sabato 22 giugno 2019

MIGRANTI: QUANDO LA REALTA' DIVERGE DA FANTASIA, PROGRAMMI E PROCLAMI.

Nonostante le roboanti dichiarazioni di chi si autoproclama salvatore e guardiano delle patrie frontiere, in Italia i clandestini aumentano. 
Così come, di pari passo, aumenta l’insicurezza.
La crudele battaglia contro i barconi  e la criminalizzazione di chi salva la gente in mare ha il solo scopo di stendere il classico velo sui pasticci e sul fallimento della politica migratoria del Ministro dell’Interno, Matteo Salvini.

Innanzitutto, non è vero che tutti i migranti arrivano sui barconi. Dall’Africa, come da ogni altra parte del mondo, si arriva via terra, con gli aerei, spesso con visti turistici. Solo  il 5 percento dei migranti sbarca sulle nostre coste.

Con il decreto sicurezza, 120 mila migranti sono diventati irregolari, quindi clandestini, perciò potenziale manovalanza per la criminalità organizzata e mafie varie.

Solo negli ultimi sei mesi la Germania ha rimandato in Italia 1200 migranti. Particolare che il Ministro dell’Interno ha evitato di divulgare. Preoccupato com’è che il crescente consenso nei confronti della sua politica possa subire una sia pur lieve flessione. 

Lo stesso Ministro, peraltro, non si presenta alle riunioni europee appositamente organizzate per rivedere il trattato di Dublino. In particolare per ridiscutere il  regolamento che impone di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un passaggio importante che, al momento,  addossa tutto il peso degli arrivi sui paesi più facilmente raggiungibili attraverso le rotte del Mediterraneo, come l’Italia e la Grecia. 

Intanto, mentre si sbandiera il successo “umanitario” di aver ridotto le morti in mare, nell’ultimo anno sono annegati nel Mediterraneo 1500 migranti. Per dire di quelli che si sono potuti contare; quanti altri non sappiamo. 
Attualmente almeno 1 migrante su 6 muore durante la traversata. Nel 2017 ne moriva  1 su 19. 



1 migrante su 2 muore  nei campi libici; perciò dei 10.000 migranti riportati in Libia quest’anno ne sono stati condannati a morte 5.000
Tutti gli esseri umani passati per i campi libici hanno subito torture, stupri e violenze di ogni genere, tra cui la schiavitù.
Riportarli in Libia, quindi, significa rendersi complici di un massacro, giacché, spesso, gli stessi scafisti sono uomini della guardia costiera libica ai quali lo Stato italiano ha delegato  la “sicurezza” dei rifugiati e dei migranti.

È così che si alimentano insicurezza, paura, avversione, razzismo, crudeltà. Ciò che per i sovranisti-nazionalisti è un successo. Mentre  ad altri fa orrore.

D.Bart.

sabato 20 aprile 2019

Tripoli: in 600 senza acqua e cibo. Migliaia di famiglie libiche in fuga, 3.000 migranti bloccati in zone di conflitto

 Nel centro di Qaser Bin Gashir più di 600 persone, tra le quali bambini molto piccoli e donne in gravidanza, inviano appelli disperati: non hanno più cibo, non hanno acqua.


Centro di Qaser Bin Gashir


Venerdì scorso le forze di Haftar hanno conquistato l’area è intorno sono ancora in corso scontri violenti; è impossibile far giungere loro generi alimentari o soccorsi. Ora temono il trasferimento in un altro centro, a Zintan, dove morti di tubercolosi  sono sempre più numerosi. E nonostante la gestione dei centri sia stata criticata e bocciata dai vari organismi internazionali,  i governi europei, compreso quello italiano, restano indifferenti davanti alla  violazione sistematica delle convenzioni internazionali, alle condizioni sanitarie agghiaccianti, alle continue torture cui sono sottoposti migliaia di rifugiati. Condizioni che l’esplosione della guerra ha reso ancora più disumane. 

