Guerre, geopolitica e potere: cronache e analisi dal Medio Oriente al nuovo ordine globale.
venerdì 28 giugno 2019
SEA WATCH3: PERCHÉ CAROLA RACKETE HA RISPETTATO DIRITTO INTERNAZIONALE E LEGGI ITALIANE.
L’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario (che nel nostro ordinamento ha valore di diritto costituzionale in base al rinvio operato dall’art. 10 Cost.), sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM) e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) (entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’art. 117 Cost.). Per previsione espressa di quest’ultima Convenzione il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti.
La comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete, ha deciso di non rispettare il divieto di ingresso nel mare territoriale italiano e portare finalmente i migranti soccorsi il 12 giugno scorso verso un porto sicuro per lo sbarco. Nonostante la si accusi ora di aver violato le leggi dello Stato italiano, e in particolare il divieto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina previsto dall’art. 12 del d.lgs. 186/1998 e il divieto di ingresso imposto dal Ministro dell’Interno sul fondamento del DL 53/2019, c.d. sicurezza-bis, la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale e dalle leggi sia italiane sia del suo stato di bandiera. Ciò che in tutta questa vicenda appare invece manifestamente illegittimo, sia dal punto di vista del diritto costituzionale italiano sia del diritto internazionale è proprio il c.d. decreto sicurezza bis.
L’unico porto di sbarco che era stato indicato alla Sea Watch 3 è il porto di Tripoli, dove nessuno sbarco di migranti è lecito perché in ragione delle gravissime violazioni dei diritti umani fondamentali che i migranti subiscono in Libia, nonché del conflitto in corso, la Libia non può essere in alcun modo considerata un porto sicuro (si veda da ultimo la Raccomandazione agli stati della Commissaria ai diritti umani del Consiglio d’Europa). Come deciso dal GIP di Trapani in una recente sentenza l’essere riportati in Libia avrebbe costituito un’offesa ingiusta alla quale i migranti stessi avrebbero potuto opporsi anche con la forza in legittima difesa (art. 52 c.p.).
Una volta chiarito che verso Tripoli la Sea Watch non avrebbe in alcun caso potuto dirigersi, la comandante si è lecitamente diretta verso il porto sicuro più vicino, e quindi Lampedusa. Tutti gli stati membri della Convenzione SAR hanno l’obbligo di cooperare affinché il comandante della nave che ha prestato soccorso sia liberato dalla propria responsabilità (ovvero possa far sbarcare le persone soccorse) nel minor tempo possibile e con la minor deviazione dalla propria rotta.
L’aver individuato Lampedusa come luogo di sbarco costituisce quindi non solo un comportamento legittimo, ma anche il più ovvio da parte della Comandante che aveva una legittima aspettativa di vedersi assegnare lì un luogo di sbarco. Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma è presumibile che anche qualora eventuali comportamenti illeciti siano constatati venga comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). Va in ogni caso ricordato che in nessuno dei casi in cui sono state aperte indagini a carico di Ong per i soccorsi in mare si è mai giunti a una condanna: quando i giudici si sono pronunciati hanno sempre considerato legittimo il comportamento di chi aveva prestato il soccorso in mare.
Se di responsabilità si vuole parlare, sarebbe meglio parlare di quelle dell’Italia. Va infatti considerato che la nave, probabilmente già da prima, ma sicuramente da quando è entrata nelle acque territoriali italiane, si trova sotto la giurisdizione dell’Italia per l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pertanto il prolungarsi del trattenimento a bordo della nave dei migranti, già estremamente provati, integra da parte dello Stato italiano una violazione dell’art. 3 e dell’art. 5 della Convenzione . Su questa conclusione non incide il rifiuto della Corte di imporre all’Italia misure cautelari ed urgenti, tale pronuncia, infatti, non è sul merito della vicenda ma, appunto, solo sulla misura cautelare.
È un fatto che le norme dell’ordinamento internazionale e costituzionale sono sempre più spesso violate da politiche di ostacolo alle operazioni di soccorso in mare.
