpetrati (eventualmente) dai gruppi fedeli al governo di Damasco. E la Russia che fa? Nega a sua volta ogni addebito, e parla di attacco “fabbricato”.
Sta di fatto che, indipendentemente da chi sia il responsabile della strage, ora gli Stati Uniti hanno a disposizione il pretesto, il casus belli, per attaccare la Siria.
Da settimane il numero uno del Pentagono, Jim Mattis, afferma che l’uso di armi chimiche in Siria determinerebbe una dura risposta americana. Lo stesso presidente Trump, che pure aveva annunciato il ritiro delle truppe Usa, aveva pubblicamente dichiarato la propria volontà di attaccare i vertici del regime siriano nel caso in cui fossero state utilizzate armi chimiche.
Non vorranno estraniarsi di certo dalla scena francesi e  britannici, sempre pronti ad agire di concerto con gli Stati Uniti quando si tratta di colpire assetti vitali del governo di Damasco.
E quindi, paradossalmente, assume persino relativa importanza la paternità di  questo attacco chimico. Ciò che conta, invece, sono le decisioni dei Governi Occidentali, ora, che finalmente hanno una motivazione per giustificare un attacco su vasta scala in Siria.
Americani, francesi e britannici devono aver già chiari anche i bersagli contro cui puntare i propri missili.
1)Le basi militari sospettate di essere l’origine degli attacchi chimici.
2)La sede del Governo Siriano e il suo presidente Al Assad
3)I sistemi di difesa aerea della Siria e le batterie operate dai russi.
Ad un' eventuale risposta militare dell'occidente potrebbe invece contrapporsi una più auspicabile risposta diplomatica o politica. A partire da oggi, gli occhi guardano a Washington, le speranze, tutte, sono riposte su John Bolton, nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca.

D.Bart.

venerdì 30 marzo 2018

Gaza, il fuoco dei cecchini uccide 15 palestinesi. 1.400 i feriti

La prima vita soffocata dai colpi d'artiglieria è stata quella di Omar Samour, un contadino di soli 27 anni. Il giovane si trovava all'interno della Striscia di Gaza, ma secondo i militari israeliani, gia troppo vicino alla barriera di sicurezza. E nel momento di alta tensione ogni passo è un pericolo, una minaccia all'invalicabilità del confine da difendere a tutti i costi. Perciò gli ufficiali di Tel Aviv hanno lanciato l'ordine di fare fuoco.
Poco più tardi la stessa sorte è toccata ad Amin Mahmoud Muammar, 35 anni, quindi ad un altro e ad un altro ancora fino a che il numero dei morti è arrivato a 14. Secondo i medici palestinesi, la vittima più giovane aveva 16 anni.

Nella Striscia di Gaza, dove la pace non può, non riesce a metter radici, Israele spara da ore sui manifestanti palestinesi. E oltre a quella dei morti è cominciata anche la conta dei feriti:1.000 - 1.200 - 1.400. Numeri che salgono di ora in ora.
L'esercito israeliano reprime con durezza e decisione la manifestazione commemorativa organizzata da Hamas durante la Yom al-Ard, la giornata della terra, che ricorda i morti palestinesi del 30 marzo 1976, quando le forze armate giunte da Tel Aviv soffocarono nel sangue la protesta dei coloni contro l'esproprio di terreni agricoli . La manifestazione dovrebbe proseguire fino al 15 maggio,  giorno del Nakba, la dichiarazione d'indipendenza israeliana del 1948. Stessa data che segna la diaspora forzata di migliaia di palestinesi.

Nei giorni scorsi il Governo di Tel Aviv aveva diramato l'avvertimento: "non esiteremo a dare ordine di sparare ai cecchini qualora i manifestanti dimostrassero  l'intenzione di superare le  recinzioni per fare il loro ingresso nei territori occupati da colonie israeliane".

Ed è ciò che sarebbe accaduto, almeno secondo le forze armate israeliane che stanno reprimendo senza pietà i tentativi di rivolta dei palestinesi. I quali, in ogni caso, restano imprigionati all'interno di un'area – la Striscia di Gaza – isolata dalle colonie da alti muri e reticolati di filo spinato.
Gli ufficiali israeliani replicano: "I palestinesi fanno rotolare pneumatici incendiati e lanciano pietre verso la barriera di sicurezza, i soldati israeliani ricorrono a mezzi antisommossa e sparano in direzione dei principali responsabili e hanno imposto una zona militare chiusa attorno alla Striscia di Gaza, una zona dove ogni attività necessita di autorizzazione".