Centro di Qaser Bin Gashir


I combattimenti hanno inoltre costretto migliaia di famiglie libiche a fuggire dalle proprie case per cercare riparo dai parenti o in rifugi temporanei in edifici pubblici: scuole, palestre, uffici. Fra meno di due settimane gli ospedali avranno terminato le scorte di forniture mediche.. Acqua ed elettricità scarseggiano, i rifugiati e i migranti bloccati nei centri di detenzione governativi vicini alle  zone del conflitto sono oltre 3.000. Per loro non esiste via di fuga, il fuoco incrociato li sfiora giorno e notte.
#MédecinsSansFrontières  ha soccorso in questi giorni i centri di Anjila, Abu Salim, Sabaa. Ha fornito acqua potabile a quello di  Tajoura dove le persone della comunità danno un grande aiuto portando cibo ai migranti. Ma nessuna soluzione permanente è stata presa in considerazione dalle autorità libiche. Nel centro di Ain Zara, a 6,5 chilometri dalla linea del fronte, sono  ammassate 540 persone, in condizioni disumane.



Centro di Qaser Bin Gashir



Sebbene il numero di persone all’interno dei centri possa variare di giorno in giorno, al momento ci sono 135 persone in quello di Anjila, a 5,5 chilometri dal fronte, mentre pochi giorni fa c’erano 910 persone nel centro di Abu Salim, il più vicino a quello che nei prossimi giorni potrebbe essere territorio di scontri, dopo il bombardamento del quartiere la notte del 16 aprile. L’UNHCR si sta preparando a trasferire una parte delle persone più vulnerabili da Abu Salim al proprio Centro, ma lo spazio è limitatissimo.

D.Bart.


martedì 9 aprile 2019

GUEARRA IN LIBIA: ''NON CONDIVIDONO IL CIBO PERCHE' SIAMO CRISTIANI''

Nei centri di detenzione libici sono trattenute attualmente circa 5,700 persone. Sono uomini, donne e bambini la cui esistenza è, al momento, scandita da poche regole, sia pur malfamate. Se con il cambiamento della situazione politica anche queste dovessero crollare una nuova  emergenza andrebbe ad aggiungersi al caos generale. 

Nell'immagine centro di detenzione libico a Zintan, a 160 km da Tripoli (fonte OPEN)

Le violenze inflitte alla popolazione civile durante gli scontri armati non hanno freni, vengono perpetrate da tutte le parti in conflitto, senza distinzione alcuna. Perché in guerra non esistono buoni e cattivi, si combatte per uccidere. Ma per il momento non c’è una missione umanitaria pronta a correre in soccorso della Libia.  Dai messaggi che filtrano si capisce che i detenuti sono al corrente della situazione

Gira voce che in alcuni centri di detenzione - come a Qaser bin Ghasir e Gharyan - i migranti si trovino bloccati senza viveri e senza elettricità. L’unico piano di evacuazione fino ad ora eseguito ha riguardato i dipendenti dell’Eni e dell’ambasciata italiana. Ma nessuna  missione umanitaria è  stata organizzata per il soccorso in Libia.

Il conflitto
Il conflitto vede contrapposti il Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj a Tripoli, (appoggiato delle Nazioni Unite, compresa l’Italia,  i cui interessi economici sono prevalentemente concentrati nella zona nord-occidentale del Paese), e le forze del Generale Khalifa Haftar, (appoggiate dagli Emirati Arabi Uniti), che controlla la Cirenaica con le città di Bengasi e Tobruk.
La tregua umanitaria chiesta dall’Onu non viene minimamente rispettata. Si cominciano a contare i morti, una cinquantina per ora, da una parte e dall’altra. Il conflitto è arrivato fino alla periferia di Tripoli con il bombardamento dell’aeroporto. 


In città le scuole sono chiuse, la gente s’ammassa nei supermercati per fare scorte di cibo, alcuni hanno già abbandonato le proprie abitazioni in cerca di luoghi ritenuti più sicuri.
Attacchi missilistici da parte delle forze di Haftar.-milizie dell’autoproclamato Liyan national army (Lna)- hanno  colpito la città di Grad da Garian,  a circa 80 chilometri da Tripoli. 

