mercoledì 26 aprile 2017

Negato il finanziamento per il muro con il Messico, ma Trump insiste: Si farà


    
I finanziamenti per la costruzione del muro tra gli Stati Uniti e il Messico non saranno inseriti nella manovra di aggiustamento di bilancio che deve essere approvata entro la mezzanotte di venerdì. Il passo indietro è arrivato dopo che i Democratici  avevano minacciato di bloccare il disegno di legge se il denaro fosse stato destinato alla recinzione.

La consulente del presidente Usa, Kellyanne Conway, ha confermato a Fox News che i fondi per il muro saranno tenuti fuori dal budget che deve essere approvato questa settimana, ma rimane una "priorità molto importante".
E Donald Trump ha precisato su Twitter che il progetto, fulcro della sua campagna elettorale, non si ferma: "Non fatevi dire dai media fasulli che ho cambiato idea sul muro". "Sarà costruito e fermerà droga e traffico di esseri umani", ha twittato il presidente americano.

Il progetto del muro anti-immigrati tra Stati Uniti e Messico "non solo è una cattiva idea", ma un'"azione ostile" che è "improbabile" raggiunga l'obiettivo di "fermare il flusso di migranti e di merci illegali negli Usa", ha affermato per contro il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray durante un incontro con i parlamentari, aggiungendo che il Paese non darà un centesimo per la  costruzione della barriera
Il ministro ha inoltre definito i piani per la chiusura della frontiera "uno spreco assoluto di denaro" e che il Messico avrebbe intrapreso azioni legali se i suoi confini verranno violati dalla recinzione. "Il muro non fa parte di una discussione bilaterale né dovrebbe esserlo", ha detto Videgaray. "In nessun caso - ha ridato - contribuiremo economicamente ad un'azione di questo tipo".

L'insistenza di Trump sulla costruzione di un muro di confine ha complicato le relazioni tra Messico e Stati Uniti, che erano diventate strette e cooperative in materia di scambi, commercio e sicurezza dopo decenni di indifferenza e reciproca diffidenza. Ora invece, ha precisato Videgaray, "se i negoziati su temi quali immigrazione, confini, commercio, non saranno soddisfacenti per gli interessi del Messico, il governo messicano valuterà una riduzione della cooperazione esistente, sopratutto nelle aree di sicurezza". Zone di estrema importanza, peraltro, dove operano le forze armate che supportano l'agenzia nazionale per l'immigrazione e la polizia federale.

D.Bart.

    

sabato 22 aprile 2017

NELLA TURCHIA DI ERDOGAN CHE UCCIDE LA LIBERTÀ DI STAMPA.

Il record di Paese con il più alto numero di giornalisti incarcerati lo batte la Turchia di Erdogan. Con 153 reporter in carcere, ad Ankara soggiorna forzatamente la metà di tutti i giornalisti arrestati nel mondo. Kurdi, turchi, scrittori, commentatori, fotografi, analisti: tutti rigorosamente  stranieri.

L'italiano Gabriele Del Grande è solo l’ultimo incarcerato in un paese che – a seguito del golpe del 15 luglio scorso – tiene sotto il controllo governativo ogni canale d'informazione.
Deniz Yucel, reporter del quotidiano Die Welt, cittadino turco e tedesco, è in prigione- e in isolamento- da circa due mesi. Accusato di di propaganda a favore del Pkk e incitamento alla violenza,
rischia 10 anni e mezzo di carcere. Per sottrarsi alla morsa del dittatore, la settimana scorsa Yucel ha sposato la fidanzata nella prigione di Silivri; ma a tempo di record il presidente Erdogan ha comunicato a Berlino che il giornalista non sarebbe stato estradato in Germania, come invece aveva richiesto il  Ministro degli Esteri tedesco che ha potuto fare visita a Yucel solo sette settimane dopo l’arresto.