Fonte: FRANCESCA DE VITTOR, docente di Diritto internazionale e Diritti dell’uomo alla facoltà di Giurisprudenza
sabato 22 giugno 2019
MIGRANTI: QUANDO LA REALTA' DIVERGE DA FANTASIA, PROGRAMMI E PROCLAMI.
Nonostante le roboanti dichiarazioni di chi si autoproclama salvatore e guardiano delle patrie frontiere, in Italia i clandestini aumentano.
Così come, di pari passo, aumenta l’insicurezza.
La crudele battaglia contro i barconi e la criminalizzazione di chi salva la gente in mare ha il solo scopo di stendere il classico velo sui pasticci e sul fallimento della politica migratoria del Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Innanzitutto, non è vero che tutti i migranti arrivano sui barconi. Dall’Africa, come da ogni altra parte del mondo, si arriva via terra, con gli aerei, spesso con visti turistici. Solo il 5 percento dei migranti sbarca sulle nostre coste.
Con il decreto sicurezza, 120 mila migranti sono diventati irregolari, quindi clandestini, perciò potenziale manovalanza per la criminalità organizzata e mafie varie.
Solo negli ultimi sei mesi la Germania ha rimandato in Italia 1200 migranti. Particolare che il Ministro dell’Interno ha evitato di divulgare. Preoccupato com’è che il crescente consenso nei confronti della sua politica possa subire una sia pur lieve flessione.
Lo stesso Ministro, peraltro, non si presenta alle riunioni europee appositamente organizzate per rivedere il trattato di Dublino. In particolare per ridiscutere il regolamento che impone di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un passaggio importante che, al momento, addossa tutto il peso degli arrivi sui paesi più facilmente raggiungibili attraverso le rotte del Mediterraneo, come l’Italia e la Grecia.
Intanto, mentre si sbandiera il successo “umanitario” di aver ridotto le morti in mare, nell’ultimo anno sono annegati nel Mediterraneo 1500 migranti. Per dire di quelli che si sono potuti contare; quanti altri non sappiamo.
Attualmente almeno 1 migrante su 6 muore durante la traversata. Nel 2017 ne moriva 1 su 19.

1 migrante su 2 muore nei campi libici; perciò dei 10.000 migranti riportati in Libia quest’anno ne sono stati condannati a morte 5.000
Tutti gli esseri umani passati per i campi libici hanno subito torture, stupri e violenze di ogni genere, tra cui la schiavitù.
Riportarli in Libia, quindi, significa rendersi complici di un massacro, giacché, spesso, gli stessi scafisti sono uomini della guardia costiera libica ai quali lo Stato italiano ha delegato la “sicurezza” dei rifugiati e dei migranti.
È così che si alimentano insicurezza, paura, avversione, razzismo, crudeltà. Ciò che per i sovranisti-nazionalisti è un successo. Mentre ad altri fa orrore.
D.Bart.
Così come, di pari passo, aumenta l’insicurezza.
La crudele battaglia contro i barconi e la criminalizzazione di chi salva la gente in mare ha il solo scopo di stendere il classico velo sui pasticci e sul fallimento della politica migratoria del Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Innanzitutto, non è vero che tutti i migranti arrivano sui barconi. Dall’Africa, come da ogni altra parte del mondo, si arriva via terra, con gli aerei, spesso con visti turistici. Solo il 5 percento dei migranti sbarca sulle nostre coste.
Con il decreto sicurezza, 120 mila migranti sono diventati irregolari, quindi clandestini, perciò potenziale manovalanza per la criminalità organizzata e mafie varie.
Solo negli ultimi sei mesi la Germania ha rimandato in Italia 1200 migranti. Particolare che il Ministro dell’Interno ha evitato di divulgare. Preoccupato com’è che il crescente consenso nei confronti della sua politica possa subire una sia pur lieve flessione.
Lo stesso Ministro, peraltro, non si presenta alle riunioni europee appositamente organizzate per rivedere il trattato di Dublino. In particolare per ridiscutere il regolamento che impone di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un passaggio importante che, al momento, addossa tutto il peso degli arrivi sui paesi più facilmente raggiungibili attraverso le rotte del Mediterraneo, come l’Italia e la Grecia.
