giovedì 8 febbraio 2018

IRAN. LE DONNE CONTRO IL VELO. NO-CHADOR


La sommossa parte nel  2014, quando la giornalista Masih Alinejad, iraniana, residente a Brooklyn, apre su Facebook la pagina "My Stealthy Freedom" (La mia libertà clandestina).
Dalle pagine del social, le donne vengono invitate a postare immagini di sé  senza l’hijab, il velo, che nella tradizione islamica,  allacciato sotto la gola, copre il capo e le spalle.
Oltre tre anni di lotte, più o meno sommesse, per arrivare  al 27 dicembre scorso, quando la trentaduenne Vida Movahed viene fotografata in piedi, a capo scoperto, su una cabina elettrica di Teheran.
Al centro di una delle strade più frequentate della capitale, la ragazza sventola il suo chador legato ad un bastone. L'immagine, da subito virale, diventa un simbolo.
Arrestata e in tempi brevi rilasciata Vida Movahed è attualmente l'eroina di un rinnovato, indomito desiderio di libertà.
La protesta contro l'obbligo di hijab si estende in tutto l'Iran: decine di donne rinunciano al velo, sostenute, appoggiate in molti casi anche dagli uomini.
La decisione non è indolore,  almeno 29 donne nelle città di tutto il Paese vengono arrestate. Simili coraggiosi atti di ribellione contro il velo non hanno precedenti nella storia quasi quarantennale della Repubblica, eppure, soltanto l'anno scorso, la stessa Masih Alinejad ha lanciato i “Mercoledì bianchi” o “White Wednesdays,” invitando le donne a indossare hijab bianchi ogni mercoledì per protestare contro la legge che impone l’obbligo di hijab.
La pagina della giornalista ora ha più di un milione di follower. “Ero una reporter politica, ha detto, ma le donne in Iran mi hanno costretta a occuparmi della questione delle libertà personali”.
La lotta contro il velo obbligatorio è un punto di partenza, un pretesto quasi, per tornare ad avere controllo sul proprio corpo. In discussione, insomma, non c'è l’hijab in quanto tale.
Accanto a donne a capo scoperto, infatti, protestano  donne che indossano il chador integrale. Lo fanno con orgoglio, affinché sia chiaro che il movimento, in termini di concretezza , rivendica innanzitutto il diritto della donna di scegliere come vestirsi. Ciò che la maggior parte dei leader continua a voler negare.
Con una clamorosa eccezione: quella dello Shah Reza, fondatore della dinastia Pahlavi, che nel 1936, con un gesto d'avventata modernizzazione, abolì il velo imponendo addirittura gli arresti domiciliari per le disobbedienti, che non sopportavano di girare con il capo scoperto.
A ripristinare l'uso dell'’hijab fu il leader della Repubblica Islamica, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, che lo rese  obbligatorio nel 1979.
Da allora i paladini del velo si avvalgono di un detto sentenzioso: “Ya rusari ya tusari,” che tradotto significa: “o il capo coperto o un pestaggio”.
Gruppi supervisori, spesso composti da donne con lo chador integrale, battevano le strade per punire le donne poco coperte.
L'editto di Khomeini, sopravvissuto alle proteste femminili di massa, non è mai stato revocato, ma le donne iraniane sono stanche e pronte ad abbattere anche i confini del “hijab accettabile”. Hanno accorciato gli abiti modellandoli sul corpo e ridotto le stoffe dei chador.
L'ira del regime si è scatenata di pari passo. Nel 2014, la polizia iraniana ha annunciato che il “cattivo hijab” aveva portato a numerosi arresti e causato 3,6 milioni di interventi da parte degli agenti.
Come ho detto, però, l'attivismo per i diritti delle donne attribuisce  all’hijab un importanza relativa rispetto ad altre priorità come l’eguaglianza dei diritti politici o la parità di genere. Nel 2006, la campagna "Un milione di firme per la revoca delle leggi discriminatorie” riservava scarsi riferimenti al velo. Anzi, le donne iraniane considerano ossessiva l'attenzione dell' occidente per l’hijab. “Non stiamo lottando contro un pezzo di stoffa, dice Alinejad, ma per la nostra dignità. Se non potete scegliere che cosa mettere in testa, allora non vi lasceranno decidere nemmeno che cosa pensare con la vostra testa".
Purtroppo, i funzionari della Repubblica Islamica sostengono che l’hijab conferisca dignità alle donne.
Le politiche discriminatorie sono tuttora in vigore e il movimento del milione di firme resta il grande sconfitto.
La fiamma del rinnovamento, rinvigorita dal gesto di Vida Movahed che sale sulla cabina elettrica per protestare contro il chador, ha comunque costretto il governo a prendere una posizione. Immediata, la prima risposta è arrivata per voce del capo della polizia iraniana: non più "carcerazione" bensì "educazione" per le donne che non osservano l'uso dell’hijab.
Quindi, nei primi giorni di gennaio, forse per placare i disordini in atto nel Paese, il Presidente Hassan Rouhani ha compiuto un importante passo dichiarando che “non si può imporre uno stile di vita alle future generazioni”.
In questi giorni, sotto la pressione di una aumentata disobbedienza civile, il procuratore generale dell’Iran ha commentato negativamente il comportamento delle donne definendo “infantili” i gesti ispirati al "no-hijab’”.
Ma, ormai sembra chiaro, le donne iraniane non sono più inclini a farsi intimorire.
Nuove generazioni, fortemente aiutate dall'ecosistema mediatico, diffondo potenti immagini di ribellione che ribaltano la situazione : non sono più le donne a temere il governo, è il governo che ha paura delle "no-hijab”,  dei loro capelli a vista, liberi, sotto il sole e nel vento.