LA FURIA DI HAMAS.

La reazione di Hamas non si è  fatta attendere.
"Non cederemo nemmeno un pezzo della terra di Palestina e non riconosceremo l’entità israeliana. Promettiamo a Trump e a tutti quelli che sostengono il suo complotto che non rinunceremo a Gerusalemme e che non c’è soluzione se non il diritto al ritorno”.
Il capo politico Hamas, Ismail Haniyeh, aggiunge:" date il
benvenuto ovunque al popolo palestinese che ha sconfitto la scommessa dei leader nemici secondo cui i vecchi sarebbero morti e i giovani avrebbero dimenticato. Ecco i giovani, i nonni e i nipoti. Non rinunceremo a Gerusalemme".

D.Bart.

sabato 17 marzo 2018

SIRIA. MIGLIAIA DI CIVILI IN FUGA DAI BOMBARDAMENTI. ESODO DA AFRIN E GHOUTA.


  

Colonne di civili, intere famiglie che portano con sé i vecchi, i malati e i lattanti da accudire. Fuggono in fretta e furia,con sacchi di fortuna e valige dove hanno stipato un po' di cibo e indispensabili vettovaglie. Sono decine di migliaia: in parte, lasciano la Ghouta orientale, in parte  Afrin, a nord della Siria.
16mila coloro che, secondo l'ONU, sono partiti da Ghouta, l’unica area vicina a Damasco ancora sotto il controllo dei ribelli siriani e che per questo, da settimane, patisce l'intenso attacco delle forze governative del presidente Bashar al Assad e dei suoi alleati.
50mila, invece, i civili che hanno lasciato Afrin, città del nord della Siria controllata dai curdi e obiettivo dell’ultima campagna militare turca, iniziata due mesi fa.
Qui la situazione si è  aggravata negli ultimi giorni, quando la Turchia ha annunciato di avere circondato la città, proprio mentre migliaia di persone erano ancora in fila per uscire dall’unica via di fuga rimasta aperta e nell'imminenza di un probabile bombardamento.
I curdi hanno lanciato un ultimo SOS venerdì, quando  l’unico ospedale operativo di Afrin è stato colpito dalle bombe sganciate dagli aerei turchi. Sotto questi  bombardamenti sono morte 43 persone, inclusi i bambini.
Ma la Turchia non arretra di un passo: vuole prendere Afrin e indebolire cosi  i curdi siriani, che il presidente  Recep Tayyp Erdogan sospetta essere molto vicini ai terroristi del PKK.
E se Afrin dovesse cadere nella mani di Ankara, migliaia di curdi attualmente in fuga non potrebbero più tornare  alle proprie case, alle proprie vite.
La strategia di Erdogan prevede infatti la creazione di “zona cuscinetto”, che vada oltre il confine meridionale turco con la Siria. Una lingua di terra individuata proprio in Afrin, attualmente controllata dai curdi.

A Ghouta orientale, invece, si teme un massacro. La situazione è gravissima, da settimane ormai.
L'offensiva militare del regime di Assad ha già ucciso 1.250 civili, su una popolazione stimata di 400mila persone. Gli attacchi sono continuati quasi incessantemente, nonostante la tregua di un mese approvata dall’ONU e tregue più limitate, di poche ore al giorno, promosse dalla Russia. Dall'Osservatorio siriano per i diritti umani, sappiamo che soltanto nella giornata di venerdì 46 civili, tra cui 6 bambini, sono morti sotto i bombardamenti  dell'esercito di Assad e dei suoi alleati.
Una guerra fratricida nella quale, per paradosso, è lo stesso governo siriano a portare "in salvo" i civili impauriti, attraverso i cosiddetti corridoi umanitari. Soltanto venerdì erano circa 4000 le persone in fuga. Mai così tante, in poche ore. 
D.Bart

domenica 11 marzo 2018

Bombe e massacri di civili. Continua, implacabile, l'offensiva dell' esercito turco su Afrin.