I lager libici
I centri di detenzione in Libia sono 26. È li che la guardia costiera libica, finanziata anche con il contributo dell’Ue, rinchiude tutti i migranti che tentano di lasciare l’Africa via mare. Chiunque manifesti, anche pacificamente, viene sottoposto a violenze e torture di vario genere, come si è potuto documentare  nel centro di Triq al Sikka a Tripoli.


Centro di detenzione libico a Zintan, a 160 km da Tripoli (fonte OPEN)


Oppressi, torturati, ammassati in spazi ristretti e senza servizi igienici: è questo il destino dei migranti meno fortunati che non sono riusciti a superare la barriera dei guardiani del mare. Dalla capitale libica sotto assedio  arrivano ad Open messaggi come questi: “Siamo circa 130 profughi e viviamo in un hangar. Alcuni di noi hanno passato più di due anni nei centri di detenzione. Fa molto freddo e il cibo scarseggia. I libici non vogliono condividerlo con noi perché siamo cristiani".

“Abbiamo paura. Non possiamo scappare e anche se cerchiamo di farlo rischiamo di essere rapiti, per cui preferiamo stare in questa prigione disgustosa. È un momento terribile. La guerra ci fa paura. Sentiamo le bombe cadere».
Questo è il messaggio di un ragazzo eritreo. Uno dei tanti già segregati in condizioni pietose, che stanno vivendo una situazione ancor più devastante.

D.Bart.

sabato 6 aprile 2019

L'AVANZATA DI KHALIFA HAFTAR SU TRIPOLI: UN BLUFF O UN POSSIBILE BAGNO DI SANGUE

Khalifa Haftar passa all’atto e decide di prendersi la Libia. Irrompere nella capitale è finalmente, per il Generale, un traguardo raggiungibile: ora che la popolazione, stremata dai disordini, desidera soltanto un salvatore, ora che i capi delle milizie non sembrano assolutamente propensi ad impegnarsi in pericolosi combattimenti.

È facile immaginare che Haftar conti di portare dalla propria parte molti gruppi armati della capitale. La situazione è tale da escludere uno scontro ideologico. Alla “fede”, semmai, si ispirano solo alcuni miliziani salafiti, seguaci di un predicatore saudita, che militano nell’esercito del Generale.
A prevalere, in questa fase, sono interessi, opportunità legate ad un quadro più generale e internazionale.
Haftar è sostenuto economicamente dagli Emirati Arabi Uniti, supportato,forse,dai sauditi e dai russi attraverso i mercenari del gruppo Wagner presenti in territorio libico. Può contare, inoltre, sull’appoggio politico e d’intelligence dei francesi.

Evidentemente, non su quello degli Stati Uniti dell’era Trump, molto defilati e indifferenti nei confronti di eventi che non riguardino direttamente l’America. Non su quello delle Nazioni Unite o della comunità internazionale che, sia pur sommessamente, appoggiano Fayez al Sarraj, premier del governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale dopo l'accordo di pace del dicembre 2015.

Non su quello dell'Unione Europea che, senza nemmeno nominare i co-protagonisti della difficile situazione libica, si rivolge a "tutte le parti coinvolte" invitandole ad evitare un'evoluzione violenta della crisi. Le milizie hanno ormai capito che alla Libia, come a tutto il Nord Africa, convenga appoggiarsi ai paesi del Golfo

Il Generale Haftar, ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore del Governo cirenaico di Tobruk, non ha al momento a disposizione una forza militare in grado di sopraffare militarmente la capitale; ma soprattutto, se vuole assicurarsi legittimità, interna e internazionale, non può far degenerare la crisi in un bagno di sangue. E con  Misurata, citta-stato che difende Tripoli, l’ingresso del Generale non potrebbe passare se non attraverso azioni violente. 


Secondo alcuni osservatori l'avanzata verso la capitale costituirebbe una sorta di bluff per capire chi è disposto ad appoggiarlo.