D.Bart.

mercoledì 31 gennaio 2018

Siria - 100 morti. L'operazione "Ramo d'Ulivo e l'allarme di Macron: rischio 'invasione' turca.


"Ramo d'Ulivo": è stata chiamata così l'operazione che il 20 gennaio scorso l’esercito turco ha lanciato sulla regione di Afrin, nel nord-ovest della Siria. Un nome che nella simbologia universale della pace suona come una beffa. 

Un centinaio i morti, ma Ankara smentisce

L’aviazione ha aperto l'offensiva con numerosi bombardamenti sulla zona seguiti, il giorno dopo, dall'imponente invasione di terra eseguita da truppe di fanteria e corazzate turche. L'accerchiamento si è esteso fino al confine orientale, da dove si sarebbero mossi  migliaia di combattenti appartenenti all’opposizione siriana filo-turca dell’Esercito Libero. Gli stessi che da mesi occupano la striscia di terra intorno alle cittadine di Azaz, Al-Bab e Jarablus, conquistate con l’aiuto di Ankara nell’ambito dell’operazione Euphrates Shield.

Il mirino degli attacchi era puntato contro obiettivi del Ypg, il più importante componente delle Syrian Democratic Forces (Sdf), la milizia fortemente voluta ed appoggiata dagli USA nel nord-est della Siria per cacciare dalla zona lo Stato Islamico. Ultima vittoria della formazione, nel 2017, la riconquista di Raqqa, ex capitale del Califfato.

Da mesi, ormai, da Ankara trapelava l'intenzione di sottrare Afrin al controllo del Ypg. Anche a costo di un' operazione militare. Strappare ai curdi del Pyd il cantone di Afrin significa infatti porre fine ad ogni loro velleità di controllo sull’intero confine turco-siriano, con sbocco sul Mediterraneo.

All'operazione, pianificata da tempo, mancava solo il via libera di Putin. Che è, evidentemente, arrivato facendo dell'offensiva Turca un punto di svolta della guerra in Siria.