Ad Afrin, la situazione si fa di ora in ora più dura e drammatica. L' esercito turco, entrato da giorni in territorio siriano, continua a uccidere senza discrimine combattenti e civili. Le bombe hanno distrutto case, scuole, mercati e acquedotti. La città ha quasi terminato le riserve d'acqua dopo che i turchi, preso possesso della diga di Meidanki, hanno tagliato la fornitura e bombardato le stazioni di pompaggio. Viveri e medicinali non sono sufficienti a soddisfare le richieste dal momento che in città ha cercato rifugio anche la gente dei villaggi, già caduti sotto controllo dell'esercito turco e delle milizie jihadiste.
Il sentore di un imminente massacro aleggia su tutto il territorio di guerra, tanto che Asya Abdullah, del Movimento per una società democratica (Tev-Dem), ha invitato tutti i curdi alla sollevazione. La sirena d'allarme è  suonata in queste ultime ore, dopo che l’esercito turco e le formazioni  jihadiste
alleate si sono avvicinate a 2 chilometri dal centro di Afrin.
La città è stata presa d'assedio su diversi lati, in particolare dalla direzione di Shera: una distanza che pone  direttamente sotto minaccia il centro di Afrin. L' alta densità della popolazione, costituita dai residenti e dai tanti rifugiati, soffre la mancanza di acqua e non solo. Mancano anche generi di prima necessità, mentre  bombardamenti di artiglieria e di aerei continuano a colpire zone periferiche della città.
Il Tev Dem ha chiamato a una mobilitazione generale, a una sollevazione in tutti i posti e le piazze del mondo per difendere Afrin. Sotto accusa c'è il "progetto di pulizia etnica" che Erdogan e  jihadisti vorrebbero attuare sulla popolazione di Afrin.
Da più parti viene invocata la costituzione di una no fly zone che fermi i bombardamenti aerei, gli stessi che continuano ad alimentare il già  elevatissimo numero di vittime civili.  Azioni di protesta sono già in atto in molte città europee, ed anche in Bashur.
La gente di Afrin chiede alla comunità internazionale di rompere il silenzio, chiede di sostenere la popolazione, invoca una proposta di pace per la Siria.
È ora che abbia fine questo massacro, passato fino ad oggi sotto silenzio, o quasi.
D.Bart.

Un bambino spaventato nelle strade distrutte di Afrin

venerdì 2 marzo 2018

ZUCCHERO E TUMORI. UNO STUDIO RIVELA L'EFFETTO DISASTROSO CHE SVEGLIA LE CELLULE CANCEROGENE.


Un team di ricercatori europei ha scoperto una relazione disturbante tra il consumo di zucchero e l'iperattività delle cellule tumorali. Dopo nove anni di studi, gli scienziati belgi hanno dimostrato come l' effetto di Walburg , un fenomeno in cui le cellule tumorali abbattono gli zuccheri molto rapidamente, può stimolare lo sviluppo e la crescita dei tumori.

Secondo il rapporto, i tumori trasformano maggiori quantità di zucchero in lattato rispetto ai tessuti sani. Questo effetto è stato ampiamente studiato e persino utilizzato per l' individuazione di tumori cerebrali .

Lo studio , iniziato nel 2008 sotto la guida del professor Johan Thevelein, ha dimostrato come l'assorbimento iperattivo di zucchero da parte delle cellule tumorali porti ad un circolo vizioso di continua stimolazione dello sviluppo e della crescita del cancro, il che spiegherebbe la correlazione tra l'intensità dell'effetto Warburg e l'aggressività del tumore.

Per arrivare alla scoperta, gli esperti hanno analizzato le cosiddette "proteine ​​Ras", che si trovano comunemente nelle cellule tumorali e possono sviluppare forme mutate di cancro . Usando il lievito come riferimento, il team ha osservato il legame tra l'attività di Ras e il metabolismo dello zucchero, altamente attivo nel lievito.

Secondo il professore, la ricerca offre una base per studi futuri in questo ambito, che potrebbero guidare il cambiamento della dieta nelle persone che soffrono o sono inclini allo sviluppo di diversi tipi di tumori.