Un ancien candidat à la présidentielle égyptienne et avocat des droits de l'Homme qui a défié le gouvernement pour avoir accepté la rétrocession de deux îles à l'Arabie saoudite, a été arrêté mardi 23 mai, selon un responsable judiciaire. Suspecté d'avoir créé un parti politique non-enregistré, Khaled Ali a été convoqué par le parquet. Ce dernier a ordonné sa détention pour 24 heures, a indiqué le responsable judiciaire.
Ses ennuis avec la justice surviennent au moment où plusieurs groupes d'opposition se plaignent d'une répression avant la prochaine élection présidentielle prévue en 2018 en Egypte, qui devrait être dominée par le président sortant Abdel Fattah Al-Sissi.
M. Ali a été le principal avocat à soutenir une procédure judiciaire contre le gouvernement pour avoir accepté la rétrocession des îles de Tiran et Sanafir en mer rouge à l'Arabie saoudite en avril 2016. L'accord conclu entre Ryad et Le Caire a soulevé une vague de protestations en Egypte, où toute forme de manifestation est interdite. M. Ali avait également été candidat à l'élection présidentielle de 2012 au cours de laquelle le président islamiste Mohamed Morsi avait été élu.
Guerre, geopolitica e potere: cronache e analisi dal Medio Oriente al nuovo ordine globale.
mercoledì 24 maggio 2017
Le Monde Afrique - En Egypte, l'avocat Khaled Ali arrêté
mercoledì 26 aprile 2017
Negato il finanziamento per il muro con il Messico, ma Trump insiste: Si farà
I finanziamenti per la costruzione del muro tra gli Stati Uniti e il Messico non saranno inseriti nella manovra di aggiustamento di bilancio che deve essere approvata entro la mezzanotte di venerdì. Il passo indietro è arrivato dopo che i Democratici avevano minacciato di bloccare il disegno di legge se il denaro fosse stato destinato alla recinzione.
La consulente del presidente Usa, Kellyanne Conway, ha confermato a Fox News che i fondi per il muro saranno tenuti fuori dal budget che deve essere approvato questa settimana, ma rimane una "priorità molto importante".
E Donald Trump ha precisato su Twitter che il progetto, fulcro della sua campagna elettorale, non si ferma: "Non fatevi dire dai media fasulli che ho cambiato idea sul muro". "Sarà costruito e fermerà droga e traffico di esseri umani", ha twittato il presidente americano.
Il progetto del muro anti-immigrati tra Stati Uniti e Messico "non solo è una cattiva idea", ma un'"azione ostile" che è "improbabile" raggiunga l'obiettivo di "fermare il flusso di migranti e di merci illegali negli Usa", ha affermato per contro il ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray durante un incontro con i parlamentari, aggiungendo che il Paese non darà un centesimo per la costruzione della barriera
Il ministro ha inoltre definito i piani per la chiusura della frontiera "uno spreco assoluto di denaro" e che il Messico avrebbe intrapreso azioni legali se i suoi confini verranno violati dalla recinzione. "Il muro non fa parte di una discussione bilaterale né dovrebbe esserlo", ha detto Videgaray. "In nessun caso - ha ridato - contribuiremo economicamente ad un'azione di questo tipo".
L'insistenza di Trump sulla costruzione di un muro di confine ha complicato le relazioni tra Messico e Stati Uniti, che erano diventate strette e cooperative in materia di scambi, commercio e sicurezza dopo decenni di indifferenza e reciproca diffidenza. Ora invece, ha precisato Videgaray, "se i negoziati su temi quali immigrazione, confini, commercio, non saranno soddisfacenti per gli interessi del Messico, il governo messicano valuterà una riduzione della cooperazione esistente, sopratutto nelle aree di sicurezza". Zone di estrema importanza, peraltro, dove operano le forze armate che supportano l'agenzia nazionale per l'immigrazione e la polizia federale.
D.Bart.
sabato 22 aprile 2017
NELLA TURCHIA DI ERDOGAN CHE UCCIDE LA LIBERTÀ DI STAMPA.