Da oltre un anno, infatti, poco dopo l’inizio del suo intervento in Siria, anche Mosca si era fatta garante dei territori sotto il controllo del Pyd, in virtù del contributo che quest’ultimo aveva dato alla lotta contro lo Stato Islamico. L’accordo, tutt'altro che tacito, era che gli Stati Uniti si fossero impegnati a garantire le conquiste curde a est dell’Eufrate, armando e assistendo le Sdf nell’offensiva su Raqqa, mentre la parte occidentale sarebbe rimasta sotto tutela della Russia, la quale, per garantire la presenza curda ad Afrin, aveva anche provveduto a mandare nella città un contingente di osservatori militari.
L' attacco turco pone fine a questa tutela. Anche se l'ufficialità rimane ibrida e torbida, al punto che sia la Russia che Assad condannano duramente l’operazione unilaterale turca.
Dichiarazioni che contraddicono le intenzioni, se è vera la notizia del ritiro degli osservatori militari da Afrin, avvenuto poche ore prima dell’attacco.
Autorevoli e sicure fonti, poi, confermano anche l'incontro di giovedì 18 gennaio a Mosca tra vertici militari turchi e russi per coordinare le operazioni.
Il comportamento di Mosca rimanda la mente alla stessa falsa retorica usata da Ankara per condannare l’attacco del regime di Damasco, sostenuto dall’aeronautica russa, sull’enclave ribelle di Idlib. Ankara è arrivata prrsino a convocare gli ambasciatori russo e iraniano e a minacciare contrattacchi, benché l’operazione fosse più o meno prevista nelle trattative di Astana, tenute tra Russia, Iran e Turchia nel settembre scorso.
Le dichiarazioni diplomatiche rese in queste ore tendono a difendere sia l’immagine della Turchia, paladina dei ribelli siriani, sia l’immagine della Russia, a sua volta garante dei curdi del Rojava.
Un' immagine idilliaca  ulteriormente danneggiata dalle dichiarazioni del rappresentante del governo del Rojava il quale ha confermato che i rappresentanti russi si sono offerti di fermare l’attacco turco solo in cambio della rinuncia curda ad Afrin in favore del regime di Damasco.

L'operazione "Ramo d'Ulivo", dunque, confonde acque già fin troppo torbide. Scompone le carte, aprendo la visuale su due diversi sviluppi, il primo dei quali presenta altrettante  prospettive.

-La prima è che potrebbe favorire la ripresa della conferenza di pace di Sochi, attualmente bloccata, e sulla quale la diplomazia russa ha messo il massimo impegno per risolvere l'intricata vicenda siriana.
Per raggiungere l'ambizioso obbiettivo, Mosca dovrebbe far digerire ad Ankara la presenza dei curdi del Pyd al tavolo della conferenza.
E il consenso all'attacco ad Afrin potrebbe rappresentare il termine dello scambio.

 
- La seconda è che la Russia abbia deciso di abbandonare irrevocabilmente i curdi,  cominciando dal nord-ovest, contando sul fatto che gli Stati Uniti faranno lo stesso a nord-est, evitando così di rimanere gli unici alleati dei curdi in un contesto regionale assolutamente ostile.

Sta di fatto che l’unico punto su cui le dichiarazioni ufficiali di Russia e Turkia concordano sono quelle riguardanti la responsabilità  degli USA nel generare la causa che ha portato la Turchia ad agire. Vale a dire, la creazione di un contingente di protezione dei confini nelle aree curde nel nord-est, forza addestrata da Washington

Il secondo sviluppo riguarda invece gli oppositori siriani. L’operazione su Afrin, condotta con il supporto dei ribelli dell’Esercito Libero controllati da Ankara, allarga infatti significativamente i territori già sotto controllo dei ribelli filo-turchi occupati nel quadro dell’operazione Euphrates Shield. Ciò avviene nelle stesse settimane in cui le massicce operazioni del regime siriano su Idlib (sostenute da forze iraniane e russe) rischiano di portare a un nuovo esodo di massa di civili e combattenti legati agli oppositori di Assad, com’era accaduto un anno fa dopo la presa di Aleppo. In questo modo le forze turche, che sono già disposte lungo il confine tra la provincia di Idlib e quella di Afrin, potrebbero facilitare il passaggio di civili e ribelli “moderati” verso Afrin e le zone di Euphrates Shield, intrappolando i jihadisti di Tahirir al-Sham (ex al-Nusra) ad Idlib, sotto l’attacco del regime.

L'eventuale successo di tale operazione modificherebbe la situazione attuale e finale della guerra, almeno nel nord-ovest della Siria. Eliminerebbe, innanzitutto, l’invadente presenza di Tahrir al-Sham, confinando la presenza curda a ovest dell’Eufrate. L’intera opposizione siriana passerebbe sotto il diretto controllo della Turchia, che ne sacrificherebbe l’autonomia di scelta in favore degli interessi di Ankara.
Assad, in cambio, otterrebbe di ridimensionare la campagna militare per riprendere Idlib, con la possibilita di poter negoziare i futuri accordi di pace direttamente con una controparte più accomodante e affidabile come la Turchia. Nel frattempo potrebbe occuparsi delle restanti sacche di resistenza a Damasco, nel sobborgo di Ghouta e nel sud.

