sabato 20 ottobre 2018

YEMEN -L’APPELLO: ‘FERMATE LE ATROCITÀ DEI BOMBARDAMENTI SAUDITI. STOP ALLE ARMI ITALIANE’

Pochi giorni fa il Parlamento Europeo ha espresso parole di condanna per i devastanti impatti che il conflitto in corso in Yemen ha sulla popolazione civile. Lo ha fatto chiedendo anche la creazione di un embargo sulla vendita di armi. Ma va detto subito che la richiesta di fermare le forniture armate alle parti in conflitto era già stata avanzata almeno quattro volte negli ultimi anni. E per quattro volte, puntualmente ignorata.

Ora, davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati, esperti della società civile italiana hanno ancora descritto le condizioni inumane in cui sopravvive, ormai, la popolazione civile yemenita. Le responsabilità della drammatica situazione, attribuibili, in parte, alle forniture militari italiane, sono state descritte genericamente e in dettaglio da esponenti di Amnesty International Italia, Oxfam Italia, Save The Children Italia, Medici Senza Frontiere e Rete Italiana per il Disarmo in rappresentanza di una più ampia Coalizione attiva da tempo sul tema e che comprende il Movimento dei Focolari, Rete della Pace e la Fondazione Finanza Etica.

Ad aprile 2018 è invece stata presentata presso la Magistratura competente, in collaborazione con Ong yemenite e tedesche, una denuncia di violazione della legislazione nazionale ed internazionale che regola l’export di sistemi militari.

Il recente ulteriore aggravamento della situazione (accertato anche dal Report di Esperti ONU pubblicato poche settimane fa) ha indotto la Coalizione della società civile italiana a riprendere le attività collettive: l’audizione che si è svolta davanti alla Commissione Esteri della Camera dei Deputati è dunque il primo passo di una serie di iniziative nei confronti del Parlamento.

Nei tre anni e mezzo di conflitto nello Yemen sono stati compiuti crimini orrendi, nel pieno disprezzo del diritto internazionale: decine di attacchi indiscriminati contro civili e obiettivi civili, uso di armi messe al bando a livello globale, impiego di bambini soldato, blocchi e ostacoli all’arrivo degli aiuti umanitari.

Non può essere ignorata, nel contesto, la gravissima situazione dei diritti umani all’interno del Paese che bombarda sistematicamente lo Yemen, l’Arabia Saudita, dove la repressione del dissenso con lunghe pene detentive, il massiccio uso della pena di morte e le pene corporali sono legge di Stato.
Ultima vergogna “ anche il sospetto dell’esecuzione extragiudiziale di un giornalista e dissidente all’interno del consolato saudita a Istanbul” – ha rincarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

In Yemen, oggi, ogni bambino, ogni uomo, ogni donna indistintamente e in ogni momento del giorno e della notte possono morire per mano del nemico. “La sofferenza del popolo yemenita è un affronto al nostro senso di umanità: il fallimento delle potenze mondiali nel riaffermare qui i valori fondanti della civiltà, una vergogna” – ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia.

Quante persone devono ancora morire perché si abbia un’ammissione di complicità da parte delle potenze che alimentano questa guerra?

La Coalizione di organizzazioni della società civile ha cercato insistentemente in queste ultime settimane un dialogo con il Governo presieduto da Giuseppe Conte, ma non ha ottenuto risposta, nemmeno a tentativi di contatto formale e diretto. Eppure una delle due forze di maggioranza, il Movimento Cinque Stelle, ha già avanzato anche in questa Legislatura alcune proposte di riforma della Legge 185/90 che regola l’export militare. Non solo, nella scorsa Legislatura (solo un anno fa) aveva presentato e votato una Mozione molto vicina alle proposte di Ong e Reti della società civile, nella quale veniva pure evidenziata la responsabilità dell’Italia per il rifornimento di armamenti ad alcune delle parti coinvolte nel conflitto yemenita, in particolare all’Arabia Saudita e agli EAU)

Voti concordi sono stati espressi dagli Europarlamentari del Movimento anche nel recente dibattito a Bruxelles.