Il record di Paese con il più alto numero di giornalisti incarcerati lo batte la Turchia di Erdogan. Con 153 reporter in carcere, ad Ankara soggiorna forzatamente la metà di tutti i giornalisti arrestati nel mondo. Kurdi, turchi, scrittori, commentatori, fotografi, analisti: tutti rigorosamente stranieri.
L'italiano Gabriele Del Grande è solo l’ultimo incarcerato in un paese che – a seguito del golpe del 15 luglio scorso – tiene sotto il controllo governativo ogni canale d'informazione.
Deniz Yucel, reporter del quotidiano Die Welt, cittadino turco e tedesco, è in prigione- e in isolamento- da circa due mesi. Accusato di di propaganda a favore del Pkk e incitamento alla violenza,
rischia 10 anni e mezzo di carcere. Per sottrarsi alla morsa del dittatore, la settimana scorsa Yucel ha sposato la fidanzata nella prigione di Silivri; ma a tempo di record il presidente Erdogan ha comunicato a Berlino che il giornalista non sarebbe stato estradato in Germania, come invece aveva richiesto il Ministro degli Esteri tedesco che ha potuto fare visita a Yucel solo sette settimane dopo l’arresto.
«È un agente terrorista – ha detto Erdogan – Faremo il necessario, nell’ambito della legge, contro chi agisce come spia e minaccia il nostro paese da Qandil». Ovvero, dalle montagne irachene dove gli uomini del Pkk si sono ritirati quattro anni fa quando iniziò il breve processo di pace.
Il caso di Yucel non è soltanto ingiusto dal punto di vista umano, civile e democratico. È anche la dimostrazione di quanto poco importi ad Ankara dell’Unione Europea. Oggi Erdogan protegge la Turchia come si fa con una terra sotto assedio: i nemici storici - esterni ed interni- sono sempre loro, i kurdi, decisi ed impegnati nell'indebolimento della nazione turca per impedirgli di riappropriarsi del suo ruolo primario in Medio Oriente. Erdogan lo ha spiegato, ripetuto e urlato in ogni occasione.
L' ineluttabilità dell'uomo forte alla guida di uno Stato in pericolo è dunque il presupposto per sopprimere sul nascere qualsiasi sospetto tentativo di indebolimento. Ed è anche il principio su cui poggiano le tesi dei reati contestati ai giornalisti arrestati e imprigionati.
Soffocare, ridurre al silenzio le poche voci critiche rimaste, richiede perciò il ricorso all'unico strumento per ora possibile: la galera. Il passo successivo contemplerebbe persino la sopressione fisica, che abbiamo già visto in Egitto con il caso Reggeni. Tanta galera, dunque: una settimana fa il procuratore di Istanbul ha chiesto tre ergastoli a testa per 16 dipendenti del gruppo editoriale Zaman. Tra loro, la commentatrice Nazli Ilicak, il giornalista e scrittore Ahmet Altan e il professore di economia Mehmet Altan. Tre nomi altisonanti dell'informazione turca, accusati di voler rovesciare l’ordine costituito, il governo e il parlamento tramite il sostegno alla rete dell’imam Gülen, considerato la mente dietro la fallita insurrezione di luglio.
La stessa procura ha chiesto pene da 15 a 43 anni per 19 giornalisti del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, un giornale che oggi non esiste più. Scandalosi anche i casi dell’ex direttore Dundar e il caporedattore Gul, condannati in primo grado a cinque anni per il reportage che svelava i legami dei servizi segreti turchi con gruppi islamisti in Siria. Ora finisce sotto processo anche il resto della redazione: il direttore Sabuncu, lo scrittore Sik, il vignettista Kart e l’editore Atalay.
19 giornalisti, tutti accusati contemporaneamente di sostegno all’islamista nazionalista Gülen e di appoggio al movimento di liberazione kurdo Pkk. Due soggetti lontanissimi tra loro, ideologicamente opposti, ma infilati nel medesimo calderone del terrorismo contro lo Stato. La procura parla di «tattiche di guerra asimmetrica, intense operazioni di percezione che hanno preso di mira il governo e il presidente».