Ipotesi che, verosimilmente, potrebbero rientrare nel quadro strategico concordato dai principali attori in gioco sullo scacchiere del nord-ovest siriano.
L'unica certezza, invece, è  che, nonostante gli accordi di Astana su Idlib e la protezione russa su Afrin, le bombe cadono ancora su entrambe le città, causando nuovi morti, altro dolore.
Al momento sarebbero oltre un centinaio le vittime dei bombardamenti turchi, ma Ankara smentisce.
Un orrore che si rinnova senza adeguato contrattacco, se non quello  rappresentato da furibondi quanto inutili messaggi diplomatici.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ammonisce la Turchia sui rischi di un' "invasione" del nord della Siria.
"Ho chiesto subito calma e cautela e ho fatto presente già dalle prime ore la nostra preoccupazione. Se non venisse rispettata la sovranità siriana ci troveremmo di fronte a un reale problema", ha detto il presidente intervistato dal Figaro. 

Secondo Macron le manovre di Ankara nel nord-ovest della Siria richiedono "discussioni e decisioni sia tra europei, ma più in generale tra alleati. Per questo - annuncia il presidente -  nei prossimi giorni parlerò  con Erdogan di questa offensiva contro l'enclave curdo-siriana di Afrin".
Per Macron "non è possibile costruire una sicurezza sul terreno senza il rispetto della sovranità siriana contro un nemico (i curdi) che non è più l'Isis".

Macron ha parlato al termine della cena con la comunità armena a Parigi. Qualche ora prima, davanti ai deputati riuniti all'Assemblea Nazionale, anche il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, aveva parlato della difficile situazione del nord della Siria, denunciato il rischio di un' "occupazione" da parte della Turkia.

D.Bart.

sabato 27 gennaio 2018

Attentato a Kabul, 95 morti. L' attacco suicida vicino al ministero dell'Interno.

Kabul. 27 gennaio 2018.

Un massacro. Non ci sono parole, altrimenti, per raccontare le conseguenze della triplice esplosione che ha fatto tremare stamattina il centro di Kabul. L'attacco suicida, rivendicato dai talebani con un messaggio whatsapp, ha provocato 95 morti e 163 feriti. Bilancio provvisorio.
Le esplosioni sono avvenute nei pressi di sedi strategiche, importanti come il ministero dell'Interno, gli uffici dell'Unione europea e dell'Alto consiglio per la pace. Anche la sede della polizia di Kabul si trova nelle immediate vicinanze. Per il trasporto dell'ingente quantitativo di esplosivo, i talebani hanno utilizzato un'autoambulanza. L'autobomba è saltata in aria dopo aver superato il primo check-point.

A rendere conto del  numero delle vittime è stato il portavoce del ministero dell'Interno, Waheed Majroh. Questo è solo l'ultimo  dei numerosi attentati contro Kabul, e forse quello con il maggior numero di vittime.
Il kamikaze che ha utilizzato un'ambulanza per passare i posti di blocco, al primo controllo ha detto che stava portando un paziente verso l'ospedale Jamuriat. Al secondo alt  è stato identificato e ha fatto esplodere la carica.

Tutto si è svolto davanti ad una delle barriere che proteggono l'accesso alla strada che porta alle sedi di diverse istituzioni: uffici del ministero dell'Interno, sede della polizia, delegazione dell'Unione europea, e il liceo per ragazze Malalai.

La maggior parte dei feriti, tra i quali alcuni bambini, è stata trasportata nell'ospedale dell'ong Emergency, vicino alla zona dell'attentato. "È un massacro", ha detto Dejan Panic, coordinatore di Emergency in Afghanistan.

La foto che accompagna il suo messaggio mostra numerose vittime distese nei corridoi, sotto le mura della struttura. Intorno, panico e pericolo. Un edificio vicino all'ospedale Jamuriat, alto diversi piani e con numerose crepe, minacciava di crollare, così i medici hanno chiesto ai civili di aiutare a spostare i feriti, che avrebbero rischiato di rimanere sepolti sotto le macerie in caso di crollo.

L'obiettivo privilegiato sarebbe l'Alto consiglio per la pace, che è incaricato dei negoziati con i talebani, al momento bloccati. L'attacco, rivendicato dal portavoce dei talebani dice testualmente: "Un martire ha fatto saltare in aria la sua autobomba vicino al ministero dell'Interno, dove si trovavano numerose forze di polizia".