«È un agente terrorista – ha detto Erdogan – Faremo il necessario, nell’ambito della legge, contro chi agisce come spia e minaccia il nostro paese da Qandil». Ovvero, dalle montagne irachene dove gli uomini del Pkk si sono ritirati quattro anni fa quando iniziò il breve processo di pace.
Il  caso di Yucel non è soltanto ingiusto dal punto di vista umano, civile e democratico. È anche la dimostrazione di quanto poco importi ad Ankara  dell’Unione Europea. Oggi Erdogan  protegge la Turchia come si fa con una terra sotto assedio: i nemici storici - esterni ed interni- sono sempre loro, i kurdi, decisi ed impegnati nell'indebolimento della nazione turca  per impedirgli di riappropriarsi del suo ruolo primario in Medio Oriente. Erdogan lo ha spiegato, ripetuto e urlato in ogni occasione.

L' ineluttabilità dell'uomo forte alla guida di uno Stato in pericolo è dunque il presupposto per sopprimere sul nascere  qualsiasi sospetto tentativo di indebolimento. Ed è anche il principio su cui poggiano le tesi dei reati contestati ai giornalisti arrestati e imprigionati.

Soffocare, ridurre al silenzio le poche voci critiche rimaste, richiede perciò il ricorso all'unico strumento per ora possibile: la galera. Il passo successivo contemplerebbe persino la sopressione fisica, che abbiamo già visto in Egitto con il caso Reggeni. Tanta galera, dunque: una settimana fa il procuratore di Istanbul ha chiesto tre ergastoli a testa per 16 dipendenti del gruppo editoriale Zaman. Tra loro, la  commentatrice Nazli Ilicak, il giornalista e scrittore Ahmet Altan e il professore di economia  Mehmet Altan. Tre nomi altisonanti dell'informazione turca, accusati di voler rovesciare l’ordine costituito, il governo e il parlamento tramite il sostegno alla rete dell’imam Gülen, considerato la mente dietro la fallita insurrezione di luglio.

La stessa procura ha chiesto pene da 15 a 43 anni per 19 giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, un giornale che oggi non esiste più. Scandalosi anche i casi dell’ex direttore Dundar e il caporedattore Gul, condannati in primo grado a cinque anni per il reportage che svelava i legami dei servizi segreti turchi con gruppi islamisti in Siria. Ora finisce sotto processo anche il resto della redazione: il direttore Sabuncu, lo scrittore Sik, il vignettista Kart e l’editore Atalay.
19 giornalisti,  tutti accusati contemporaneamente di sostegno all’islamista nazionalista Gülen e di appoggio al movimento di liberazione kurdo Pkk. Due soggetti lontanissimi tra loro, ideologicamente  opposti, ma infilati nel medesimo calderone del terrorismo contro lo Stato. La procura parla di «tattiche di guerra asimmetrica, intense operazioni di percezione che hanno preso di mira il governo e il presidente».

Le condanne emesse fino ad ora non poggiano nemmeno su una sola prova valida da sventolare all'opinione pubblica. Eppure la scure  che abbatte  la libertà di stampa non solleva la minima critica da parte di Bruxelles, impegnata com'è a stringere accordi miliardari anti-rifugiati con lo Stato turco.

In conclusione, con quasi 200 siti, agenzie, quotidiani, tv e radio chiusi per ordine governativo, e 153 reporter in carcere, il lavoro dei media in Turchia è morto e sepolto. La parola di Erdogan domina - o sostituisce- l'informazione.
D. Bart.

giovedì 6 aprile 2017

TRUMP RISPONDE ALLA STRAGE DI IBLID: 59 MISSILI TOMAHAWK CONTRO UNA BASE AEREA SIRIANA.


Dopo la strage provocata dall'uso di armi chimiche ad Iblid, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di sferrare un attacco militare contro Bashar al-Assad.
Il Presidente della Siria è infatti accusato di aver usato i gas tossici che nei giorni scorsi hanno provocato la morte per soffocamento di numerosi civili. Si parla attualmente di 86 morti tra i quali 30 bambini e 20 donne. Il bilancio, però, è destinato ad aumentare perché i feriti sono centinaia, alcuni dei quali in gravi condizioni. La zona colpita è situata in una provincia controllata per intero da gruppi armati anti Assad e dove è molto forte la presenza di Hayat Tahrir al Sham, una fazione considerata l’erede di Jabhat al Nusra, divisione siriana di al Qaida.
Le versioni sull'accaduto sono diverse, variamente sostenute dal governo siriano, dalla Russia o da cronisti internazionali. Secondo alcuni, l'esercito siriano avrebbe bombardato un deposito di armi in dotazione ai ribelli, facendo esplodere delle armi chimiche. Secondo altri, lo stesso Assad sarebbe responsabile diretto del massacro.