Tra le possibili iniziative che il nostro Paese potrebbe e dovrebbe intraprendere, oltre ad un immediato stop nella vendita di armi, v’è la promozione verso Paesi non firmatari della Safe Schools Declaration e la pressione, l’insistenza sia aperta che diplomatica per la protezione degli edifici scolastici e universitari dall’uso militare e dal bombardamento. Non sarebbe certo azione inutile e inascoltata dato il forte ruolo internazionale che l’Italia si propone di avere in Yemen.

Una contraddizione davvero rispetto all’invio massiccio di armi: “Negli ultimi anni sono stati rilasciate licenze di export militare per centinaia di milioni di euro, soprattutto per bombe le cui consegne sono state verificate nei dettagli dalle ONG e dalla stampa nazionale ed internazionale – denuncia Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. Una complicità nell’orrore che il nostro Paese dovrebbe respingere, ritenere inaccettabile, oltre che contraria alle norme nazionali ed internazionali che l’Italia dovrebbe rispettare. La richiesta forte di un cambio di direzione e di uno stop alle forniture militari è anche venuta dalla recente Marcia della Pace Perugia-Assisi: oltre 70.000 persone hanno chiesto che “il Governo fermi le consegne, come è nelle sue facoltà”.

Gli ordigni che esportiamo hanno impatti devastanti non solo diretti , con le uccisioni, in particolare,di civili, ma anche indiretti, nel creare una crisi umanitaria già gravissima e che potrebbe ulteriormente degenerare.

Oltre undici milioni di bambini in Yemen stanno vivendo esperienze atroci a cui nessun essere umano dovrebbe essere sottoposto. Sofferenze che segneranno per sempre la loro salute fisica e mentale. Vivono sotto i bombardamenti, malnutriti e senza la possibilità di accedere a beni e servizi di prima necessità. Le loro scuole sono state distrutte, il loro futuro è stato compromesso. “È inaccettabile che questi bambini perdano la loro vita e il loro futuro in una guerra di cui sono solo vittime innocenti, dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per proteggerli, per porre fine alla loro sofferenza e per fermare questa follia” commenta Maria Egizia Petroccione, responsabile Advocacy Internazionale per Save The Children Italia.

Tre anni di conflitto hanno gettato lo Yemen in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Il sistema sanitario è al collasso: si stima che metà degli ospedali siano attualmente inutilizzabili perché colpiti dai combattimenti, mentre le strutture ancora funzionanti soffrono della carenza di personale e attrezzature. Si muore ogni giorno di patologie facilmente prevenibili come il colera, il morbillo, la difterite o facilmente curabili come polmoniti, malaria e malnutrizione. Al suono delle esplosioni vediamo mamme scappare con i loro figli ricoverati nei reparto di pediatria. Ha ragione Roberto Scaini, medico di MSF: “È inaccettabile che cliniche mobili ed ospedali diventino bersagli del conflitto”.

D.Bart.

martedì 16 ottobre 2018

KHASHOGGI,: “TROVATE PROVE DELL’OMICIDIO NEL CONSOLATO SAUDITA AD ISTAMBUL”





Dalla Turchia arriva la conferma:“trovate prove certe dell’uccisione di Jamal Khashoggi durante la seconda ispezione al consolato saudita di Istanbul». Alcuni funzionari del Governo Erdogan, rimasti per ora anonimi, hanno riferito che tutti gli elementi per capire cosa sia successo al giornalista anti-Riad «si trovano proprio in consolato, è stato ucciso proprio lì». Il Presidente turco, inoltre, ha confermato che «alcune pareti dell’edificio sarebbero appena state ripitturate, forse per coprire le tracce». Nel frattempo, sarebbe andato per il verso giusto il colloquio tra gli Stati Uniti e i vertici di Riad , senza strappi, per ora, tra alleati: «Ringrazio il re per il suo impegno a sostenere un'inchiesta completa, trasparente e tempestiva», ha spiegato l’inviato di Trump. Anche il principe MBS, considerato, pur senza prove, il vero mandante dell’operazione, ha commentato che i rapporti bilaterali Usa-Arabia sono più forti di prima: «Siamo forti e antichi alleati. Affrontiamo le nostre sfide insieme. Così in passato, oggi, domani». 


