domenica 23 ottobre 2016

YEMEN - LA GUERRA DIMENTICATA, VERGOGNA DELL'OCCIDENTE.

Sullo sfondo della sanguinosa tragedia  mediorientale giganteggia l'ombra minacciosa del cosiddetto mondo libero, che non si limita ad assistere indifferente al massacro di civili, ma quel massacro lo alimenta vendendo armi, e garantendo in sede Onu la copertura politica ai responsabili del terrorismo di Stato. Lo Yemen, dove l’Arabia Saudita perpetra da tempo crimini contro l’umanità, svergogna clamorosamente l’Europa.
Le cronache degli ultimi giorni raccontano di diversi missili lanciati dalle coste yemenite verso navi militari statunitensi dispiegate nel Mar Rosso, al largo dello Yemen ma in acque internazionali, con relativa risposta missilistica americana. Ciò di cui non si parla, è che dopo diciannove mesi di operazioni militari più di 6.800 persone sono già state uccise nella campagna lanciata dalla coalizione panaraba-guidata dall’Arabia Saudita -per rispondere alla minaccia dei ribelli Houthi. Centinaia di civili continuano a essere falcidiati, gli sfollati sono ormai oltre tre milioni, la popolazione è allo stremo. Oltre la metà degli yemeniti dipende dagli aiuti umanitari e solo un bambino su 10 riesce ad arrivare vivo ai cinque anni. E di tutto ciò è  responsabile anche l'Occidente, attraverso la propria complicità. Ancor più che in Siria. Secondo Akbar Shahid Ahmed, tra i più accreditati analisti mediorientali, Barack Obama potrebbe mettere fine alla strage in corso in poche ore, se solo lo volesse. Ma al momento ciò non pare rientrare nelle priorità USA.
L’anno scorso, sottolinea Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’Arabia Saudita riuscì a convincere la maggioranza degli Stati del Consiglio Onu dei diritti umani a votare contro l’istituzione di una Commissione internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen. Venne così approvata una inutile risoluzione a sostegno della neo-istituita Commissione nazionale yemenita sui diritti umani che non stabilirà la verità né favorirà la giustizia.
Perché spesso la giustizia non si concilia con gli affari. Quegli sporchi affari che l’Occidente continua a intessere con Riad, affari di armi, affari miliardari. Dal marzo 2015, Washington ha autorizzato la vendita di armamenti a Riad per un valore di 22,2 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali devono essere ancora erogati. La lista include 1,29 miliardi di dollari in munizioni per fucili automatici. Ma lo scaldalo non riguarda solo gli Stati Uniti. Investe anche Parigi: il Presidente francese Hollande e il Primo ministro Valls hanno recentemente firmato contratti per 10 miliardi di euro con il regno saudita. Alla vergogna non si sottrae nemmeno l'Italia, dal momento che buona parte delle bombe sganciate dai caccia sauditi sulle città yemenite porta incisa la sigla : MK83, un modello prodotto da Rwm Italia con sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano. Proprio da qui, nel 2015, sono partite cinquemila bombe. Un quinto in più rispetto all’anno precedente. Inutile ricordare che le autorizzazioni all’export dell’industria bellica vengono rilasciate dal nostro ministero degli Esteri. Regola che vale anche per le armi assemblate dalla succursale italiana dal colosso tedesco Rheinmetall Defence. Tutti sembrano aver dimenticato che la risoluzione del Parlamento Europeo adottata lo scorso 25 febbraio stabilisce «l’istituzione di un embargo sulla vendita delle armi alla Arabia Saudita». Il nostro Ministro Roberta Pinotti non ha nulla da dichiarare?

D.Bart.

mercoledì 12 ottobre 2016

SIRIA. UNA STRAGE SENZA FINE

ALTRI 5 BAMBINI MUOIONO SOTTO I RAZZI LANCIATI SU UNA SCUOLA

Sarebbe opera dei terroristi il lancio di razzi che ha colpito ieri la scuola elementare di Daraa, causando l'uccisione di altri 5 bambini. Nel mirino delle forze antigovernative c'era il quartiere di Sahari, nel sud della Siria, una zona controllata dal regime di Damasco. La notizia è stata diffusa dall'agenzia ufficiale Sana e dall'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). La televisione di Damasco, citando le stesse fonti, afferma che il bombardamento con mortai  avrebbe causato anche il ferimento di altri civili, adulti e bambini, alcuni dei quali in gravissime condizioni. Purtroppo, quelle di Daraa, non sono state le uniche vittime della giornata. Altre dieci persone sono morte in un attacco dell'Isis compiuto in un villaggio vicino alla città di Manbech, nel nord della provincia settentrionale di Aleppo. Il kamikaze ha puntato l'azione contro i famigliari del parlamentare siriano Diab al Mashi, che si trovava in visita nel suo villaggio natale, quello di Al Mashi. Oltre a quello dei morti non si conosce ancora il numero dei tanti feriti.

domenica 17 luglio 2016

BATON ROUGE: UCCISI ALTRI POLIZIOTTI. UNA FENDITURA CHE SANGUINA DIVIDE LA CITTA'. OBAMA FINGE DI NON CAPIRE



Oggi a Baton Rouge sono stati uccisi altri tre poliziotti.
Obama finge di non capire che in America, a fare la differenza, non sono le pistole, ma l'ingiustizia sociale.
 