Le condanne emesse fino ad ora non poggiano nemmeno su una sola prova valida da sventolare all'opinione pubblica. Eppure la scure che abbatte la libertà di stampa non solleva la minima critica da parte di Bruxelles, impegnata com'è a stringere accordi miliardari anti-rifugiati con lo Stato turco.
In conclusione, con quasi 200 siti, agenzie, quotidiani, tv e radio chiusi per ordine governativo, e 153 reporter in carcere, il lavoro dei media in Turchia è morto e sepolto. La parola di Erdogan domina - o sostituisce- l'informazione.
D. Bart.
giovedì 6 aprile 2017
TRUMP RISPONDE ALLA STRAGE DI IBLID: 59 MISSILI TOMAHAWK CONTRO UNA BASE AEREA SIRIANA.
Dopo la strage provocata dall'uso di armi chimiche ad Iblid, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha deciso di sferrare un attacco militare contro Bashar al-Assad.
Il Presidente della Siria è infatti accusato di aver usato i gas tossici che nei giorni scorsi hanno provocato la morte per soffocamento di numerosi civili. Si parla attualmente di 86 morti tra i quali 30 bambini e 20 donne. Il bilancio, però, è destinato ad aumentare perché i feriti sono centinaia, alcuni dei quali in gravi condizioni. La zona colpita è situata in una provincia controllata per intero da gruppi armati anti Assad e dove è molto forte la presenza di Hayat Tahrir al Sham, una fazione considerata l’erede di Jabhat al Nusra, divisione siriana di al Qaida.
Le versioni sull'accaduto sono diverse, variamente sostenute dal governo siriano, dalla Russia o da cronisti internazionali. Secondo alcuni, l'esercito siriano avrebbe bombardato un deposito di armi in dotazione ai ribelli, facendo esplodere delle armi chimiche. Secondo altri, lo stesso Assad sarebbe responsabile diretto del massacro.
Quindi il dilemma:armi chimiche usate da Assad, oppure armi chimiche dei ribelli esplose durante un raid del governo siriano?
Trump, dichiaratamente e oggettivamente decisionista, detto dilemma lo ha risolto con un bombardamento "una tantum".
Navi americane di stanza nel Mediterraneo hanno lanciato 59 missili 'Tomahawk' contro la base militare siriana di Shayrat.
La tv di Stato siriana parla di "aggressione" Usa e di "perdite" mentre il Pentagono di "risposta proporzionata". Le vittime dell'attacco americano sarebbero 5: tre soldati e due civili. Lo ha detto Talal Barazi, il governatore della provincia di Homs, aggiungendo che altre 7 persone sono rimaste ferite.
"Nessun bimbo deve soffrire in quel modo, i paesi civilizzati mettano fine al massacro" ha detto il presidente americano, secondo il quale i raid missilistici sono nel "vitale interesse della sicurezza nazionale".
Sull'esempio di altre grandi raffinate "teste", Trump ha deciso così di esportare un po' di democrazia. Con i missili, ovviamente. Perché quei bambini "tanto belli", che il presidente non vuole in casa sua, conviene bombardare a casa loro.
La logica dei folli fa mai una grinza, è perfetta.
Israele: noi al fianco di Trump.
"Israele supporta pienamente la decisone del presidente Trump", afferma un comunicato dell'ufficio del premier Benjamin Netanyahu.
Diversa, ovviamente, la posizione di Mosca che parla di "azioni sconsiderate"
- Il Comitato di Difesa della Duma di Stato russa afferma che l'attacco missilistico degli Stati Uniti contro la Siria potrebbe peggiorare i rapporti tra Mosca e Washington, e portare, inoltre, ad un ampliamento dei conflitti armati in Medio Oriente. "Queste sono azioni irresponsabili, sconsiderate", dice una nota diffusa da Mosca, che chiede con urgenza che si riunisca il Consiglio di sicurezza dell'Onu.