NUOVE PERQUISIZIONI IN CORSO
Nonostante la cautela degli Stati Uniti dovuta agli storici rapporti che Washington intrattiene con Riad, alleato privilegiato in Medio Oriente, sulla monarchia saudita la pressione della stampa internazionale è schiacciante. 
Per indagare a fondo sulla morte di Jamal Khashoggi, si apprende dalle autorità di Ankara che presto potrebbe essere disposta una nuova perquisizione nella sede del consolato arabo in Turchia, questa volta alla ricerca di eventuali materiali tossici dato che, come è stato avanzato da varie fonti, il giornalista dissidente, nemico giurato di Mohamed Bin Salman, potrebbe essere stato sciolto nell’acido dopo essere stato ucciso e fatto a pezzi al termine di un interrogatorio finito male. A parlare della nuova perquisizione è stato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, aprendo un nuovo fronte polemico su Riad che ha presto cambiato ancora versione sulla sorte toccata a Khashoggi, vicenda della quale la stessa ambasciata ha continuato  a dirsi all’oscuro di tutto.
Dall'Arabia Saudita, giunge notizia che  Jamal Khashoggi sarebbe stato ucciso o da funzionari corrotti, o da comuni criminali. Riad infatti afferma che Khashoggi sarebbe uscito vivo dal consolato, libero di andare.

D.Bart

giovedì 30 agosto 2018

Conflitto nello Yemen: l'ONU accusa tutte le parti in causa di abuso dei diritti umani




Le Nazioni Unite, finalmente interessate anche alla guerra in Yemen, denunciano massacri e abusi perpetrati - da tutti- nei confronti di un popolo stremato e dimenticato.
La coalizione guidata dai sauditi, che sta combattendo i ribelli Houthi in vaste aree del paese, bombarda quotidianamente e senza sconti strade, quartieri, mercati, scuole e ospedali.
Il rapporto ONU rileva così che tutte le parti in conflitto hanno compiuto atti che potrebbero infrangere la legge internazionale. Anche le potenze straniere vengono criticate per aver contribuito ad armare la coalizione e per i danni causati dagli attacchi aerei. Perciò anche l’Italia ha la sua parte di responsabilità.
Le Nazioni Unite chiedono l’avvio di un processo internazionale che faccia luce su quanto avviene nello Yemen e che inchiodi alle proprie responsabilità chi, durante il conflitto ancora in corso, abbia commesso crimini di guerra. Il rapporto che ha risvegliato interesse nei confronti di un massacro sempre ignorato, è firmato dagli esperti indipendenti del Group of Regional and International Eminent Experts on Yemen. Il mandato dell’ ONU era quello di analizzare i fatti avvenuti nello Yemen tra il settembre 2014 ed il giugno 2018, così da poter verificare la legalità della guerra in corso. Il conflitto militare che si svolge ormai da più di due anni, vede i ribelli Houthi sciiti contrapposti ad una coalizione sunnita formata da ciò che rimane dell’ex governo yemenita e dai suoi alleati regionali, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.
Secondo le indagini preliminari svolte, i bombardamenti aerei, così come gli embarghi imposti e le operazioni militari condotte, comporterebbero una “violazione dei principi di distinzione,
proporzionalità e precauzione” codificati nello jus in bello, ovvero nel diritto umanitario internazionale. In parole povere, come si evince dalle dichiarazioni di Kamel Jendoubdi, che ha gestito i lavori del gruppo di lavoro, sembra che gli sforzi della coalizione sunnita, volti a minimizzare le vittime civili, siano stati pressoché nulli.
Infatti, secondo le analisi condotte da Al Jazeera, in collaborazione con lo Yemen Data Project, almeno un terzo dei 16 mila raid aerei considerati, avrebbe avuto bersagli non militari. Le bombe, spesso di produzione occidentale ed in alcuni casi italiana, sganciate sul suolo yemenita avrebbero quindi distrutto non solo edifici di interesse militare ma anche ospedali, luoghi di culto e strutture cruciali per l’approvvigionamento di energia ed acqua. Proprio nel report, le nazioni che stanno fornendo armi alla coalizione degli emiri sunniti, vengono invitate a fermare immediatamente la vendita di qualsiasi tipo di armamento.
Da una parte quindi il diritto umanitario sarebbe stato violato per le sproporzioni delle operazioni militari condotte. Dall’altra perché, come aggiunge il gruppo di esperti, vi sarebbero state ripetute violazioni dei diritti umani fondamentali, su tutti quello alla vita, che avrebbero visto centinaia di migliaia di civili inermi e non combattenti, essere torturati, privati delle libertà fondamentali e del necessario per sopravvivere.
Le stime fornite dal documento parlano di almeno 6.600 civili uccisi e 15.500 feriti. Stime approssimative perché, probabilmente, nella realtà questi numeri sarebbero “significativamente più elevati”. Perché la guerra uccide in vari modi : non solo proiettili o schegge di bombe, ma anche inedia e malattie.
Ciò che molti invocano e come si augura il gruppo di lavoro che ha redatto il documento, è l’avvio di un processo, condotto da una corte penale internazionale istituita ad hoc, per accertare se effettivamente i quadri militari del governo yemenita e della coalizione formata da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti abbiano commesso Crimini di Guerra. La lista dei possibili responsabili, potenzialmente perseguibili, è già stata stilata e consegnata all’Alto Commissario per i Diritti Umani.
Nel frattempo i bombardamenti continuano: le donne, i bambini, i giovani e i vecchi muoiono. Come ha detto ad Al Jazeera uno degli autori del documento, Charles Garraway:”Nonostante la gravità della situazione” si continua a vedere “una completa indifferenza per la popolazione dello Yemen. Questo conflitto ha raggiunto un picco, senza nessuna luce in fondo al tunnel”.
Nello Yemen sono in corso una guerra ed una crisi umanitaria ignorate. Non dimenticate, ignorate.
D.Bart.