Baton Rouge è la città dove il movimento per i diritti civili organizzò il primo boicottaggio degli autobus, ed è anche quella che ha impiegato più tempo per mettere in atto la desegregazione nelle scuole. Questo tratto distintivo condiziona ancora profondamente  la vita della città. Christopher J. Tyson, docente di diritto alla Luisiana State University di Baton Rouge, la descrive così : una città divisa in due. Una parte a sud, formata da un labirinto di stradine private e lussuosi centri commerciali, elegante, piena di luoghi di divertimento e abitata prevalentemente dalla borghesia bianca. L'altra a nord, uno squallido aggregato di vecchi quartieri e strutture abbandonate, perlopiù povera e abitata da neri. E' li che il 5 luglio è morto Alton B. Sterling, l'uomo che vendeva cd per strada, l'uomo che due poliziotti hanno immobilizzato a terra per sparargli a bruciapelo, lasciandolo morire disanguato mentre lo perquisivano alla ricerca di un'arma. Baton Rouge svetta al primo posto nel Paese per percentuale di casi di hiv e aids ogni centomila abitanti. Per molti anni è stata una delle capitali statali con il più alto tasso di omicidi. Un terzo dei cittadini neri vive al di sotto della soglia di povertà. Molti considerano le condizioni dei quartieri neri di Baton Rouge come il risultato di una serie di scelte di vita sbagliate. Tyson, che vive li, sostiene che questo è un modo pigro di pensare e una menzogna che implica la cancellazione della vera storia di questa città e di altre in America.

Baton Rouge nord è in realtà il risultato di determinate scelte politiche, di schemi sociali precisi e del prezzo che finiscono per pagare i quartieri, le famiglie e le singole persone. E' la storia, molto americana, di come ai neri sia stata puntigliosamente negata l'opportunità di vivere in quartieri sicuri. Questo è il contesto in cui un uomo arriva a vendere i cd a mezzanotte per sfamare la sua famiglia. Questo è il contesto in cui matura la rabbia, la frustrazione che stanno esplodendo li.




La linea di separazione che attraversa la città è determinata dal colore della pelle e dalla classe sociale. Un linea che è stata deliberatamente tracciata da quel " Divide et impera"che caratterizza da sempre il Potere. Più che una linea, è una frattura che reclama vendetta: la campagna e le belle parole  contro la vendita delle armi non possono cancellare o rimarginare la fenditura sanguinante. Non così, almeno, non sequestrando pistole.
Barak Obama sbaglia quando dice che in America ne circolano troppe.



D.Bart

sabato 11 giugno 2016

LIBIA - SI COMBATTE STRADA PER STRADA. LIBERATO IL PORTO DI SIRTE. ISIS IN FUGA




"Stiamo combattendo tra le case, le strade, e non vogliamo tornare indietro prima di averli eliminati", racconta un combattente del Governo di Accordo Nazionale in Libia (GNA), che chiede di  conservare l'anonimato. 
Le forze libiche hanno già da qualche ora riconquistato il porto di Sirte, da oltre un anno nelle mani dell'Isis che ne aveva fatto la propria roccaforte. I jiadisti, in fuga, sono attualmente barricati e circondati in un'area di circa cinque chilometri quadrati all'interno della città. Si tratta del vasto centro congressi "Gheddafi", un tempo sede di vertici internazionali, e che ospita oggi un centro di comando dello Stato islamico. 
Un corrispondente dell'Agence France-Presse racconta di pesanti, feroci combattimenti avvenuti in strada a circa due chilometri dal centro di Ouagadougou. Le forze del Governo di Accordo Nazionale hanno fatto uso di carri armati, lanciarazzi e artiglieria, alle quali i jihadisti hanno risposto con mitragliatrici, colpi di mortaio e fuoco dei cecchini.















Gli aerei da guerra hanno effettuato attacchi attorno al centro congressi e altre posizioni occupate dall'Isis, mentre il portavoce del GNA, Rida Issa, riferisce che le forze antijiadiste hanno anche riconquistato una zona residenziale nella parte orientale della città. 
La caduta di Sirte, città natale di Muammar Gheddafi, rappresenterebbe una battuta d'arresto davvero importante per gli estremisti islamici, che hanno già perso territorio in Siria e in Iraq dove hanno installato il "califfato".
Il rapido avanzamento anti-Isis ha sorpreso le stesse autorità libiche.
"La battaglia è stata meno difficile di quanto avessimo ipotizzato" ha detto un funzionario del governo.
I Servizi di intelligence esteri da mesi stimano che il gruppo estremista possa contare su circa 5.000 combattenti in Libia, ma la sua vera forza all'interno di Sirte e il numero di civili che vivono in città sono ancora un mistero e un' incognita per tutti.