Quindi il dilemma:armi chimiche usate da Assad, oppure armi chimiche dei ribelli esplose durante un raid del governo siriano?

Trump, dichiaratamente e oggettivamente decisionista, detto dilemma lo ha risolto  con un bombardamento "una tantum".

Navi americane di stanza nel Mediterraneo hanno lanciato 59 missili  'Tomahawk' contro la base militare siriana di Shayrat.
La tv di Stato siriana parla di "aggressione" Usa e di "perdite" mentre il Pentagono di "risposta proporzionata". Le vittime dell'attacco americano sarebbero 5: tre soldati e due civili. Lo ha detto Talal Barazi, il governatore della provincia di Homs, aggiungendo che altre 7 persone sono rimaste ferite.

"Nessun bimbo deve soffrire in quel modo, i paesi civilizzati mettano fine al massacro" ha detto il presidente americano, secondo il quale i raid missilistici sono nel "vitale interesse della sicurezza nazionale".

Sull'esempio di altre grandi raffinate "teste", Trump ha deciso così di esportare un po' di democrazia. Con i missili, ovviamente. Perché quei bambini "tanto belli", che il presidente non vuole in casa sua, conviene bombardare a casa loro.

La logica dei folli fa mai una grinza, è perfetta.

Israele: noi al fianco di Trump.
 
"Israele supporta pienamente la decisone del presidente Trump", afferma un comunicato dell'ufficio del premier Benjamin Netanyahu.

Diversa, ovviamente, la posizione di Mosca che parla di "azioni sconsiderate"

- Il Comitato di Difesa della Duma di Stato russa afferma che l'attacco missilistico degli Stati Uniti contro la Siria potrebbe peggiorare i rapporti tra Mosca e Washington, e  portare, inoltre, ad un ampliamento dei conflitti armati in Medio Oriente.  "Queste sono azioni irresponsabili, sconsiderate", dice una nota diffusa da Mosca, che chiede con urgenza che si riunisca il Consiglio di sicurezza dell'Onu.

D.Bart.

martedì 28 marzo 2017

Yemen: milioni di bambini uccisi in conflitto, mutilati, malnutriti, reclutati come soldati.

Le conseguenze della sanguinosa guerra in Yemen le racconta ancora una volta   l'ultimo rapporto dell'Unicef. L'indicibile crudeltà di questo conflitto è efficacemente denunciata da quel mezzo milione di bambini che soffre di malnutrizione acuta grave. Fortunati loro, perché altri 1.546 sono stati uccisi, 2.450 mutilati, 1.572 reclutati nei combattimenti, mentre oltre due milioni  non frequentano più la scuola.

Le famiglie  Yemenite  ricorrono sempre più a misure estreme per sostenere le proprie creature, nei giorni in cui la guerra che dilania il Paese più povero del Medio Oriente entra nel suo terzo anno. Il numero di persone estremamente povere e vulnerabili è altissimo: circa l'80% delle famiglie ha debiti e metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.

La violenza ha talmente logorato la capacità di reazione e volontà di riscatto delle persone da  trasformare lo Yemen in una delle più grandi emergenze al mondo per carenza alimentare e la malnutrizione. Le famiglie mangiano pochissimo, scelgono cibo meno nutriente o saltano i pasti. I bambini che soffrono di malnutrizione acuta grave sono aumentati del 200% dal 2014. Il rischio di carestia è altissimo.

Il calo delle risorse ha come diretta conseguenza il reclutamento di bambini soldato. Oppure il ricorso a matrimoni precoci. Oltre due terzi delle ragazze si sposano prima dei 18 anni (prima dello scoppio della crisi la percentuale era del 50%).