Intanto, mentre si sbandiera il successo “umanitario” di aver ridotto le morti in mare, nell’ultimo anno sono annegati nel Mediterraneo 1500 migranti. Per dire di quelli che si sono potuti contare; quanti altri non sappiamo.
Attualmente almeno 1 migrante su 6 muore durante la traversata. Nel 2017 ne moriva 1 su 19.

1 migrante su 2 muore nei campi libici; perciò dei 10.000 migranti riportati in Libia quest’anno ne sono stati condannati a morte 5.000
Tutti gli esseri umani passati per i campi libici hanno subito torture, stupri e violenze di ogni genere, tra cui la schiavitù.
Riportarli in Libia, quindi, significa rendersi complici di un massacro, giacché, spesso, gli stessi scafisti sono uomini della guardia costiera libica ai quali lo Stato italiano ha delegato la “sicurezza” dei rifugiati e dei migranti.
È così che si alimentano insicurezza, paura, avversione, razzismo, crudeltà. Ciò che per i sovranisti-nazionalisti è un successo. Mentre ad altri fa orrore.
D.Bart.
sabato 20 aprile 2019
Tripoli: in 600 senza acqua e cibo. Migliaia di famiglie libiche in fuga, 3.000 migranti bloccati in zone di conflitto
Nel centro di Qaser Bin Gashir più di 600 persone, tra le quali bambini molto piccoli e donne in gravidanza, inviano appelli disperati: non hanno più cibo, non hanno acqua.
Venerdì scorso le forze di Haftar hanno conquistato l’area è intorno sono ancora in corso scontri violenti; è impossibile far giungere loro generi alimentari o soccorsi. Ora temono il trasferimento in un altro centro, a Zintan, dove morti di tubercolosi sono sempre più numerosi. E nonostante la gestione dei centri sia stata criticata e bocciata dai vari organismi internazionali, i governi europei, compreso quello italiano, restano indifferenti davanti alla violazione sistematica delle convenzioni internazionali, alle condizioni sanitarie agghiaccianti, alle continue torture cui sono sottoposti migliaia di rifugiati. Condizioni che l’esplosione della guerra ha reso ancora più disumane.
Centro di Qaser Bin Gashir
I combattimenti hanno inoltre costretto migliaia di famiglie libiche a fuggire dalle proprie case per cercare riparo dai parenti o in rifugi temporanei in edifici pubblici: scuole, palestre, uffici. Fra meno di due settimane gli ospedali avranno terminato le scorte di forniture mediche.. Acqua ed elettricità scarseggiano, i rifugiati e i migranti bloccati nei centri di detenzione governativi vicini alle zone del conflitto sono oltre 3.000. Per loro non esiste via di fuga, il fuoco incrociato li sfiora giorno e notte.
#MédecinsSansFrontières ha soccorso in questi giorni i centri di Anjila, Abu Salim, Sabaa. Ha fornito acqua potabile a quello di Tajoura dove le persone della comunità danno un grande aiuto portando cibo ai migranti. Ma nessuna soluzione permanente è stata presa in considerazione dalle autorità libiche. Nel centro di Ain Zara, a 6,5 chilometri dalla linea del fronte, sono ammassate 540 persone, in condizioni disumane.

Sebbene il numero di persone all’interno dei centri possa variare di giorno in giorno, al momento ci sono 135 persone in quello di Anjila, a 5,5 chilometri dal fronte, mentre pochi giorni fa c’erano 910 persone nel centro di Abu Salim, il più vicino a quello che nei prossimi giorni potrebbe essere territorio di scontri, dopo il bombardamento del quartiere la notte del 16 aprile. L’UNHCR si sta preparando a trasferire una parte delle persone più vulnerabili da Abu Salim al proprio Centro, ma lo spazio è limitatissimo.