D.Bart.
martedì 28 marzo 2017
Yemen: milioni di bambini uccisi in conflitto, mutilati, malnutriti, reclutati come soldati.
Le conseguenze della sanguinosa guerra in Yemen le racconta ancora una volta l'ultimo rapporto dell'Unicef. L'indicibile crudeltà di questo conflitto è efficacemente denunciata da quel mezzo milione di bambini che soffre di malnutrizione acuta grave. Fortunati loro, perché altri 1.546 sono stati uccisi, 2.450 mutilati, 1.572 reclutati nei combattimenti, mentre oltre due milioni non frequentano più la scuola.
Le famiglie Yemenite ricorrono sempre più a misure estreme per sostenere le proprie creature, nei giorni in cui la guerra che dilania il Paese più povero del Medio Oriente entra nel suo terzo anno. Il numero di persone estremamente povere e vulnerabili è altissimo: circa l'80% delle famiglie ha debiti e metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.
La violenza ha talmente logorato la capacità di reazione e volontà di riscatto delle persone da trasformare lo Yemen in una delle più grandi emergenze al mondo per carenza alimentare e la malnutrizione. Le famiglie mangiano pochissimo, scelgono cibo meno nutriente o saltano i pasti. I bambini che soffrono di malnutrizione acuta grave sono aumentati del 200% dal 2014. Il rischio di carestia è altissimo.
Il calo delle risorse ha come diretta conseguenza il reclutamento di bambini soldato. Oppure il ricorso a matrimoni precoci. Oltre due terzi delle ragazze si sposano prima dei 18 anni (prima dello scoppio della crisi la percentuale era del 50%).
Il sistema sanitario dello Yemen è sull'orlo del collasso: quasi 15 milioni di persone non hanno accesso alle cure sanitarie; continua a diffondersi, con oltre 22.500 casi sospetti e 106 morti, un'epidemia di colera e diarrea acuta causata dall'acqua inquinata nell'ottobre 2016
Circa 1.600 scuole non possono più essere utilizzate, perché distrutte, danneggiate, o trasformate in rifugi per famiglie sfollate o perché occupate dai soldati in conflitto.
D.Bart.
Fonte ANSAmed.
lunedì 20 marzo 2017
SIRIA - DALLA DIFENSIVA ALL'OFFENSIVA: JIHADISTI ATTACCANO DAMASCO.
L'offensiva è partita dal quartiere di Jobar.
I gruppi ribelli, attaccando a sorpresa Damasco, si sono aperti la strada con due autobombe, diversi kamikaze e fuoco di cecchini. L'offensiva al cuore del potere di Assad è quindi proseguita con l'uso di artiglieria pesante.
La conduzione dell'attacco viene al momento attribuita al Fronte Fateh al-Sham, seguace di al-Qaida.
Guadagnata la postazione in piazza Abbasid, i ribelli hanno preso il controllo di diversi edifici mentre le forze governative rispondevavo ricorrendo a raid aerei.
I canali di informazione governativi hanno confermato l'attacco, ribadendo però che l'esercito avrebbe contenuto l'azione dei "terroristi". E non soltanto a Damasco. Gli uomini di Assad hanno parlato di avanzamenti raggiunti anche in altre aree del Paese, specialmente a Palmira.
Il quartiere di Jobar, da anni diviso sotto la pressione delle diverse fazioni, è notoriamente abitato anche da numerosi ribelli, ma l’attacco di ieri ha rappresentato una svolta tattica, con il salto di qualità dei ribelli, che per la prima volta sono passati dalla modalità difensiva a quella offensiva.
mercoledì 15 marzo 2017
SIRIA - NEL PIÙ CRUDELE DEI CONFLITTI SONO MORTI 20 MILA BAMBINI .
Quando l'UNICEF dichiara che l'intensità della sofferenza dei bambini siriani è senza precedenti, l'orribile macchina della guerra dovrebbe almeno rallentare la corsa, e la logica dello strapotere rivedere le proprie strategie distruttive. Ma ciò non avviene. Milioni di bambini in Siria piangono, si disperano, tremano sotto attacchi che giorno dopo giorno stravolgono e consumano vite. Geert Cappelaere, direttore regionale dell’agenzia Onu, dichiara che "ciascuno di loro è ormai segnato per tutta la vita con conseguenze orribili sulla salute, il benessere e il futuro”.