domenica 6 maggio 2018

LIBIA: torture e stupri, violenze nei campi profughi. Guardia Costiera che spara e minaccia.

Nei centri governativi libici, proprio come avviene nei lager clandestini, si compiono  «rapimenti per estorsione, lavori forzati e uccisioni illegali» il virgolettato ricopia un passaggio del documento che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha trasmesso al Consiglio di sicurezza.
Il rapporto racconta anche la strage occultata dei migranti fucilati da militari libici in un centro di detenzione; i soprusi  della Guardia costiera e le crudeltà dei funzionari incaricati del contrasto all’immigrazione illegale. Un documento agghiacciante, che smentisce la narrazione di una Libia in via di stabilizzazione, con i profughi accolti, accuditi e trattati con più umanità.
La realtà, purtroppo, ha la faccia dolente e tumefatta di  migranti quotiduanamente sottoposti a detenzione arbitraria, torture, stupri e verie forme di violenza sessuale. Questo è stato costretto a documentare il segretario generale, a conclusione delle inchieste di Unsimil, la missione Onu a Tripoli, dovendo ammettere che
i carcerieri, nella maggior parte dei casi, indossano divise appartenenti a forze armate finanziate, anche, dall’Italia e dall’Europa.

Gli aguzzini - scrive il segretario generale - "sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali».
L'umanità nelle che nelle ultime settimane è riuscita a toccare le ciste della Sicilia è fatta di migranti ammalati o gravemente malnutriti. Quasi tutti hanno vissuto la brutale prigionia dei centri governativi. I loro racconti raccapriccianti raccolti dai soccorritori dopo e durante gli sbarchi vengono puntualmente confermati
dalle 17 pagine del dossier. «L’Unsmil ha visitato quattro centri di detenzione supervisionati dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale – scrive Guterres – e ha osservato un grave sovraffollamento in condizioni igieniche spaventose ».
I prigionieri «erano malnutriti e avevano limitato o nessun accesso alle cure mediche».
E tutto ciò avviene anche negli ultimi mesi,  nonostante in Libia piovano i cosiddetti "aiuti", un bel torrente di denaro che l’Europa versa per il soccorso ai profughi ospitati nei campi.
Va così che il capo delle Nazioni Unite non se la senta di affermare che i guardacoste libici siano  in grado di salvare e assistere i migranti garantendo gli standard minimi dei diritti umani. Ma cosa intende fare? Produrrà risposte concrete la missione internazionale, che continua a documentare «la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia costiera libica nel corso di salvataggi e/o intercettazioni in mare»?

Al momento, tutto ciò che se ne ricava è una sorta di supplica contenuta nello stesso documento : "La situazione dei migranti e gli abusi che subiscono in Libia e mentre tentano di attraversare il Mediterraneo – è l’appello del segretario generale - continuano a farci chiedere un’azione congiunta, concertata e urgente».
Segue, quindi, l'elenco della nefandezze, tipo quella del novembre scorso quando «i membri della Guardia Costiera hanno picchiato i migranti con una corda e hanno puntato le armi da fuoco nella loro direzione durante un’operazione in mare».