Centro di Qaser Bin Gashir
D.Bart.
martedì 9 aprile 2019
GUEARRA IN LIBIA: ''NON CONDIVIDONO IL CIBO PERCHE' SIAMO CRISTIANI''
Nei centri di detenzione libici sono trattenute attualmente circa 5,700 persone. Sono uomini, donne e bambini la cui esistenza è, al momento, scandita da poche regole, sia pur malfamate. Se con il cambiamento della situazione politica anche queste dovessero crollare una nuova emergenza andrebbe ad aggiungersi al caos generale.
Nell'immagine centro di detenzione libico a Zintan, a 160 km da Tripoli (fonte OPEN)
Le violenze inflitte alla popolazione civile durante gli scontri armati non hanno freni, vengono perpetrate da tutte le parti in conflitto, senza distinzione alcuna. Perché in guerra non esistono buoni e cattivi, si combatte per uccidere. Ma per il momento non c’è una missione umanitaria pronta a correre in soccorso della Libia. Dai messaggi che filtrano si capisce che i detenuti sono al corrente della situazione
Gira voce che in alcuni centri di detenzione - come a Qaser bin Ghasir e Gharyan - i migranti si trovino bloccati senza viveri e senza elettricità. L’unico piano di evacuazione fino ad ora eseguito ha riguardato i dipendenti dell’Eni e dell’ambasciata italiana. Ma nessuna missione umanitaria è stata organizzata per il soccorso in Libia.
Il conflitto
Il conflitto vede contrapposti il Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj a Tripoli, (appoggiato delle Nazioni Unite, compresa l’Italia, i cui interessi economici sono prevalentemente concentrati nella zona nord-occidentale del Paese), e le forze del Generale Khalifa Haftar, (appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti), che controlla la Cirenaica con le città di Bengasi e Tobruk.
La tregua umanitaria chiesta dall’Onu non viene minimamente rispettata. Si cominciano a contare i morti, una cinquantina per ora, da una parte e dall’altra. Il conflitto è arrivato fino alla periferia di Tripoli con il bombardamento dell’aeroporto.
In città le scuole sono chiuse, la gente s’ammassa nei supermercati per fare scorte di cibo, alcuni hanno già abbandonato le proprie abitazioni in cerca di luoghi ritenuti più sicuri.
Attacchi missilistici da parte delle forze di Haftar.-milizie dell’autoproclamato Liyan national army (Lna)- hanno colpito la città di Grad da Garian, a circa 80 chilometri da Tripoli.
I lager libici
I centri di detenzione in Libia sono 26. È li che la guardia costiera libica, finanziata anche con il contributo dell’Ue, rinchiude tutti i migranti che tentano di lasciare l’Africa via mare. Chiunque manifesti, anche pacificamente, viene sottoposto a violenze e torture di vario genere, come si è potuto documentare nel centro di Triq al Sikka a Tripoli.
Centro di detenzione libico a Zintan, a 160 km da Tripoli (fonte OPEN)
Oppressi, torturati, ammassati in spazi ristretti e senza servizi igienici: è questo il destino dei migranti meno fortunati che non sono riusciti a superare la barriera dei guardiani del mare. Dalla capitale libica sotto assedio arrivano ad Open messaggi come questi: “Siamo circa 130 profughi e viviamo in un hangar. Alcuni di noi hanno passato più di due anni nei centri di detenzione. Fa molto freddo e il cibo scarseggia. I libici non vogliono condividerlo con noi perché siamo cristiani".
“Abbiamo paura. Non possiamo scappare e anche se cerchiamo di farlo rischiamo di essere rapiti, per cui preferiamo stare in questa prigione disgustosa. È un momento terribile. La guerra ci fa paura. Sentiamo le bombe cadere».
Questo è il messaggio di un ragazzo eritreo. Uno dei tanti già segregati in condizioni pietose, che stanno vivendo una situazione ancor più devastante.
D.Bart.
sabato 6 aprile 2019
L'AVANZATA DI KHALIFA HAFTAR SU TRIPOLI: UN BLUFF O UN POSSIBILE BAGNO DI SANGUE
Khalifa Haftar passa all’atto e decide di prendersi la Libia. Irrompere nella capitale è finalmente, per il Generale, un traguardo raggiungibile: ora che la popolazione, stremata dai disordini, desidera soltanto un salvatore, ora che i capi delle milizie non sembrano assolutamente propensi ad impegnarsi in pericolosi combattimenti.
