Dopo aver stracciato l’accordo del 2015 e lanciato un conflitto che è ha trasformato il Medio Oriente in un campo minato, il presidente USA cerca un accordo, ma Teheran smentisce e continua a sparare.
Trump lo chiama progresso storico e dice: “ l’Iran, in un accordo per la pace, ha accettato l’azzeramento delle armi nucleari; le trattative con i mediatori-Oman e Pakistan- sono molto produttive”.
Ma Teheran nega seccamente: “Nessuna negoziazione”. I missili continuino a piovere su Israele e sul Golfo.
Siamo al 29 marzo 2026, quarto mese della guerra iniziata il 28 febbraio dopo un ultimatum fallito. L’obiettivo degli USA mirava a smantellare tutto: centrifughe, scorte di uranio, missili balistici, gruppi come Hezbollah e Houthis. Un piano in 15 punti che l’Iran ha liquidato come “lista dei desideri”.
Eppure, dopo aver ucciso Khamenei , Trump ora parla di “principali punti d'intesa": niente bombe atomiche, riapertura dello Stretto di Hormuz, concessioni su petrolio. Qualcosa di simile al vecchio JCPOA, ma più duro. Con JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), s’intende l’accordo internazionale stipulato il 14 luglio 2015 a Vienna tra Iran, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania e l’Alto Rappresentante dell’ UE per gli affari esteri, in merito alla limitazione del programma nucleare iraniano e al suo utilizzo per scopi energetici, civili e pacifici.
Lo stesso che Trump ha rottamato nel 2018.
Critici come il colonnello Douglas MacGregor, ex consulente di Trump, parlano chiaro: “ l’Iran tiene il timone, Trump rischia un passo falso”.
Di fatto, la guerra non ha fermato il programma nucleare, ha solo accelerato l’escalation. In atto, si registrano canali diplomatici ufficiosi,
minacce da film tipo “scatenate l’inferno”, un’economia globale che trema per il blocco Hormuz.
È un fallimento camuffato da vittoria. Trump voleva “pace attraverso la forza”, ma dopo bombe e morti, corre a trattare – mentre l’Iran resiste. Un’umiliazione, si! Forse non assoluta, ma di sicuro un boomerang geopolitico.
IL CONFLITTO.
Un mese di guerra ha trasformato la regione in un inferno. Trump ha lanciato “Operation Epic Fury” con incursioni aeree massicce sui siti nucleari di Natanz e Fordw, basi militari, navi e infrastrutture.
Sono stati oltre undicimila i bersagli colpiti.
L’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema e massimo leader religioso dell’Iran, è stato ucciso e subito, sostituito dal figlio Mojtaba.
L’Iran ha risposto con oltre 1.250 missili balistici e 2.328 droni su Israele, basi USA in Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, e persino su Cipro. Le difese iraniane sono state decimate, ma Teheran continua a lanciare, anche se a un ritmo ridotto del novanta per cento.
ESPANSIONE REGIONALE
Hezbollah, in Libano è in guerra aperta con Israele dal 17 marzo. L’ invasione terrestre ha già causato
più di mille morti.
Gli Houthis dello Yemen sono entrati nel conflitto il 28 marzo con il primo missile intercettato su Israele, con minacce al Mar Rosso e la chiusura dello stretto di Bad el-Mandeb, il braccio di mare tra lo Yemen e Gibuti, attraverso il quale transita circa un ottavo del commercio mondiale.
Le milizie pro-Iran hanno inoltre lanciato attacchi contro basi USA in Iraq e Giordania, navi sono state colpite nel porto del Kuwait a sua volta danneggiato.
Lo Stretto di Hormuz, che l’Iran controlla come punto di pedaggio con pagamento in yuan cinesi, è interdetto ai nemici.
Le conseguenze sono disastrose: un traffico quasi fermo, i prezzi del petrolio a centotredici dollari al barile (+40%), il gas alle stelle, i mercati in tilt, e una crisi energetica globale, la peggiore dal ’73.
Al costo economico si aggiunge quello umano, drammatico e ingiusto in tutta la sua ferocia.
Migliaia di morti tra i civili, con scuole e ospedali colpiti senza scrupoli. Tanto che il popolo comincia a reagire. La giornata “No Kings” contro Trump ha fatto scendere in piazza otto milioni di persone, solo negli USA. Dove si sono svolte oltre 3.000–3.300 manifestazioni in tutti i 50 stati, rendendo quella di ieri una delle giornate di protesta più grandi nella storia americana.
Uno degli eventi principali si è svolto a St. Paul-Minneapolis con Bruce Springsteen che ha cantato un brano dedicato alle vittime delle operazioni ICE.
Migliaia di persone hanno manifestato anche
a New York, Washington DC, Los Angeles, Chicago, San Francisco.
Molte proteste si sono svolte anche fuori dalle grandi metropoli
in aree rurali e piccole città.
PROTESTE “No Kings”
NEL MONDO”.
Si sono svolte in diversi paesi come Europa, Canada, Messico, Australia, ma in scala minore rispetto agli USA.
In Italia, migliaia di persone hanno sfilato a Roma e in altre città sotto lo slogan “Together. Contro i Re e le loro guerre”.
Temi principali: -Opposizione alla guerra in Iran.
-Critica alle politiche di immigrazione e alle operazioni ICE, accusata di “crudeltà” e abusi.
-Rifiuto di uno stile di governo visto come autoritario “No Kings” = “Non vogliamo re”.
-Preoccupazioni economiche per i prezzi della benzina alle stelle a causa del conflitto in Medio Oriente.
Il carattere delle proteste è stato ampiamente pacifico. La stragrande maggioranza delle marce si è svolta senza incidenti gravi.
Ci sono stati alcuni arresti isolati per scontri tra manifestanti o per mancato scioglimento dei cortei in alcune zone, ma nessun disordine di massa.
La giornata di grande mobilitazione ha dimostrato una opposizione diffusa e organizzata contro Trump, soprattutto sul fronte della guerra in Iran e del contrasto violento all’immigrazione.
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