Haftar ha combattuto per anni prima di liberare Bengasi, ha già subito le prime perdite solamente affacciandosi ai sobborghi di Tripoli. Possibile allora che le trattative ufficiose continuino, cosi come la  propaganda che lo indica come “liberatore dalle forze terroristiche”? Il supporto internazionale e il clima di generale pacificazione lo favoriscono nel medio e lungo periodo. La sua credibilità si gioca tutta in queste ore.
E ammesso che riesca a conquistare il potere a Tripoli, quanto tempo avrebbe a disposizione per riorganizzare un paese nel caos, privo ormai di una qualunque istituzione cui appoggiarsi per ricominciare? Haftar ha 75 anni, e dopo il suo recente ricovero a Parigi non circolano voci confortanti sulla sua salute.

D.Bart.








lunedì 18 febbraio 2019

GOVERNATIVI E RIBELLI HOUTHI SI RITIRANO LASCIANDO HODEIDAH ALLE NAZIONI UNITE.


YEMEN. 18 febbraio 2019- Dopo il round negoziale in Svezia tra ribelli Houthi e governo yemenita, le due parti hanno raggiunto ieri un accordo sulla città di Hodeidah: si ritireranno lasciando il controllo della città portuale sul Mar Rosso alle Nazioni Unite. È la prima fase del ridispiegamento congiunto delle forze armate.

Il porto di Hodeidah dopo un raid saudita (Foto: Yemen Press)

Oltre al porto di Hodeidah, il movimento Houthi e le forze governative e pro-governative
dovranno abbandonare i porti di Salerà e Ras Isa e le periferie della città. Sono passati due mesi esatti dal cessate il fuoco del 18 dicembre scorso. Una tregua per lo più rispettata, rotta da alcuni scontri tra le due parti mai degenerati in un nuovo conflitto.
La popolazione può tornare, quantomeno, a sperare; perché Hodeidah ha un’importanza fondamentale per i civili: secondo porto del paese dopo Aden, è il primo punto di accesso degli aiuti umanitari in arrivo in Yemen. Circa il 70% del soccorso entra da questo scalo, anche se si tratta di un supporto comunque insufficiente a far fronte alla più dura crisi umanitaria della regione. Il blocco imposto dai Sauditi via terra e via aria impedisce l’arrivo sistematico dei cargo delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali, e ciò che entra non può bastare ad una popolazione di 28 milioni di persone, l’80% delle quali sopravvive solo grazie ad aiuti esterni.
Toccherà poi alla fase 2 predisporre l’intero ridispiegamento delle forze armate quando anche i combattenti dovrebbero essere posti sotto il controllo delle Nazioni Unite. I dettagli della demilitarizzazione e del ridispiegamento non sono noti. Si tratta della parte più complessa e difficile perché andrà a pesare sugli attuali equilibri della città portuale. Ma la strada verso un dialogo politico reale non può prescindere da questa fase.
L’emergenza umanitaria resta comunque il primo problema da affrontare. Quattro anni di guerra a guida saudita contro lo Yemen hanno ridotto i due terzi della popolazione civile ad una sorta di sopravvivenza in pre-carestia ed un terzo in condizioni di estrema vulnerabilità. 24 milioni di persone, invocano una qualche forma di assistenza umanitaria o di protezione, 14,3 milioni tra queste hanno bisogno di un soccorso immediato.
Basta? Neanche per sogno! I paesi che hanno voluto la guerra, che la conducono e la perseguono dal marzo 2015, al di fuori d’ogni principio di legalità internazionale, continuano ad armarsi. Ad Abu Dhabi, dove è in corso la fiera militare, gli Emirati Arabi hanno siglato contratti di acquisto di armi per un valore totale di 1,3 miliardi di dollari. Tra i prodotti in mostra sono presenti anche molti armamenti già impiegati in Yemen: armi automatiche, carri armati, veicoli blindati. Abu Dhabi ha firmato inoltre un accordo di vendita da 335 milioni di dollari con la statunitense Raytheon Co. of Waltham per missili Patriot terra-aria.
La commissione per le relazioni internazionali dalla Camera dei Lord britannica ha duramente condannato nei giorni scorsi la vendita di armi da parte di Londra all’Arabia Saudita. Per la prima volta l’esportazione militare verso Riyadh è stata definita “illegale”: il governo è accusato di non aver mai condotto un’indagine indipendente sull’uso che di quelle armi viene fatto in Yemen. Si parla e si tratta di stragi di civili -uomini donne bambini- , di distruzione e attacchi sistematici contro infrastrutture, scuole, cliniche, case.
(D.Bart.)