È facile immaginare che Haftar conti di portare dalla propria parte molti gruppi armati della capitale. La situazione è tale da escludere uno scontro ideologico. Alla “fede”, semmai, si ispirano solo alcuni miliziani salafiti, seguaci di un predicatore saudita, che militano nell’esercito del Generale.
A prevalere, in questa fase, sono interessi, opportunità legate ad un quadro più generale e internazionale.
Haftar è sostenuto economicamente dagli Emirati Arabi Uniti, supportato,forse,dai sauditi e dai russi attraverso i mercenari del gruppo Wagner presenti in territorio libico. Può contare, inoltre, sull’appoggio politico e d’intelligence dei francesi.
Evidentemente, non su quello degli Stati Uniti dell’era Trump, molto defilati e indifferenti nei confronti di eventi che non riguardino direttamente l’America. Non su quello delle Nazioni Unite o della comunità internazionale che, sia pur sommessamente, appoggiano Fayez al Sarraj, premier del governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale dopo l'accordo di pace del dicembre 2015.
Non su quello dell'Unione Europea che, senza nemmeno nominare i co-protagonisti della difficile situazione libica, si rivolge a "tutte le parti coinvolte" invitandole ad evitare un'evoluzione violenta della crisi. Le milizie hanno ormai capito che alla Libia, come a tutto il Nord Africa, convenga appoggiarsi ai paesi del Golfo
Il Generale Haftar, ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore del Governo cirenaico di Tobruk, non ha al momento a disposizione una forza militare in grado di sopraffare militarmente la capitale; ma soprattutto, se vuole assicurarsi legittimità, interna e internazionale, non può far degenerare la crisi in un bagno di sangue. E con Misurata, citta-stato che difende Tripoli, l’ingresso del Generale non potrebbe passare se non attraverso azioni violente.
Secondo alcuni osservatori l'avanzata verso la capitale costituirebbe una sorta di bluff per capire chi è disposto ad appoggiarlo.
Haftar ha combattuto per anni prima di liberare Bengasi, ha già subito le prime perdite solamente affacciandosi ai sobborghi di Tripoli. Possibile allora che le trattative ufficiose continuino, cosi come la propaganda che lo indica come “liberatore dalle forze terroristiche”? Il supporto internazionale e il clima di generale pacificazione lo favoriscono nel medio e lungo periodo. La sua credibilità si gioca tutta in queste ore.
E ammesso che riesca a conquistare il potere a Tripoli, quanto tempo avrebbe a disposizione per riorganizzare un paese nel caos, privo ormai di una qualunque istituzione cui appoggiarsi per ricominciare? Haftar ha 75 anni, e dopo il suo recente ricovero a Parigi non circolano voci confortanti sulla sua salute.
D.Bart.
lunedì 18 febbraio 2019
GOVERNATIVI E RIBELLI HOUTHI SI RITIRANO LASCIANDO HODEIDAH ALLE NAZIONI UNITE.
YEMEN. 18 febbraio 2019- Dopo il round negoziale in Svezia tra ribelli Houthi e governo yemenita, le due parti hanno raggiunto ieri un accordo sulla città di Hodeidah: si ritireranno lasciando il controllo della città portuale sul Mar Rosso alle Nazioni Unite. È la prima fase del ridispiegamento congiunto delle forze armate.
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| Il porto di Hodeidah dopo un raid saudita (Foto: Yemen Press) |
Oltre al porto di Hodeidah, il movimento Houthi e le forze governative e pro-governative
dovranno abbandonare i porti di Salerà e Ras Isa e le periferie della città. Sono passati due mesi esatti dal cessate il fuoco del 18 dicembre scorso. Una tregua per lo più rispettata, rotta da alcuni scontri tra le due parti mai degenerati in un nuovo conflitto.
dovranno abbandonare i porti di Salerà e Ras Isa e le periferie della città. Sono passati due mesi esatti dal cessate il fuoco del 18 dicembre scorso. Una tregua per lo più rispettata, rotta da alcuni scontri tra le due parti mai degenerati in un nuovo conflitto.