Il sistema sanitario dello Yemen è sull'orlo del collasso: quasi 15 milioni di persone non hanno accesso alle cure sanitarie; continua a diffondersi, con oltre 22.500 casi sospetti e 106 morti, un'epidemia di colera e diarrea acuta causata dall'acqua inquinata  nell'ottobre 2016

Circa 1.600 scuole non possono più essere utilizzate, perché  distrutte, danneggiate, o trasformate in rifugi per famiglie sfollate o perché occupate dai soldati in conflitto.
D.Bart.

Fonte ANSAmed.

lunedì 20 marzo 2017

SIRIA - DALLA DIFENSIVA ALL'OFFENSIVA: JIHADISTI ATTACCANO DAMASCO.

L'offensiva è partita dal quartiere di Jobar.
I gruppi ribelli, attaccando a sorpresa Damasco, si sono aperti la strada con due autobombe, diversi kamikaze e fuoco di cecchini. L'offensiva al cuore del potere di Assad è quindi proseguita con l'uso di artiglieria pesante.
La conduzione dell'attacco viene al momento attribuita al  Fronte Fateh al-Sham, seguace di al-Qaida.
Guadagnata la postazione in piazza Abbasid, i ribelli hanno preso il controllo di diversi edifici mentre le forze governative rispondevavo ricorrendo a raid aerei.
I canali di informazione governativi hanno confermato l'attacco, ribadendo però che l'esercito avrebbe contenuto l'azione dei "terroristi". E non soltanto a Damasco. Gli uomini di Assad hanno parlato di avanzamenti raggiunti anche in altre aree del Paese, specialmente a Palmira.

Il quartiere di Jobar, da anni diviso sotto la pressione delle diverse fazioni, è notoriamente abitato anche da numerosi ribelli, ma l’attacco di ieri ha rappresentato una svolta tattica, con il salto di qualità dei ribelli, che per la prima volta sono passati dalla modalità difensiva a quella offensiva. 

mercoledì 15 marzo 2017

SIRIA - NEL PIÙ CRUDELE DEI CONFLITTI SONO MORTI 20 MILA BAMBINI .

Quando l'UNICEF dichiara che  l'intensità della sofferenza dei bambini siriani è senza precedenti, l'orribile macchina della guerra dovrebbe almeno rallentare la corsa, e la logica dello strapotere rivedere le proprie strategie distruttive. Ma ciò non avviene. Milioni di bambini in Siria piangono, si disperano, tremano sotto attacchi che giorno dopo giorno stravolgono e consumano vite. Geert Cappelaere, direttore regionale dell’agenzia Onu, dichiara che "ciascuno di loro è ormai segnato per tutta la vita con conseguenze orribili sulla salute, il  benessere e il  futuro”.

Sono 400 mila i bambini che nel 2016 hanno dovuto lasciare le proprie case. 2milioni e 300mila minori vivono come rifugiati nei campi allestiti in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq; i circa 700 mila rimasti sopravvivono sotto assedio, con poco cibo e senza assistenza medica.
Negli ultimi sei mesi sono morti, violentemente straziati d'agli ordigni, almeno 650 bambini, 250 dei quali all'interno o nei pressi di una scuola. Altri sono stati
arruolati come bambini soldato, e alcuni utilizzati come kamikaze.

È certo che nel 2016 la violenza sui bambini in Siria ha superato ogni limite precedente. Le vittime sono il 20% in più rispetto al 2015.  La guerra civile, cominciata il 15 marzo del 2011 con le prime rappresaglie del governo di Bashar al Assad contro il popolo che si opponeva alla tirannia, ha causato all'infanzia danni incalcolabili, ora documentati dall'’Unicef. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite il numero dei minori uccisi, feriti, mutilati e costretti a combattere nelle fila dei gruppi armati ha raggiunto il picco più alto degli ultimi sei anni.
Il resoconto è lo specchio di una realtà devastante.
“Spesso per far fronte alle crescenti difficoltà del vivere quotidiano –dice Cappelaere – le famiglie rimaste in Siria e quelle fuggite nei Paesi vicini spingono i ragazzini a sposarsi in età precoce o li mandano a lavorare”.
Perché  sono da sempre i bambini a pagare il tributo più alto alle crudeltà perpetrate dagli adulti. 
“Hitting Rock Bottom”, toccando il fondo, è il titolo che Unicef ha dato al rapporto, per rendere crudelmente chiara l'idea
su quanto sta accadendo in Siria. Un' escalation di violenze che esprime tutta la sua credezza nel  reclutamento dei piccoli combattenti, utilizzati direttamente sulle linee del fronte, istruiti per un ruolo sempre piu attivo come esecutori di attentati, guardie carcerarie e torturatori.