mercoledì 23 gennaio 2019

DA BECCARIA A SALVINI: NASCITA E DECLINO DELLA SOCIETA' UMANA

L’arresto del terrorista rosso Cesare Battisti, condannato all’ergastolo dai tribunali italiani e latitante all’estero da trentasette anni, ha esortato Matteo Salvini a pronunciare una frase che ci riporta indietro di secoli :”che marcisca in galera”.
Ore dopo, la morte di un tunisino, ammanettato e legato alle caviglie dalla polizia nel corso del suo arresto, sortisce, sempre da parte di Salvini, un cinico : “dovevamo offrigli caffè e cornetto”?
Quindi, la notizia dei 170 migranti morti nel Mediterraneo, senza soccorso, senza scampo. La più tragica circostanza di questo inizio d’anno spinge il ministro italiano a scaricare ogni responsabilità sulle ONG, sugli scafisti, e persino sulle stesse vittime:” chi non parte non muore”.
Gli fa eco, a stretto giro, la disperazione di uno dei 3 superstiti del naufragio: “meglio morti che tornare in Libia”. Perché in Libia, dove giungono sfiniti dopo aver attraversato il deserto stretti nella morsa della fame e della sete, vengono imprigionati, picchiati, torturati e, se son donne, violentate.
Quel che Salvini archivia alla spicciolata con un :”la pacchia è finita”.
Commenti brutali e sconsiderati che, a malapena, si possono tollerare in strada o nei bar, ma che pronunciati da un ministro della Repubblica gridano vendetta al cospetto di ogni cielo e di ogni Dio. Una fortuna (sciagurata) che a riequilibrare lo scompenso arrivino gli alleati di partito: non è più voglia di pacchia, ma colpa della Francia che impone alle sue ex colonie africane il franco per finanziare il suo debito pubblico.
È comunque un passo avanti. Almeno si ammette che, forse, scappano dallo sfruttamento, quindi, dalla fame.




Infine, dopo sole 48 ore di preavviso, l'esercito ha cominciato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto. 320 persone smistate come merce e come bestie, parte al Sud, parte al Nord, costrette ad abbandonare un percorso di integrazione intrapreso e perfettamente riuscito.
Aldilà della crudeltà gratuita del decreto Salvini, da oggi abbiamo altre persone senza casa, senza cibo, senza documenti, in giro per le nostre città.

L'ILLUMINISMO E LA COSTITUZIONE ITALIANA

Nel 1764 Cesare Beccaria dava alle stampe il saggio più noto dell’illuminismo italiano : “Dei delitti e delle pene”
In esso si riscontra la stessa prospettiva dei principi filosofici ed etici cari a Montesquieu e
Rousseau: le pene devono svolgere una funzione rieducativa e non repressiva, devono favorire la sicurezza sociale e un'integrazione sociale del criminale. Il concetto stesso di “pena”, all’interno di una società umana, non deve tollerare soprusi e barbarie.
Principi ai quali, nel 1948, si ispirò la nostra Costituzione che all’articolo 27 sancisce:
“L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”
Anni, secoli di evoluzione del pensiero, riforme, tutti gli sforzi fatti da chi lavora per e nelle carceri per consacrare i valori della costituzione sulla rieducazione del condannato spazzati via, in un attimo, da quella frase dedicata a Battisti , "deve marcire in carcere".

Che dire, poi, del commento sulla morte del 31enne tunisino in Toscana?
“Buon sabato ai poliziotti che a Empoli facendo il loro lavoro hanno ammanettato un violento, un pregiudicato che poi purtroppo è stato colto da arresto cardiaco. Se i poliziotti non possono usare le manette per fermare un violento, ditemi voi cosa dovrebbero fare, rispondere con cappuccio e brioche?".
Non era opportuno, se non doveroso, attendere prima l’esito degli accertamenti dei magistrati ? Proprio nel rispetto di quella Costituzione che, viceversa, difendiamo a spada tratta solo quando conviene, nell’ambito di quel perverso gioco politico che non fa mai gli interessi della gente e della Storia, ma che mira soltanto a personali tornaconti. (Vedi terzo referendum costituzionale 4 dicembre 2016)


PARADOSSI, CINISMO, MENEFREGHISMO.