La popolazione può tornare, quantomeno, a sperare; perché Hodeidah ha un’importanza fondamentale per i civili: secondo porto del paese dopo Aden, è il primo punto di accesso degli aiuti umanitari in arrivo in Yemen. Circa il 70% del soccorso entra da questo scalo, anche se si tratta di un supporto comunque insufficiente a far fronte alla più dura crisi umanitaria della regione. Il blocco imposto dai Sauditi via terra e via aria impedisce l’arrivo sistematico dei cargo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali, e ciò che entra non può bastare ad una popolazione di 28 milioni di persone, l’80% delle quali sopravvive solo grazie ad aiuti esterni.
Toccherà poi alla fase 2 predisporre l’intero ridispiegamento delle forze armate quando anche i combattenti dovrebbero essere posti sotto il controllo delle Nazioni Unite. I dettagli della demilitarizzazione e del ridispiegamento non sono noti. Si tratta della parte più complessa e difficile perché andrà a pesare sugli attuali equilibri della città portuale. Ma la strada verso un dialogo politico reale non può prescindere da questa fase.
L’emergenza umanitaria resta comunque il primo problema da affrontare. Quattro anni di guerra a guida saudita contro lo Yemen hanno ridotto i due terzi della popolazione civile ad una sorta di sopravvivenza in pre-carestia ed un terzo in condizioni di estrema vulnerabilità. 24 milioni di persone, invocano una qualche forma di assistenza umanitaria o di protezione, 14,3 milioni tra queste hanno bisogno di un soccorso immediato.
Basta? Neanche per sogno! I paesi che hanno voluto la guerra, che la conducono e la perseguono dal marzo 2015, al di fuori d’ogni principio di legalità internazionale, continuano ad armarsi. Ad Abu Dhabi, dove è in corso la fiera militare, gli Emirati Arabi hanno siglato contratti di acquisto di armi per un valore totale di 1,3 miliardi di dollari. Tra i prodotti in mostra sono presenti anche molti armamenti già impiegati in Yemen: armi automatiche, carri armati, veicoli blindati. Abu Dhabi ha firmato inoltre un accordo di vendita da 335 milioni di dollari con la statunitense Raytheon Co. of Waltham per missili Patriot terra-aria.
La commissione per le relazioni internazionali dalla Camera dei Lord britannica ha duramente condannato nei giorni scorsi la vendita di armi da parte di Londra all’Arabia Saudita. Per la prima volta l’esportazione militare verso Riyadh è stata definita “illegale”: il governo è accusato di non aver mai condotto un’indagine indipendente sull’uso che di quelle armi viene fatto in Yemen. Si parla e si tratta di stragi di civili -uomini donne bambini- , di distruzione e attacchi sistematici contro infrastrutture, scuole, cliniche, case.
(D.Bart.)
mercoledì 23 gennaio 2019
DA BECCARIA A SALVINI: NASCITA E DECLINO DELLA SOCIETA' UMANA
L’arresto del terrorista rosso Cesare Battisti, condannato all’ergastolo dai tribunali italiani e latitante all’estero da trentasette anni, ha esortato Matteo Salvini a pronunciare una frase che ci riporta indietro di secoli :”che marcisca in galera”.
Ore dopo, la morte di un tunisino, ammanettato e legato alle caviglie dalla polizia nel corso del suo arresto, sortisce, sempre da parte di Salvini, un cinico : “dovevamo offrigli caffè e cornetto”?
Quindi, la notizia dei 170 migranti morti nel Mediterraneo, senza soccorso, senza scampo. La più tragica circostanza di questo inizio d’anno spinge il ministro italiano a scaricare ogni responsabilità sulle ONG, sugli scafisti, e persino sulle stesse vittime:” chi non parte non muore”.
Gli fa eco, a stretto giro, la disperazione di uno dei 3 superstiti del naufragio: “meglio morti che tornare in Libia”. Perché in Libia, dove giungono sfiniti dopo aver attraversato il deserto stretti nella morsa della fame e della sete, vengono imprigionati, picchiati, torturati e, se son donne, violentate.