Le associazioni umanitarie  cercano in ogni modo di penetrare il Paese, nel tentativo di portare soccorso alle popolazioni prostrate, ma   le difficoltà di accesso hanno spesso impedito l’arrivo degli aiuti, anche quelli destinati ad alleggerire le sofferenze dei bambini, le vittime più vulnerabili di questa guerra infame. Oltre 2milioni di persone, compresi 280.000 bambini, vivono in aree sotto assedio, tagliati fuori dall’azione umanitaria.
Oltre alle bombe, ai proiettili e alle esplosioni sono malnutrizione e malattie ad uccidere i bambini.
Il dossier Unicef si conclude con la drammatica situazione degli sfollati bisognosi di assistenza.  6 milioni di bambini: un popolo di creature sofferenti che rispetto al secondo anno di guerra, il 2012, ha subito un aumento inverosimile. 12 volte tanto.

Unicef, portavoce del dolore dei bambini siriani,  chiede “a tutte le parti in conflitto, alla comunità iinternazionale, a tutti coloro che possono avere parte attiva e che hanno a cuore il loro destino, di trovare un’immediata soluzione politica per porre fine al conflitto siriano”.

Accade in questi tempi che molti di noi, laici e anche atei, ci si riconosca nella posizioni espresse dal Papa.

Come quando rivede nella Siria: "Un laboratorio di crudeltà”.

Come quando, analizzando le ragioni profonde del conflitto, dichiara che calpestando il suolo di quel Paese martoriato : “Ognuno cerca il suo interesse, nessuno cerca la libertà di un popolo. Non c’è tenerezza, non c’è amore, c’è crudeltà.
Quello che oggi accade in Siria è crudeltà. "

D.Bart.

giovedì 9 febbraio 2017

Yemen: l'orrore di una guerra ignorata.


Il conflitto civile che dal marzo 2015 insanguina lo Yemen ha causato fino ad oggi oltre 16mila morti, di cui almeno 10mila civili, e oltre 3 milioni di sfollati su una popolazione di poco superiore ai 25 milioni di abitanti.  
Un Paese già da tempo classificato tra i più poveri del pianeta è stato ulteriormente devastando in maniera sistematica.
La tragedia yemenita è tornata improvvisamente all’attenzione dei media internazionali per pochissime ore il 30 gennaio scorso, quando in un raid dei Navy Seals contro una base di Al Qaeda le forze armate statunitensi hanno subito la prima perdita dell’era Trump.
Altrimenti, quella dello Yemen, rimane relegata nel grande guscio crudele delle guerre dimenticate, delle vittime che pur innocenti non fanno notizia, del dolore e delle disgrazie che si consumano nel silenzio e nell'indifferenza generale.
E in questa carneficina schematizzata è L’Arabia Saudita ad essersi impegnata sin dall’inizio nel sostegno attivo al governo yemenita di Abdrabbuh Mansur Hadi. Scopo: contrastare i ribelli del movimento sciita zaydita Ansar Allah, meglio conosciuti come Houthi, attualmente padroni della  capitale yemenita Sana’a, dove hanno istituito un autoproclamato Comitato Supremo Rivoluzionario.
Nella contesa, si inseriscono sciaguratamente i gruppi jihadisti, il più importante e pericoloso dei quali, AlQaeda, controlla il governatorato di Hadhramaut, vale a dire circa un terzo del territorio del Paese.
Riyadh ha dispiegato in Yemen circa 150mila truppe guidando così un’eterogenea coalizione formata da Paesi alleati all’Arabia Saudita: Kuwait, Qatar, Giordania per il supporto aereo;
Marocco, Sudan e Senegal con truppe di terra. 

