giovedì 26 marzo 2026

Attacchi Usa/Israele/Iran: Hormuz sotto minaccia. Le due facce di Trump

 



Quella tra il 25 e il 26 marzo è stata una notte di fuoco nel Medio Oriente. Israele ha lanciato attacchi su larga scala contro l’Iran: obiettivi militari, infrastrutture energetiche, quartieri est ed ovest di Teheran. Le difese aeree iraniane hanno intercettato gran parte dei missili, ma le immagini che circolano – esplosioni luminose  contro il cielo buio, fumo nero che sale dai palazzi – parlano chiaro. Non ci sono ancora cifre ufficiali di vittime, ma la tensione è altissima.



Ma l’Iran non è stata a guardare: ha risposto con missili balistici, tra cui una bomba a grappolo che ha ferito cinque civili israeliani a Kafr Qasim. Hezbollah, dal Libano, ha sparato razzi verso il centro del paese. Sirene ovunque: Gerusalemme, Tel Aviv, Cisgiordania. Mentre Teheran alza ulteriormente il tiro piazzando mine e trappole intorno all’isola di Kharg, hub petrolifero chiave, e il parlamento discute un “pedaggio di sicurezza” sullo Stretto di Hormuz. Tradotto: se volete passare, pagate – o rischiate.

La mappa aiuta a capire perché Hormuz è il nervo scoperto del mondo




Donald Trump, dal canto suo, gioca a due facce. Da un lato dice: «L’Iran vuole un accordo, ma ha paura di dirlo; temono di essere uccisi da noi o da loro stessi». Dall’altro, respinge il piano di Teheran in 15 punti definendolo «un bluff». Colloqui segreti sarebbero in corso in Pakistan, con mediazione turca. L’ Iran risponde con cinque condizioni durissime: stop immediato a raid e assassinii, risarcimenti, garanzie che non vi sarà un’ aggressione futura. Difficile immaginare che Washington accetti.




Trump, oggi in conferenza stampa, sventola spavaldamente il pugno. E il mondo trattiene il fiato.

Perché stavolta non è solo un’escalation: è il primo vero test del nuovo ordine post-2025.

Se Hormuz chiude – anche solo per un giorno – il prezzo del barile schizza a centocinquanta, l’Europa va in blackout, la Cina s’arrabbia davvero.

Teheran lo sa. Israele lo sa. Trump lo sa.

Ma nessuno vuole essere il primo a mollare la presa.

Quindi sì: la notte tra il 25 e il 26 marzo è stata di fuoco.

La prossima potrebbe essere peggio. 




L’agenzia di stampa Tasnim cita una fonte militare iraniana: «Più di un milione di combattenti iraniani sono pronti per uno scontro terrestre con gli americani». Parla di una mobilitazione rapida, con un’ondata di volontari – soprattutto giovani – che si sono iscritti in massa a Basij, Guardia Rivoluzionaria ed esercito regolare. Il tono è minaccioso: se gli USA provano uno sbarco tentando di riaprire lo Stretto di Hormuz, per loro sarà «un suicidio». Teheran è pronta a trasformarlo in una trappola storica.

Il Basij ha da sempre stime intorno al milione-tra attivi, riserva e mobilitabili-ma è una milizia leggera, più adatta al controllo interno e guerra asimmetrica che per battaglie convenzionali. Non è un esercito da invasione, ma perfetto per guerriglia, mine, imboscate. L’Iran usa queste dichiarazioni per scoraggiare un’invasione terrestre. Che Trump ha sempre detto di voler evitare, ma il Pentagono sta mandando in zona paracadutisti (82ª Airborne) e 2.500-5.000

marines

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