L'esplosione, fortissima, ha letteralmente scosso la capitale. Le finestre dell'ufficio di Afp, che si trova a circa 2 chilometri di distanza, hanno tremato. A "Chicken Street",  la vicina strada degli antiquari, le vetrine si sono infrante come in tutti i quartieri a diverse centinaia di metri dal luogo dell'attentato. Un fotografo di Afp che si è recato  immediatamente sul posto ha visto diversi corpi insanguinati, "morti e feriti" sui marciapiedi. I residenti aiutavano nei soccorrere. Numerose vittime - uomini donne e bambini - portate nell'ospedale Jamuriat sono state curate nei corridoi sommersi di pazie.
Il livello d'allerta a Kabul è altissimo, in particolare nel centro e nel quartiere diplomatico, dove si trova la maggior parte di ambasciate e istituzioni straniere.
Si tratta del terzo attentato in Afghanistan in una settimana: dopo quello di sabato 20 gennaio all'hotel Intercontinental di Kabul, rivendicato dai talebani, e dopo quello di mercoledì 24 gennaio nella sede di Save the Children a Jalalabad, rivendicato dall'ISIS.

D.BART.

mercoledì 24 gennaio 2018

L' ATTACCO DELL' ISIS A 'SAVE THE CHILDREN' IN AFGHANISTAN.


Il blitz cruento, brutale che l'Isis ha inscenato oggi contro gli uffici della ong internazionale 'Save the Children' a Jalalabad City, nella provincia orientale afghana di Nangarhar, conferma lo stile barbarico, tipico di un terrorismo che agisce alla cieca, colpendo persino quelle strutture che in guerra si proteggono con la croce. L'attacco ha impegnato le forze di sicurezza afghane per ben dieci ore. Al termine di sparatorie ed esplosioni, che si sono susseguite per l'intera  giornata, le autorità hanno diffuso un provvisorio bilancio di 11 morti e 24 feriti. Tra le vittime vi sarebbero tre- forse quattro- membri di Save the Children.

L'assalto è scattato intorno alle 9 ora locale, con una forte deflagrazione davanti all'edificio che ospita l'organizzazione. Non è chiaro se provocata da un kamikaze che si è fatto esplodere o da un'autobomba. Quindi l'irruzione di quattro uomini che hanno preso posizione bloccando sotto la minaccia delle armi automatiche l'intero staff, una cinquantina di persone.

Come nell'attacco all'Hotel Intercontinental di Kabul, rivendicato dai talebani durante il fine settimana, poco dopo l'assalto una colonna di fumo nero si è levata nel cielo, provocata da un incendio ai piani alti del palazzo e che i vigili del fuoco hanno potuto spegnere solo al termine dello scontro.

Per le forze speciali e i reparti di teste di cuoio afghani, come sempre, il difficile compito di fronteggiare i terroristi cercando di non danneggiare le decine di persone tenute in ostaggio. Durante le lunghe ore di combattimento da tutto il mondo sono giunte condanne per il "crimine contro l'umanità" rappresentato da un attacco ad un'istituzione, come Save the Children, che ha come compito principale il sostegno dei bambini più poveri nelle zone di conflitto o in via di sviluppo. Di "grave violazione del diritto umanitario internazionale" hanno parlato ad esempio in una nota congiunta l'Alto Commissario per la Politica estera della Ue, Federica Mogherini, ed i commissari per le crisi umanitarie e allo Sviluppo, Christos Stylianides e Neven Mimica.

PERCHÉ L’ ESCALATION DI VIOLENZA?

L' obiettivo dei terroristi è quello mostrare un Afghanistan in subbuglio, perennemente sotto attacco,  diffondere la percezione di un Paese in crisi, far apparire debole il governo di Kabul.

Un compito tutt'altro che difficile per l' ISIS e i Talebani, considerata l'incosistenza del governo del Presidente Ghani, demolito da corruzione e rivalità all'interno dello stesso all’apparato.

Un governo inefficace, che non riesce a soddisfare nemmeno i bisogni minimi della popolazione
Per molti osservatori sarebbe fondamentale mantenere la presenza occidentale nel Paese. Almeno fino a quando non si troverà una governance locale decente.
Di parere contrario, ovviamente, sono i movimenti islamisti: Daesh, Al Qaeda e Talebani mirano a mentenere il Paese nel caos. È questa l'unica opportunità che hanno di aumentare il proprio potere e la propria influenza in Afghanistan.
Con altri Paesi occidentali anche l’Italia è impegnata nel sostegno al governo di Kabul, fornisce strumenti per garantire sicurezza alla popolazione, esercitando un importantissimo ruolo nell'addestramento e nella consulenza.