I funzionari del Palazzo di Vetro documentano così l’uso di forza eccessiva e illegale da parte dei funzionari del "Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale". La violenza come condotta metodica, crudeltà tollerate, finache consentite, pur di riuscire a governare le prigioni stracolme di profughi. E come, appunto, se non attraverso l'immunità? La condizione finora garantita a sorveglianti stipendiati da uno Stato di cui restano solo cocci.
«Il 19 novembre, durante un raid su un campo di migranti improvvisato nella zona di Warshafanah, membri dei gruppi di Tajura e Janzur, affiliati al Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, hanno aperto il fuoco sui migranti senza fornire alcun preavviso verbale, provocando una serie di morti e feriti». In questo caso Le Nazioni Unite non sono riuscite a raccogliere informazioni dettagliate sul numero di persone coinvolte. Testimoni affermano che nella prigione a cielo aperto erano recluse centinaia di persone.  Non si tratta di informazioni per sentito dire, raccolte attraverso organizzazioni non governative o attivisti locali, ma di testimonianze ottenute personalmente dai funzionari dell’Onu.
« Non se la passano meglio i cittadini libici, esposti a ogni genere di rischio. Dagli omicidi politici alle detenzioni arbitrarie a causa del perdurante conflitto. Compreso «il reclutamento e l’uso di bambini da parte di gruppi armati, così come la loro detenzione - denuncia Antionio Guterres –sulla base della loro presunta o effettiva associazione con altre parti in conflitto».

Il censimento, effettuato dall’agenzia Onu per i migranti (Oim), ha documentato la presenza di 627 mila stranieri in Libia, ma secondo Guterres le stime reali oscillerebbero tra i 700mila e il milione.

D.Bart.

venerdì 20 aprile 2018

Siria: giuristi tedeschi contro i missili Usa. Violato diritto internazionale.

Secondo i giuristi della Camera dei Deputati tedesca i missili lanciati delle forze occidentali in Siria hanno violato il diritto internazionale.
Dopo l'attacco dei giorni scorsi, fortemente condannato da Russia ed Iran, la diplomazia internazionale appare disorientata mentre si muove nervosamente alla ricerca di una strategia chiara.

"L'uso della forza militare contro uno stato, al fine di punire la violazione da parte di tale stato di una convenzione internazionale, rappresenta una violazione del divieto di ricorrere alla violenza prevista dal diritto internazionale".

Scrivono così, nero su bianco, gli esperti del Bundestag rispondendo ad una interrogazione di Die Linke, partito della sinistra radicale, contrario ai bombardamenti.
I giuristi interpellati basano le proprie convinzioni su una Dichiarazione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1970, in cui si sottolinea "il dovere degli Stati di astenersi, nelle loro relazioni internazionali, dall'uso del vincolo militare".
Ma non solo.
Ricordano anche che in passato il Consiglio di sicurezza dell'ONU aveva respinto le rappresaglie armate, definendole "incompatibili con gli obiettivi e i principi delle Nazioni Unite".
Secondo lo stesso documento anche la ragione legale avanzata dalla Gran Bretagna, che ha partecipato all'intervento a fianco degli Stati Uniti e della Francia, non sarebbe "convincente",
Londra sostiene che la legge internazionale consente, eccezionalmente, azioni di ritorsione al fine di prevenire ulteriori sofferenze umane. E il presunto uso di armi chimiche da parte delle truppe del presidente Bashar al-Assad ben rappresenterebbe tale condizione.
Ma, sempre secondo gli esperti tedeschi, sarebbe stato più corretto chiedersi  "se gli attacchi militari sono davvero appropriati per prevenire ulteriori sofferenze" in Siria.
Il conflitto, che dal 2011, in una guerra fratricida, vede contrapposti siriani pro o contro il regime di Assad, ha causato più di 350.000 morti,  milioni di sfollati e rifugiati.