“Chi non parte non muore” .
“La colpa è delle ONG che pattugliano al largo della Libia promuovendo di fatto le partenze”. Come dire che se chiudi i forni la gente smetterà di chiedere il pane.
Intanto, alla Corte penale internazionale dell’Aja, è arrivato l’ultimo aggiornamento dell’Onu con l’elenco di nefandezze ed orrori vari cui sono costretti i migranti in Libia:

-privazione della libertà e detenzione arbitrarie in centri ufficiali e non ufficiali;
-tortura, compresa la violenza sessuale;
-rapimento per riscatto; - estorsione;
-lavoro forzato;
-uccisioni illegali.

I responsabili sono funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e bande criminali.
Il tutto avviene nella piena consapevolezza di quei politici che, dall’Italia e da Bruxelles, da circa due anni, versano migliaia di euro al Governo libico e alle milizie affinché blocchino le partenze verso i porti italiani.
Aiuti anche materiali, come motovedette ed equipaggiamento militare.



Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948. 
Preambolo: Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti.
Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

IL RAZZISMO NEMICO DELLA FRATELLANZA

Il razzismo ha radici profonde nella storia delle relazioni umane. Nasce dall’istintiva, primitiva paura verso il diverso; quella paura che in qualche modo ha quasi giustificato sofferenze e torture. Ma è stato il Nazismo, nella seconda guerra mondiale, ad ufficializzare, elaborare, organizzare il culto di una “razza” superiore. Il concetto di “persona umana”, sopravvissuto nei secoli anche ai momenti più duri e difficili, veniva spazzato via dall’etichettatura del “diverso”, dell’inferiore, del meno umano fino alla razionalizzazione del più grande genocidio della storia: progettato e puntiglioso.
Allora erano gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari e gli handicappati. Ora, a tornare in scena, è il nero, il magrebino, il musulmano. Sono loro le nuove vittime di un razzismo che si alimenta di concretezze legate all’economia, alla sicurezza, al posto di lavoro, ai troppi ragazzi inoperosi che vagano per le nostre città chiedendo elemosine. È il cosiddetto Terzo Mondo che preme ai confini degli Stati benestanti: la frontiera americana con il Messico, le coste mediterranee del Sud Italia, di Malta e della Spagna. Sono queste le mete agoniate, il punto d’arrivo di un cammino lungo e disperato verso il miraggio di una vita meno dura, più fortunata. Un sogno che si spezza, spesso, nella sprezzante realtà dello sfruttamento del lavoro, della prostituzione, della manovalanza attraverso i mille sudici rivoli della malavita organizzata. Ma tant’è!


LE CAUSE DELLA MIGRAZIONE DI MASSA - LO SFRUTTAMENTO DELL’AFRICA

Le multinazionali, che in nome e per conto di vari governi adottano politiche economiche adatte solo ad incrementare i guadagni per gli investitori, impoveriscono da sempre e progressivamente il territorio africano. Per contro, le popolazioni locali, non riscuotono da tutto ciò il benché minimo riscontro economico.

Dalle ricchissime miniere del Congo, ad esempio, si estrae la columbite-tantalit nota con il termine abbreviato “Coltan”. Si tratta di una polvere dalla quali si ricavano i micro condensatori, utilizzati per la fabbricazione di pc e smartphone.
In queste miniere si lavora a mani nude, quando va bene con setacci e piccole pale, sempre immersi mani e piedi nel fango , scavando in profondità. Le pietre raccolte vengono messe in sacchi di plastica e trasportati a mano o sulla testa per poi essere riversati a terra e setacciati a mano. A questo durissimo lavoro partecipano anche i bambini.