Far risalire l’escalation di attacchi degli ultimi mesi alla nuova strategia dell’amministrazione Trump per l’Afghanistan forse non è del tutto giusto.
La violenza in atto potrebbe avere natura puramente fisiologica.
In genere ci vogliono 20-30 anni prima che qualunque peace support operation possa mostrare i suoi effetti.  Il percorso di assestamento in Afghanistan sarà lento e chiederà pazienza.
Miglioramenti in ambito di sicurezza non sono possibili in tempi brevi, né un'ulteriore aumento di truppe cambierebbe la situazione. I popoli non guidano con fucili e carri armati, si gestiscono con buoni governi.

D.Bart.

domenica 21 gennaio 2018

TRA DEVASTAZIONE E ROVINE LA SIRIA RILANCIA IL TURISMO.

Città storiche e splendenti come Aleppo e Palmira sono parzialmente ridotte in pezzi, e così del gran parte del paese.
In tutta la Siria, gli edifici sono in rovina. Milioni di persone sono fuggite dalle proprie case. I siti storici sono stati distrutti, sia dai bombardamenti militari sia dalle mosse barbariche dello Stato islamico. E la guerra civile è ancora in corso.
Nonostante tutto i funzionari del ministero del turismo hanno partecipato sabato scorso alla fiera internazionale del turismo di Fitur a Madrid, nella speranza di attirare visitatori nel paese.
Un messaggio rivolto allo straniero un po' speciale, capace di vedere oltre la distruzione.
Ora che governo ha riconquistato in parte il controllo del territorio finito nelle mani dei ribelli,
il paese vive finalmente un minimo di stabilità, ma il rilancio del turismo sembra al momento un pericolosissimo azzardo. Ignorare quanto sia verosimile la ricaduta nella guerra che ha raso al suolo gran parte del paese è un errore paradossale.

Prima del conflitto, iniziato nel 2011, la Siria era un paese   tra i più interessanti dal punto di vista  turistico: dalla cittadella di Aleppo alle rovine dell'era romana di Palmyra il settore dei viaggi rappresentava una parte importante della sua economia. La guerra, peraltro ancora in corso, ha gravemente danneggiato se non interamente distrutto questi tesori di inestimale importanza e bellezza. L'insicurezza diffusa durante tutto il conflitto ha indotto la maggior parte dei governi a sconsigliare ai propri cittadini i viaggi in Siria.
Ma Bassam Barsik, direttore del marketing presso il Ministero del turismo siriano, ha rilasciato all'agenzia di stampa Agence France-Presse di Madrid una dichiarazione inequivocabile :
"Quest'anno è il momento di ricostruire la Siria e la nostra economia".
Barsik ha detto che l'anno scorso 1,3 milioni di stranieri hanno viaggiato in Siria. Sorvolando però sul fatto che tale cifra include anche viaggiatori giunti dal vicino Libano solo per un giorno.
Nel 2018, i funzionari siriani contano  comunque  di portare il numero di visitatori a due milioni.

Il governo siriano aveva già tentato un'operazione simile, seguita da aspre critiche. Accadde nel 2016 quando, attraverso il canale ufficiale di YouTube, aveva pubblicato un video con lo slogan "Siria sempre bella", promuovendo così il turismo nel paese. Il filmato mostrava ampie vedute della costa  e nuotatori che si tuffavano in mare. Si trattava in realtà di persone costrette dagli uomini del regime al ruolo di bagnanti.
Nel frattempo i militari combattevano per la riconquista di Aleppo, e l'intero Paese, prostrato dal dolore, versava sangue.