Sono 400 mila i bambini che nel 2016 hanno dovuto lasciare le proprie case. 2milioni e 300mila minori vivono come rifugiati nei campi allestiti in Turchia, Libano, Giordania, Egitto e Iraq; i circa 700 mila rimasti sopravvivono sotto assedio, con poco cibo e senza assistenza medica.
Negli ultimi sei mesi sono morti, violentemente straziati d'agli ordigni, almeno 650 bambini, 250 dei quali all'interno o nei pressi di una scuola. Altri sono stati
arruolati come bambini soldato, e alcuni utilizzati come kamikaze.
È certo che nel 2016 la violenza sui bambini in Siria ha superato ogni limite precedente. Le vittime sono il 20% in più rispetto al 2015. La guerra civile, cominciata il 15 marzo del 2011 con le prime rappresaglie del governo di Bashar al Assad contro il popolo che si opponeva alla tirannia, ha causato all'infanzia danni incalcolabili, ora documentati dall'’Unicef. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite il numero dei minori uccisi, feriti, mutilati e costretti a combattere nelle fila dei gruppi armati ha raggiunto il picco più alto degli ultimi sei anni.
Il resoconto è lo specchio di una realtà devastante.
“Spesso per far fronte alle crescenti difficoltà del vivere quotidiano –dice Cappelaere – le famiglie rimaste in Siria e quelle fuggite nei Paesi vicini spingono i ragazzini a sposarsi in età precoce o li mandano a lavorare”.
Perché sono da sempre i bambini a pagare il tributo più alto alle crudeltà perpetrate dagli adulti.
“Hitting Rock Bottom”, toccando il fondo, è il titolo che Unicef ha dato al rapporto, per rendere crudelmente chiara l'idea
su quanto sta accadendo in Siria. Un' escalation di violenze che esprime tutta la sua credezza nel reclutamento dei piccoli combattenti, utilizzati direttamente sulle linee del fronte, istruiti per un ruolo sempre piu attivo come esecutori di attentati, guardie carcerarie e torturatori.
Le associazioni umanitarie cercano in ogni modo di penetrare il Paese, nel tentativo di portare soccorso alle popolazioni prostrate, ma le difficoltà di accesso hanno spesso impedito l’arrivo degli aiuti, anche quelli destinati ad alleggerire le sofferenze dei bambini, le vittime più vulnerabili di questa guerra infame. Oltre 2milioni di persone, compresi 280.000 bambini, vivono in aree sotto assedio, tagliati fuori dall’azione umanitaria.
Oltre alle bombe, ai proiettili e alle esplosioni sono malnutrizione e malattie ad uccidere i bambini.
Il dossier Unicef si conclude con la drammatica situazione degli sfollati bisognosi di assistenza. 6 milioni di bambini: un popolo di creature sofferenti che rispetto al secondo anno di guerra, il 2012, ha subito un aumento inverosimile. 12 volte tanto.
Unicef, portavoce del dolore dei bambini siriani, chiede “a tutte le parti in conflitto, alla comunità iinternazionale, a tutti coloro che possono avere parte attiva e che hanno a cuore il loro destino, di trovare un’immediata soluzione politica per porre fine al conflitto siriano”.
Accade in questi tempi che molti di noi, laici e anche atei, ci si riconosca nella posizioni espresse dal Papa.
Come quando rivede nella Siria: "Un laboratorio di crudeltà”.
Come quando, analizzando le ragioni profonde del conflitto, dichiara che calpestando il suolo di quel Paese martoriato : “Ognuno cerca il suo interesse, nessuno cerca la libertà di un popolo. Non c’è tenerezza, non c’è amore, c’è crudeltà.
Quello che oggi accade in Siria è crudeltà. "
D.Bart.