Petrolio, gas naturale, carbone , stagno, diamanti, uranio, rame, cobalto, piombo, zinco, oro, amianto, cromo, nikel, bauxite:
tutte le regioni del continente africano custodiscono favolose risorse. Ma gran parte della ricchezza mineraria dell’Africa è stata ed è tuttora “mal-gestita” da grandi gruppi multinazionali.
Se a tutto ciò aggiungiamo il bombardamento e la destabilizzazione di grandi territori, in nome di uno spocchioso quanto falso desiderio d’esportazione di democrazia, come è accaduto in Libia, le conseguenze non potranno che essere tragiche.
E non è chiudendo i porti che li fermerete. Perché loro, i “diversi”, sono così tanti e cosi disperati che continueranno a partire, ed anche a morire, finché i corpi degli affogati, uno sull’altro, non formeranno un lungo ponte su cui camminare, dalle sponde africane a quelle europee.

È questo che l’idiozia dei politici non comprende: la forza dirompente, caparbia, persistente della disperazione.

D.Bart.

mercoledì 2 gennaio 2019

Sea Watch3. Malta concede riparo in acque territoriali ma i migranti non possono sbarcare.


Solo una breccia, una lieve fenditura, comunque, un segnale che turba, danneggia il muro di cinismo e indifferenza che l’ Europa ha eretto a propria difesa contro i migranti. Contro i 32 disperati che a bordo della nave Sea Watch vagano in balìa del mare in tempesta da 12 giorni, in attesa che venga loro concesso di attraccare in qualche porto sicuro. 

Malta, dopo ripetuti rifiuti, ha finalmente concesso una sia pur limitata autorizzazione: non l’attracco in porto, ma solo la possibilità di porsi al riparo in acque territoriali. 
A bordo si soffre ancora, c’è chi non smette di vomitare a causa del mal di mare, soprattutto i bambini il più piccolo dei quali ha 1 anno, 6 e 7 gli altri due.

Con la Sea Watch ha ottenuto stessa concessione la Sea Eye del Professor Albrecht Penck , che trasporta 17 migranti in precarie condizioni di salute e con scorte di acqua e di cibo al limite.
“Abbiamo a bordo tre bambini che vomitano in continuazione, a rischio ipotermia e disidratazione". Così, l’ultimo drammatico appello dei medici, lanciato al dodicesimo giorno in mare, ha avuto ascolto. 
Onde alte tre metri, temperature poco sopra allo zero, maestrale a venti nodi, condizioni meteo in ulteriore peggiornamento per i prossimi due giorni e 49 persone in tutto in serio pericolo: a nulla è valsa la continua richiesta di aiuto.

I medici delle due ong tedesche sono ancora in attesa che qualche Paese si decida ad aprire un porto del Mediterraneo per sbarcare i migranti soccorsi. "Per persone malnutrite e in condizioni di salute molto precarie come quelle che abbiamo a bordo la disidratazione come causa del mal di mare è un rischio molto grave e può mettere anche a rischio la vita soprattutto se associata all'ipotermia", dicono i soccorritori.

Intanto, sui ponti della piccola nave l’acqua ha invaso ogni angolo, i migranti sono stati messi al riparo sottobordo, in spazi estremamente ristretti e in condizioni di promiscuità. Fisicamente e psicologicamente stremati cominciano a non comprendere più la situazione ed è difficile controllarli.

Già 30 città tedesche di sono dette disponibili ad ospitare i migranti delle navi Sea Watch e Sea Eye, 
ma il governo non ha ancora presentato alcuna richiesta ufficiale, né all'Europa né ad altri paesi, per l’eventuale concessione di un porto sicuro. 

Dopo l'appello di Unhcr anche Médecins Sans Frontières (MSF) è intervenuta. Con le condizioni del tempo in peggioramento e le rigide temperature invernali è necessario trovare una soluzione rapida. “Facciamo appello alla società civile italiana, affinché alzi la voce su questa situazione inaccettabile e sulla richiesta di politiche più umane che allevino le sofferenze delle persone. Chi fugge ha bisogno di protezione. La tutela della vita delle persone al primo posto, poi i dibattiti politici su chi accoglie".
D.Bart.