Gli Houthi controllano attualmente la parte più occidentale dello Yemen mentre le forze sostenute dalla coalizione a guida saudita controllano città strategiche come i porti di Aden ed al-Mukalla, nel sud del Paese. Ed è qui che imperversa la cosiddetta “guerra per procura” tra Riyadh e Teheran. 
Nonostante le ripetute smentite sul suo coinvolgimento, infatti, l’Iran  parteggia per la causa degli Houthi.
E lo fa con grande profitto dal momento che la resistenza delle loro forze tiene in scacco consistenti contingenti del suo grande rivale regionale, mortificandone anche le ambizioni su un’area strategicamente importantissima: con il suo sbocco diretto sul Mar Rosso e sul cruciale Golfo di Aden, infatti, lo Yemen si trova a cavallo di un importante crocevia commerciale e delle rotte di comunicazione tra il Medio Oriente, la Penisola Araba e il Corno d’Africa. L’esperto di geopolitica Antony H. Cordesman, in un’analisi realizzata nel 2015 per il Center for Strategic and International Studies (CSIS) ha inoltre messo in evidenza le vere ambizioni dell’Arabia Saudita, che mirano  allo sfruttamento dei porti e dei territori yemeniti per sviluppare infrastrutture destinate a bypassare lo Stretto di Hormuz, attualmente principale “collo di bottiglia” dei traffici di petrolio e gas provenienti dal Golfo Persico. L' attuale rete basata sulla East-West Pipeline, che collega il complesso Abqaiq col Mar Rosso, verrebbe amplificata di circa 1200 chilometri. Inoltre, secondo Cordesman, tra le ragioni che potrebbero avere spinto Riyadh a intervenire nel conflitto in Yemen potrebbero celarsi numerosi calcoli connessi alla stabilità interna del regno wahabita: il timore di ritrovarsi con uno Yemen governato da una forza politico-militare ostile, infatti, avrebbe catalizzato l’interventismo dell’Arabia Saudita che, in ogni caso, non ha fatto altro che portare una situazione già tendenzialmente insostenibile verso il precipizio.
La devastazione dello Yemen  è una ferita putrescente nel corpo già malato del MO :  il Paese presenta da un lato uno dei tassi di crescita demografici più elevati al mondo e una popolazione composta per la stragrande maggioranza di persone sotto i 24 anni (63% del totale), ma si trova al tempo stesso privo di qualsiasi prospettiva realistica per il futuro. La guerra, l’instabilità politica e la depressione economica hanno portato il tasso di disoccupazione vicino al 35%;  il numero di abitanti sotto la soglia di povertà superiore al 45%. Ciò ha contribuito a trasformare lo Yemen in uno dei terreni più fertili per la semina e la crescita del jihadismo e del radicalismo. Nel Paese si sono sviluppati a pari passo con  lo smantellamento progressivo delle istituzioni politiche e del tessuto sociale .
Il conflitto si trova adesso in una fase interlocutoria, ma precaria e insostenibile a causa del fallimento di tutti i tentativi di un cessate-il-fuoco prolungato: tutti gli sforzi delle forze lealiste di scalzare gli Houthi dalle loro roccaforti occidentali e dalla capitale Sana’a si sono rivelati illusori, mentre l’Arabia Saudita non è riuscita a controllare gli oltre 1.400 chilometri del suo confine con lo Yemen. Gli attacchi balistici dei ribelli alle sue regioni di confine hanno provocato circa 500 vittime.