Il 14 aprile scorso, Stati Uniti, Francia e Regno Unito hanno lanciato sulla Siria i missili Cruise che hanno distrutto  tre siti siriani presumibilmente usati per lo studio e la produzione di armi chimiche. L'azione, annunciata ufficialmente dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha causato vittime. Com'era del resto nelle intenzioni degli attaccanti, secondo i quali la rappresaglia doveva essere solo un avvertimento nei confronti di Assad, considerato resonsabile del presunto attacco chimico che il 7 aprile, a Douma, nei sobborghi di Damasco, ha provocato la morte di 34  persone.
L'attacco, sferrato da Usa, Francia e UK, è avvenuto senza il consenso del Consiglio di sicurezza dell'ONU, dove siede anche la Russia, alleata del regime di Assad. La Germania non ha partecipato ma l'ha sostenuta, dicendo che era "necessaria e appropriata". L'opinione degli avvocati della Camera dei Deputati è un colpo imbarazzante per Angela Merkel, in un paese molto a cavallo sul rispetto delle regole legali.
Ci sono molte ragioni per opporsi a un intervento militare straniero in Siria, a prescindere che sia degli Stati Uniti, della Russia, dell’Iran o della Turchia. Nessuno di questi paesi agisce nell’interesse dei siriani, della democrazia o dei diritti umani. Le bombe straniere non portano pace e stabilità, ma un'alternativa all'intervento esterno si dovrà trovare per proteggere la popolazione civile dai massacri.
Assad, che ha ereditato una dittatura dal padre e non ha mai organizzato né vinto elezioni libere, riesce a riconquistare il territorio perduto solo grazie all'intervento dei bombardamenti stranieri, aggressioni feroci che uccidono, mutilano, straziano inermi civili.
Tutti sembrano aver dimenticato che gli Stati Uniti bombardano la Siria dal 2014. Nella campagna per la liberazione di Raqqa dall'Isis  più di mille civili sono stati uccisi. Secondo le stime delle Nazioni Unite, l’80 per cento di Raqqa è oggi inabitabile.

Infine, nessuno ricorda che Assad ha appoggiato la prima guerra del Golfo; partecipato al programma illegale di extraordinary renditions della Cia, in cui presunti terroristi venivano interrogati e torturati in Siria per conto dell’agenzia di spionaggio statunitense. E quel che è peggio, si vuol dimenticare che il dittatore ha torturato a morte migliaia di oppositori pacifici, laici e democratici, dopo averli stipati nelle carceri.

Oltre alle decine di siriani che ogni giorno vengono brutalmente uccisi, migliaia di civili continuano a scappare dalle proprie città, ad abbandonare le abitazioni dove sono cresciuti e che, forse, non rivedranno mai più.

D.Bart.

domenica 15 aprile 2018

GLI INTERESSI DI CHI VUOLE LA GUERRA IN SIRIA: PERCHÉ USA, UK, FRANCIA SCENDONO IN CAMPO CONTRO ASSAD.


Proprio ora! Ora che i gruppi ribelli anti-Assad hanno perso la guerra, le grandi potenze occidentali decidono di intervenire personalmente contro la Siria.

PERCHÉ?
"Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Arabia Saudita hanno perso la guerra sul campo", scrive Naman Tarcha, giornalista e conduttore televisivo siriano, "dopo aver sostenuto i gruppi armati, adesso si muovono loro militarmente nell'ultima occasione che gli rimane per quello che è il loro scopo sin dal 2011, il regime change siriano, eliminare Assad".
Ma quali interessi sottenderebbero una volontà per molti versi distruttiva?
Per capirlo occorre partire  dalla posizione geografica della Siria, punto strategico più importante del Medio Oriente, porta spalancata sull' Europa e, dunque, territorio sul quale da sempre si concentrano gli interessi di Gran Bretagna e Francia. Antiche e consolidate mire che ora s'intrecciano con le più attuali di Turchia, Iran e Arabia Saudita. Interessi macchiati dal sangue dei siriani, vittime di una strage che si perpetua, attimo dopo attimo, a partire dal 2011, data d'inizio della guerra civile.
Trump è ambiguo, Macron più deciso, ma insieme, affiancati da Theresa May,
hanno sferrato l'attacco missilistico contro il suolo siriano. Al momento, limitato alla distruzione di centri per la ricerca e la produzione di armi chimiche. 