Quel che Salvini archivia alla spicciolata con un :”la pacchia è finita”.
Commenti brutali e sconsiderati che, a malapena, si possono tollerare in strada o nei bar, ma che pronunciati da un ministro della Repubblica gridano vendetta al cospetto di ogni cielo e di ogni Dio. Una fortuna (sciagurata) che a riequilibrare lo scompenso arrivino gli alleati di partito: non è più voglia di pacchia, ma colpa della Francia che impone alle sue ex colonie africane il franco per finanziare il suo debito pubblico.
È comunque un passo avanti. Almeno si ammette che, forse, scappano dallo sfruttamento, quindi, dalla fame.
Infine, dopo sole 48 ore di preavviso, l'esercito ha cominciato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto. 320 persone smistate come merce e come bestie, parte al Sud, parte al Nord, costrette ad abbandonare un percorso di integrazione intrapreso e perfettamente riuscito.
Aldilà della crudeltà gratuita del decreto Salvini, da oggi abbiamo altre persone senza casa, senza cibo, senza documenti, in giro per le nostre città.
L'ILLUMINISMO E LA COSTITUZIONE ITALIANA
Nel 1764 Cesare Beccaria dava alle stampe il saggio più noto dell’illuminismo italiano : “Dei delitti e delle pene”
In esso si riscontra la stessa prospettiva dei principi filosofici ed etici cari a Montesquieu e
Rousseau: le pene devono svolgere una funzione rieducativa e non repressiva, devono favorire la sicurezza sociale e un'integrazione sociale del criminale. Il concetto stesso di “pena”, all’interno di una società umana, non deve tollerare soprusi e barbarie.
Principi ai quali, nel 1948, si ispirò la nostra Costituzione che all’articolo 27 sancisce:
“L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”
Anni, secoli di evoluzione del pensiero, riforme, tutti gli sforzi fatti da chi lavora per e nelle carceri per consacrare i valori della costituzione sulla rieducazione del condannato spazzati via, in un attimo, da quella frase dedicata a Battisti , "deve marcire in carcere".
Che dire, poi, del commento sulla morte del 31enne tunisino in Toscana?
“Buon sabato ai poliziotti che a Empoli facendo il loro lavoro hanno ammanettato un violento, un pregiudicato che poi purtroppo è stato colto da arresto cardiaco. Se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, ditemi voi cosa dovrebbero fare, rispondere con cappuccio e brioche?".
Non era opportuno, se non doveroso, attendere prima l’esito degli accertamenti dei magistrati ? Proprio nel rispetto di quella Costituzione che, viceversa, difendiamo a spada tratta solo quando conviene, nell’ambito di quel perverso gioco politico che non fa mai gli interessi della gente e della Storia, ma che mira soltanto a personali tornaconti. (Vedi terzo referendum costituzionale 4 dicembre 2016)
PARADOSSI, CINISMO, MENEFREGHISMO.
“Chi non parte non muore” .
“La colpa è delle ONG che pattugliano al largo della Libia promuovendo di fatto le partenze”. Come dire che se chiudi i forni la gente smetterà di chiedere il pane.
Intanto, alla Corte penale internazionale dell’Aja, è arrivato l’ultimo aggiornamento dell’Onu con l’elenco di nefandezze ed orrori vari cui sono costretti i migranti in Libia:
-privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali;
-tortura, compresa la violenza sessuale;
-rapimento per riscatto; - estorsione;
-lavoro forzato;
-uccisioni illegali.
I responsabili sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali.
Il tutto avviene nella piena consapevolezza di quei politici che, dall’Italia e da Bruxelles, da circa due anni, versano migliaia di euro al Governo libico e alle milizie affinché blocchino le partenze verso i porti italiani.
Aiuti anche materiali, come motovedette ed equipaggiamento militare.
Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948.
Preambolo: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.