D.Bart.

mercoledì 27 dicembre 2017

Truppe cinesi in Siria


Nell'interminabile, doloroso e caotico conflitto siriano s'inserisce un nuovo inquietante elemento:  l'arrivo al porto di Tartus della prima unità delle forze speciali dell'esercito cinese.
Secondo le ultime notizie, Pechino avrebbe pianificato l'invio di due unità: le "Tigri della Siberia" e le "Tigri notturne", per assistere il regime di Assad contro gli uiguri cinesi che combattono a fianco delle organizzazioni musulmane radicali in Siria. Al momento, tuttavia, è stato confermato soltanto l'arrivo della seconda unità, le "Tigri Notturne".
Secondo l'ambasciatore siriano in Cina, circa cinquemila uiguri etnici della provincia cinese dello Xinjiang si trovano attualmente in Siria. E lo stesso presidente Assad ha già avuto modo di definire
"cooperazione cruciale" quella tra la Siria e l'intelligence cinese contro i militanti uighur. Peraltro, da quando l'ammiraglio cinese Guan Yufi ha visitato la Siria, a metà 2016, l'esercito cinese è presente in Siria per addestrare le forze siriane all'uso di armi fabbricate in Cina, per raccolta di informazioni, per logistica e medicina sul campo.
Dall'inizio della guerra civile in Siria e in Iraq, gli uiguri si sono radunati in Medio Oriente per unirsi alle forze ribelli che combattono contro il regime di Assad e il regime sciita in Iraq, sostenuto dall'Iran. Gli Uiguri hanno affiancato nel tempo  diverse milizie jihadiste, come il Fronte di Jabhat al Nusra, Hayaat Tahrir el Sham e ISIS (Stato Islamico).
ll governo cinese ha affermato che "più di mille" separatisti Sinkiang hanno ricevuto addestramento terroristico in Afghanistan e sostiene di aver arrestato cento terroristi addestrati all'estero, appena tornati a Sinkiang.
Temendo le correnti irrendentistas causate dai separatisti uiguri e per affrontare la crescente violenza nella provincia di Xinjiang, il governo centrale cinese segue da tempo una politica di neutralizzazione delle tendenze separatiste in quella regione, ma non è riuscito a contenere la minaccia  uigura. Anzi.
Le misure contro gli uiguri sono diventate un boomerang, provocando un maggior numero di attacchi terroristici nelle province e fuori dalla Cina dalla fine del 2016. Inoltre, le restrizioni religiose cinesi contro i musulmani nel Sinkiang potrebbero aver spinto oltre un centinaio di uiguri ad aderire all'ISIS. Gli attacchi perpetrati dagli uiguri seguono quasi gli stessi schemi di quelli attuati dai radicali islamici (ISIS e altri) in altre parti del mondo, come la corsa su veicoli contro i pedoni, i kamikaze e gli assalitori muniti di coltello. Ma, a differenza di altri paesi nel mondo, gli attacchi non vengono pubblicizzati dal governo cinese, che mantiene un controllo rigoroso delle informazioni. Come ha detto un corrispondente di Reuters: "Il governo ha ritardato la segnalazione di precedenti incidenti nel Sinkiang, e i limiti ai giornalisti stranieri che lavorano lì rendono quasi impossibile arrivare a una valutazione indipendente della sicurezza della regione".
La sconfitta dell'ISIS in Iraq e i recenti successi delle truppe di Assad in Siria contro i ribelli sembrano aver creato uno spiraglio risolutivo in cui Pechino sta cercando di inserirsi prima che centinaia di combattenti uiguri tornino a casa dopo aver combattuto nelle file del ribelli, completamente addestrati per la guerriglia. La loro esperienza può avere un grande impatto sul modo in cui i separatisti uiguri stanno attualmente combattendo la loro guerra. Oltre alle ultime minacce Uighur di "spargere fiumi di sangue", si può anticipare che il problema Uighur è cresciuto fino a raggiungere una dimensione mai sperimentata in passato.
Tali circostanze eccezionali potrebbero aver spinto Pechino a schierare le sue truppe d'élite in Siria per contenere il possibile flusso di combattenti uiguro in Cina. In parallelo e come contropartita, Pechino ha offerto al regime siriano l'investimento di miliardi di dollari e il proprio impegno nello sforzo di ricostruzione della Siria.

D.Bart.

Fonte: Jerusalem Center for Public Affairs

giovedì 14 dicembre 2017

Siria. Attacchi aerei contro Al-Qaeda ad Aleppo.