Così si dice.
Ma le ragioni politiche che alimentano l'astio verso Assad sono parecchie.
- A cominciare da quella palestinese, tornata d'urgente  attualità proprio in questi giorni.
- C'è poi il conflitto sciita-sunnita, che vede l'Arabia Saudita (da sempre accusata di finanziare il terrorismo)
ben decisa a dominare la zona e a ridurre a zero l'influenza dell'Iran per poi assumere il dominio completo del Golfo a scapito del Qatar.
- Subentra il sentore che anche la guerra nello Yemen sia un altro tassello della delicata partita a scacchi che si sta giocando in Medio Oriente. I ribelli che controllano la capitale San’a sono sciiti come l’Iran, storici alleati della Russia e del regime di Assad in Siria.
Tutto il resto del Medio Oriente, Isis compreso, è, al contrario, sunnita. Far cadere i ribelli Huthi nello Yemen vorrebbe dire per Stati Uniti e Arabia Saudita indebolire l’Iran, grande nemica di entrambi i paesi. In tale contesto le vittime designate sono i civili yemeniti, soprattutto i bambini, che muoiono a migliaia, sfiancati  dalla fame, dal colera e dalle bombe saudite.
Migliaia di bombe d’aereo, provenienti proprio dalla nostra bella Italia. Prodotte nello stabilimento RWM di Domusnovas, nel Sulcis della Sardegna, sono state vendute alle forze aeree saudite per essere scaricate sullo sfortunato, martoriato Yemen, in una guerra atroce, dimenticata da tutti.
- In questo gioco al massacro sulla pelle di inermi cittadini, entra in campo anche lo scontro tra Paesi come Russia e Stati Uniti, i quali, per suffragare il proprio status di poli mondiali, devono pur mostrare i muscoli.
- Nell'intreccio di interessi che mira a disintegrare Assad e a cambiare il Paese, si inserisce infine la Turchia, con la questione curda, perennemente irrisolta.
- Da non sottovalutare è la presenza dei Fratelli musulmani, che guidati da Erdogan e finanziati dal Qatar, hanno grande influenza in Europa, soprattutto in Gran Bretagna, dove il loro peso politico arriva ad influenzare anche le mosse del governo. Circola voce di uno scritto approfondito sui finanziamenti di islamici inglesi a favore dei gruppi jihadisti in Siria; documento  secretato, che nessuno è mai riuscito a vedere.
Secondo molti osservatori anche in Italia i Fratelli musulmani avrebbero radici profonde, con personaggi ufficialmente considerati musulmani moderati i quali, viceversa, agirebbero per conto del radicalismo islamico.
L'utilizzo di gruppi armati sostenuti e finanziati da potenze esterne occidentali è cosa risaputa e provata: è accaduto in Afghanistan con i russi, ed è noto il recente fenomeno dei foreign fighters. Figure che, di volta in volta e secondo i casi, vengono diversamente definite: terroristi, quando colpiscono in Occidente, ribelli moderati,  quando combattono in Siria.
Per i sostenitori di Assad si tratta semplicemente di uno strumento per attualizzare la politica di regime change, il cambio di regime in Siria, secondo gli interessi occidentali.
Il primo dei quali sarebbe proprio quello di spezzare l'asse  Putin- Assad.
Siria e Russia sono alleate da sempre.
Il territorio siriano, situato tra Libano e Iraq, rappresenta la parte finale della cosiddetta mezzaluna sciita, che s'insinua fino al Mediterraneo.
Proprio ciò che risulta sgradito all'Arabia e che, di conseguenza, non piace, nemmeno ai suoi alleati, Stati Uniti.


IL RUOLO DELL'EUROPA.
Quello dell'Europa, in questa fase di creazione e consolidamento di una ipotetica Unione, è un ruolo sospeso, pressoché inesistente. Fatta eccezione per le proverbiali sicurezze della Francia, il resto del Continente non sa che fare. Lo si è visto in Iraq, nel 2003;  nella drammatica vicenda libica e nel crescente processo di destabilizzazione dell'intera zona nordafricana, che altro non ha sortito se non il terrorismo ed un' incontrollata, dolorosa, drammatica immigrazione .
Molti sono i siriani convinti di trovarsi in mezzo ad una guerra fin dall'inizio utilizzata per un cambio di regime. Adesso che anche l'ultimo lembo di Goutha è stato liberato, ora che i ribelli si sono arresi e se ne sono andati, il caso dell'attacco chimico che senza alcuna prova viene attribuito al regime pare a molti solo un pretesto (o un tentativo) delle potenze occidentali per rovesciare Assad.
Evidentemente non ha insegnato nulla l'invenzione delle false prove sulle armi chimiche di Colin Powell per invadere l'Iraq.
Eppure un po' di prudenza sarebbe auspicabile, almeno da parte dell'Europa.
Gli Stati Uniti sanno di aver perso ormai in Siria una guerra che erano convinti di vincere in pochi mesi.
Le stesse lobby che hanno spinto l'incerto Trump ad un'azione cosiddetta dimostrativa dovrebbero ora  spiegargli che la Russia, ovviamente, risponderà.
Se Usa, Francia e Regno Unito vogliono portare a compimento il piano che gruppi armati ribelli hanno fallito, dovranno, per "salvare" i siriani, bombardare i siriani.
Paradossi della storia.