La coalizione a guida saudita riceve sostegno attivo da almeno tre nazioni occidentali: Regno Unito, Francia, Stati Uniti.
Il Regno Unito e la  Francia,  storicamente legati  con la casa dei Saud  attraverso scambi, contratti d’affari miliardari e Legioni d’Onore, hanno garantito un appoggio logistico alla coalizione guidata da Riyadh.  Londra ha però lanciato negli ultimi tempi vari messaggi di smarcamento.
Gli Stati Uniti sono invece entrati a gamba tesa nel conflitto operando sia contro i ribelli Houthi che contro i gruppi qaedisti. Anche nei momenti di maggiore flessione della storica sintonia tra Riyadh e Washington a causa degli abboccamenti statunitensi con Teheran, l’amministrazione Obama non ha mai fatto mancare un concreto sostegno alle azioni del suo alleato, portando avanti la cooperazione nell’ambito del Joint Planning Cell istituito nel marzo 2015 e contribuendo al discusso blocco navale volto a impedire i rifornimenti di armi agli Houthi.
L' amministrazione Trump, che pure al suo ingresso ha subito bannato lodevoli provvedimenti come la riforma sanitaria, segue in questo caso la linea di intervento inaugurata da Obama.
  
Il presidente repubblicano, nonostante le dichiarazioni ostili a Riyadh pronunciate in campagna elettorale, ha deciso di puntare sul cavallo saudita in funzione di contrasto all’Iran, che alcuni suoi top advisors come il Generale Michael T. Flynn considerano l’avversario strategico numero uno, e proseguire una sintonia commerciale e affaristica confermata dai 115 miliardi di dollari in armamenti acquistati da Riyadh negli ultimi otto anni. Rudy Giuliani, Consulente per la Sicurezza Informatica di Trump, ha spiegato in un’intervista a Fox News come la mancata inclusione dei cittadini sauditi nel visa ban sia funzionale a un preciso disegno strategico, dato che l’Arabia Saudita è stata tutelata per i suoi legami con Israele e per la sua utilità in funzione anti-iraniana. Per non parlare degli interessi personali di Trump, delle società recentemente registrate e impegnate in progetti di sviluppo a Jeddah.
Così, nella grande tragedia yemenita, dopo il fallimento dei colloqui di pace di novembre, la partecipazione degli Usa potrebbe persino intensificarsi. Secondo il parere espresso dal giornalista David Swanson a Russia Today si avrà una nuova escalation del conflitto. Tra i maggiori sostenitori di un proseguimento del coinvolgimento americano in Yemen si posizionerebbe  Erik Prince, già consulente - si dice-  nella scelta dei membri dell’amministrazione Trump. In passato, da Ceo della compagnia militare privata Blackwater, ha attivamente collaborato col governo degli Emirati Arabi Uniti, che hanno arruolato centinaia di mercenari colombiani da inviare a combattere in Yemen a partire dal 2015.
Lo Yemen, intanto, viene ogni giorno  insanguinato dall'incessante ripetersi di scontri tra i contendenti del conflitto civile.
Solo pochi giorni fa, il 1' febbraio, 80 soldati sauditi ed emiratini sono stati uccisi in un attacco missilistico contro un campo d’addestramento, mentre nei primo giorni di gennaio i raid aerei della coalizione hanno ucciso  55 civili in due giorni nel corso delle operazioni dei lealisti volte a prendere il controllo della regione circostante la città di Dhubab. Morti dimenticati in un Paese che nel 2017 rischia di sprofondare in una catastrofe umanitaria senza precedenti. Il responsabile degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite Stephen O’Brien ha infatti riportato come in Yemen 10,3 milioni di persone necessitino di assistenza immediata, 2,2 milioni di bambini soffrano la fame e, in media, ogni dieci minuti un minore di 5 anni muore per cause potenzialmente prevenibili. Abbandonato a sé stesso, straziato dagli scontri tra due contendenti che non sanno arrivare nemmeno ad un accordo temporaneo; strumento sacrificale dei grandi giochi di geopolitica internazionale, lo Yemen è oggi un Paese senza alcuna prospettiva di riappacificazione sia interna che esterna. Ed è impossibile prevedere in che modo si potrà dare un futuro ad un Paese afflitto dalla miseria, la cui popolazione - per la stragrande maggioranza di giovane età - è vittima della fame, in balia dell'ingannevole  propaganda dell’islamismo estremo.
D.Bart