Il razzismo ha radici profonde nella storia delle relazioni umane. Nasce dall’istintiva, primitiva paura verso il diverso; quella paura che in qualche modo ha quasi giustificato sofferenze e torture. Ma è stato il Nazismo, nella seconda guerra mondiale, ad ufficializzare, elaborare, organizzare il culto di una “razza” superiore. Il concetto di “persona umana”, sopravvissuto nei secoli anche ai momenti più duri e difficili, veniva spazzato via dall’etichettatura del “diverso”, dell’inferiore, del meno umano fino alla razionalizzazione del più grande genocidio della storia: progettato e puntiglioso.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
IL RAZZISMO NEMICO DELLA FRATELLANZA
Il razzismo ha radici profonde nella storia delle relazioni umane. Nasce dall’istintiva, primitiva paura verso il diverso; quella paura che in qualche modo ha quasi giustificato sofferenze e torture. Ma è stato il Nazismo, nella seconda guerra mondiale, ad ufficializzare, elaborare, organizzare il culto di una “razza” superiore. Il concetto di “persona umana”, sopravvissuto nei secoli anche ai momenti più duri e difficili, veniva spazzato via dall’etichettatura del “diverso”, dell’inferiore, del meno umano fino alla razionalizzazione del più grande genocidio della storia: progettato e puntiglioso.
Allora erano gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari e gli handicappati. Ora, a tornare in scena, è il nero, il magrebino, il musulmano. Sono loro le nuove vittime di un razzismo che si alimenta di concretezze legate all’economia, alla sicurezza, al posto di lavoro, ai troppi ragazzi inoperosi che vagano per le nostre città chiedendo elemosine. È il cosiddetto Terzo Mondo che preme ai confini degli Stati benestanti: la frontiera americana con il Messico, le coste mediterranee del Sud Italia, di Malta e della Spagna. Sono queste le mete agoniate, il punto d’arrivo di un cammino lungo e disperato verso il miraggio di una vita meno dura, più fortunata. Un sogno che si spezza, spesso, nella sprezzante realtà dello sfruttamento del lavoro, della prostituzione, della manovalanza attraverso i mille sudici rivoli della malavita organizzata. Ma tant’è!
LE CAUSE DELLA MIGRAZIONE DI MASSA - LO SFRUTTAMENTO DELL’AFRICA
Le multinazionali, che in nome e per conto di vari governi adottano politiche economiche adatte solo ad incrementare i guadagni per gli investitori, impoveriscono da sempre e progressivamente il territorio africano. Per contro, le popolazioni locali, non riscuotono da tutto ciò il benché minimo riscontro economico.
Dalle ricchissime miniere del Congo, ad esempio, si estrae la columbite-tantalit nota con il termine abbreviato “Coltan”. Si tratta di una polvere dalla quali si ricavano i micro condensatori, utilizzati per la fabbricazione di pc e smartphone.
In queste miniere si lavora a mani nude, quando va bene con setacci e piccole pale, sempre immersi mani e piedi nel fango , scavando in profondità. Le pietre raccolte vengono messe in sacchi di plastica e trasportati a mano o sulla testa per poi essere riversati a terra e setacciati a mano. A questo durissimo lavoro partecipano anche i bambini.
Petrolio, gas naturale, carbone , stagno, diamanti, uranio, rame, cobalto, piombo, zinco, oro, amianto, cromo, nikel, bauxite:
tutte le regioni del continente africano custodiscono favolose risorse. Ma gran parte della ricchezza mineraria dell’Africa è stata ed è tuttora “mal-gestita” da grandi gruppi multinazionali.
Se a tutto ciò aggiungiamo il bombardamento e la destabilizzazione di grandi territori, in nome di uno spocchioso quanto falso desiderio d’esportazione di democrazia, come è accaduto in Libia, le conseguenze non potranno che essere tragiche.
E non è chiudendo i porti che li fermerete. Perché loro, i “diversi”, sono così tanti e cosi disperati che continueranno a partire, ed anche a morire, finché i corpi degli affogati, uno sull’altro, non formeranno un lungo ponte su cui camminare, dalle sponde africane a quelle europee.
È questo che l’idiozia dei politici non comprende: la forza dirompente, caparbia, persistente della disperazione.
D.Bart.
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