Eppure, proprio su tali presupposti, dettati ora da grandi, ora da piccoli o meschini interessi, poggiano le ragioni che, di volta in volta, spingono le Nazioni ad agire l'una contro l'altra, anche a costo di immani, atroci ingiustizie.
Ognuna in nome di una presunta visione lungimirante, che dovrebbe tutelarne nel tempo:  economia, profitti, crescita, confini, politica. Anche per questo il popolo avverso, spesso confinante, altre volte prossimo ad una vicinanza relativamente sconveniente,
deve essere imprigionato, affamato, scarnificato, massacrato. È così che si creano i profughi, quelli che poi nessuno vuole ospitare. 

D. Bart.

domenica 8 aprile 2018

Siria. Strage chimica a Duma: il pretesto per un attacco su vasta scala contro Assad.

All'ultima, ennesima strage di persone in Siria, fa seguito l'abituale e circostanziata efferatezza che annuncia, con deliberato cinismo, un nuovo pretesto di guerra: quel che si dice in gergo: il casus belli. 70 civili sono stati uccisi  per soffocamento causato da un agente chimico. Non è dato sapere con precisione quale, ma la sostanza in questione non dovrebbe essere un agente nervino bensi un gas “soffocante”, come ad esempio il fosgene. Un tipo di arma chimica mai usata prima d’ora in Siria. È questa, al momento, l'ipotesi formulata da alcuni esperti dopo aver visionato le immagini delle vittime.
Tra queste, come sempre, si contano anche numerosi bambini.
Quello che invece non si riesce a capire è chi sia realmente il responsabile dell'orrendo gesto. I ribelli accusano il Governo Siriano, il Governo Siriano respinge l' accusa e punta l'indice dritto contro i ribelli stessi.
Gli Stati Uniti, attribuiscono alla Federazione Russa una rilevante responsabilità ed un sia pur indiretto coinvolgimento nei gesti  perpetrati (eventualmente) dai gruppi fedeli al governo di Damasco. E la Russia che fa? Nega a sua volta ogni addebito, e parla di attacco “fabbricato”.
Sta di fatto che, indipendentemente da chi sia il responsabile della strage, ora gli Stati Uniti hanno a disposizione il pretesto, il casus belli, per attaccare la Siria.
Da settimane il numero uno del Pentagono, Jim Mattis, afferma che l’uso di armi chimiche in Siria determinerebbe una dura risposta americana. Lo stesso presidente Trump, che pure aveva annunciato il ritiro delle truppe Usa, aveva pubblicamente dichiarato la propria volontà di attaccare i vertici del regime siriano nel caso in cui fossero state utilizzate armi chimiche.
Non vorranno estraniarsi di certo dalla scena francesi e  britannici, sempre pronti ad agire di concerto con gli Stati Uniti quando si tratta di colpire assetti vitali del governo di Damasco.
E quindi, paradossalmente, assume persino relativa importanza la paternità di  questo attacco chimico. Ciò che conta, invece, sono le decisioni dei Governi Occidentali, ora, che finalmente hanno una motivazione per giustificare un attacco su vasta scala in Siria.
Americani, francesi e britannici devono aver già chiari anche i bersagli contro cui puntare i propri missili.
1)Le basi militari sospettate di essere l’origine degli attacchi chimici.
2)La sede del Governo Siriano e il suo presidente Al Assad
3)I sistemi di difesa aerea della Siria e le batterie operate dai russi.
Ad un' eventuale risposta militare dell'occidente potrebbe invece contrapporsi una più auspicabile risposta diplomatica o politica. A partire da oggi, gli occhi guardano a Washington, le speranze, tutte, sono riposte su John Bolton, nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca.

D.Bart.