20 terroristi di Al-Qaeda sono stati uccisi in diversi attacchi missilistici lanciati dall'esercito siriano nella città di Tal Ahmar, nella provincia di Aleppo (nord).
Gli attentati aerei si sono concentrati sulla distruzione delle posizioni del cosiddetto Liberation Board of the Levant (Hayat Tahrir Al-Sham, in arabo), un gruppo legato ad Al-Qaeda.
Il portale locale  Al-Masdar News  riferisce che le forze siriane, nella loro avanzata antiterroristica ad Aleppo , hanno lanciato diversi round di missili su Tal Ahmar, che si trova nel sud-est di quella provincia.
Durante gli attacchi aerei contro i nascondigli dei terroristi, diversi mezzi pesanti della banda sono stati distrutti. Nei giorni scorsi, le truppe siriane sono riuscite a liberare cinque città nelle vicinanze di Aleppo, zone che da tempo erano sotto il controllo dei fanatici.
Con questo risultato, ultimo di una serie ottenuta con l'aiuto degli alleati, le forze siriane hanno preso il controllo delle rotte di rifornimento degli estremisti che occupavano la zona. Inoltre, ogni  movimento terrorista presente nelle pianure del campo di Aleppo, e da oggi un più facile bersaglio.
Il 10 dicembre scorso,  l'esercito siriano è riuscito ad espellere altri terroristi, legati ad Al-Qaeda, da sette villaggi nel nord della provincia centrale di Hama, che si trova a sud di Aleppo.
L' offensiva del governo di Damasco, intensificata nel nord-ovest del Paese, dovrebbe porre fine alla presenza del Daesh in Siria.
PERCHÉ "DAESH"
Il nome del gruppo è stato indicato, a seconda dei casi, con le sigle Isis, Isil, Is e anche Sic. Perché questa confusione?
Uno dei motivi è che il gruppo si è evoluto nel corso del tempo, cambiando il suo stesso nome. All’inizio era una piccola ma brutalmente efficace fazione della resistenza sunnita all’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 che si faceva chiamare Al Qaeda in Iraq, o Aqi. Nel 2007, in seguito alla morte del suo fondatore (e alle accuse di essere troppo sanguinario, che gli sono state rivolte da Al Qaeda), Aqi ha cambiato nome in Stato islamico in Iraq, o Isi. In seguito ha subìto alcune battute d’arresto sul suo territorio ma, osservando la Siria sprofondare nella guerra civile nel 2011, ha intravisto un’opportunità.
Nel 2013 si era installato nella parte orientale della Siria, assumendo il nuovo e più aderente nome di Stato islamico in Iraq e Siria (Isis). Rendendo le cose ancora più complicate, l’Isis ha cambiato nuovamente nome nel giugno 2014 , proclamandosi Stato del califfato islamico (Sic), un titolo che riflette le sue ambizioni d’autorità su tutti i musulmani del mondo.
La traduzione offre agli acronimi nuove possibilità di moltiplicarsi. Nelle sue prime incarnazioni come Isis, il gruppo voleva mettere in discussione i confini “colonialisti” usando un vecchio nome geografico arabo, al Sham, che comprende sia la capitale siriana Damasco sia la più ampia regione del Levante, il che spiega la predilezione ufficiale statunitense per l’espressione Stato islamico dell’Iraq e del Levante (o Isil) invece che per Isis. L’equivalente arabo, Aldawla al islamiya fi al Iraq wal Sham, può essere abbreviato in Daesh, così come il nome di Hamas (che significa zelo in arabo) per il gruppo palestinese è un acronimo di Harakat al muqawama al islamiya, ovvero Movimento di resistenza islamica.
Daesh è il nome che più si è diffuso nei paesi arabi, anche se i membri del gruppo lo chiamano semplicemente al dawla, lo stato, e minacciano di frustare quanti usano il termine Daesh.
Attribuire nomi sgradevoli a persone sgradevoli è una vecchia tradizione. Un po’come per il termine Nazi, che si è impresso in inglese anche a causa della sua somiglianza con parole come nasty (cattivo, disgustoso), Daesh ha un suono, per gli arabi, simile a quello di parole che significano calpestare, distruggere, sbattere contro qualcosa, e causare tensione.
Cogliendo questo aspetto, la Francia ha ufficialmente adottato il termine per gli usi governativi. Il suo ministro degli esteri, Laurent Fabius, ha spiegato che Daesh ha l’ulteriore vantaggio di non dare al gruppo la dignità di stato. Ban Ki-moon, il segretario generale dell’Onu, ha assunto un’analoga posizione di critica, denunciando il gruppo come un “Non-stato non-islamico”. Invece di adottare diligentemente l’acronimo Nins, l’Economist ha deciso, per ora, di continuare a chiamare il gruppo semplicemente Stato islamico (Is).