Il  bilancio provvisorio dell'attacco parla di 11morti e 45 feriti tra le forze fedeli al governo, vittime per lo più del fuoco dei cecchini.
Le forze che affiancano il GNA sono costituite da milizie di varie città, in particolare Misurata, e da guardie di impianti petroliferi. La liberazione di Sirte, secondo i combattenti, dovrebbe avvenire nell'arco di  "due o tre giorni." 

D.Bart

mercoledì 8 giugno 2016

PRESIDENZIALI USA: FBI CONTRO HILLARY E LA FRODE DI TRUMP. COMUNQUE VADA SARA' UN INSUCCESSO




Ora i dubbi stanno davvero a zero, Hillary Clinton ha incontestabilmente conquistato la nomination per il partito democratico. Sarà  lei perciò a fronteggiare l'avversario repubblicano, Donald Trump, per la presidenza degli Stati Uniti d'America l'8 novembre prossimo.
Per la prima volta una donna ha conquistato la nomination di uno dei grandi partiti statunitensi. Ora potrebbe  diventare anche la prima donna a sedere sulla poltrona di comando della Casa Bianca. "Questa è una giornata storica" ha detto la stessa Hillary. Consapevole, credo, che la strada da percorre sia ancora tutta in salita. E che salita.



TRUMP, L'AVVERSARIO PERICOLOSO 



Il suo diretto avversario, Donald Trump, non gode, è vero, della fiducia e della stima di alcuni Stati alleati, politicamente corretti. Non piace per il suo l'odio cieco, indiscriminato, estremista contro i musulmani. È anche un razzista,  che si è inimicato molte fasce della popolazione americana: le donne, i neri, le minoranze etniche, soprattutto latinos- messicani. Ma nelle ultime settimane è riuscito a superare la Clinton nei sondaggi nazionali. Perchè?
Perchè lei è considerata a sua volta una donna dell'establishment, spesso indicata anche da altri esponenti democratici, a cominciare dallo stesso Sanders, come vicina alle lobby finanziarie, ritenute responsabili dell'impoverimento della classe media. Insomma, Hillary, è una persona percepita come politicamente siliconata, finta.
 Trump, invece,  è riuscito a dare di sé un' immagine di sincerità. Dice pane al pane, vino al vino, parla in modo in modo chiaro e semplice: poche parole, frasi brevi e comprensibili , capaci di raggiungere quella fascia di elettori poco scolarizzata, ma molto arrabbiata per gli ultimi anni di crisi.



SANDERS- IL FUOCO AMICO

Bernie Sanders, l' avversario nella nomination, pur avendo  licenziato metà del suo staff dopo le primarie del 7 giugno, pare deciso a tirare ancora  la corda, a portare a termine quella che considera una missione: trascinare il Partito Democratico il più possibile a sinistra sulle questioni  che riguardano l'aumento delle disuguaglianze economiche e sociali. 
Hillary Clinton si è già verbalmente affiancata a tali posizioni, ma non basta. I due dovrebbero arrivare ad un compromesso. A fare il miracolo potrebbe essere proprio l'attuale Presidente, la bandiera dei liberal, Barack Obama, che nelle prossime settimane dovrebbe affiancarla nella campagna elettorale 
Con l' appoggio di Sanders, alla Clinton potrebbe arrivare anche il voto di quella parte tanto arrabbiata e sfiduciata nei confronti dall'establishment Politico, e che ora minaccia di appoggiare il candidato antisistema, Donald Trump.



EMAILGATE - LE INDAGINI FBI


Un altro ostacolo, e non di poco conto, si pone sulla strada di Hillary nella sua corsa alla Casa Bianca. L'intralcio s'annuncia con una scritta minacciosa: Federal Bureau of Investigation -  emailgate. Riguarda i 4 anni da segretario di Stato della Clinton e l'utilizzo che ella fece - sia per la corrispondenza privata sia per quella di lavoro- di un server di sua proprietà. Non era illegale all'epoca, fermo restando che tutte le email inviate dovevano essere archiviate dal Dipartimento di Stato per verificarne la correttezza. La  Clinton, purtroppo, ha consegnato tutta la corrispondenza di lavoro, ma ha distrutto quella personale, rendendo così  impossibile la verifica. Occorrerebbe quindi una atto di fiducia, cosa che i suoi avversari, sia democratici che repubblicani, non vogliono accordarle
Le indagini hanno ora  stabilito che in almeno 2100 casi sarebbero passate  informazioni riservate non indicate come tali. Quindi, se venisse fuori che la Clinton ha davvero violato lo Espionage Act  e l' FBI formulasse un'accusa formale in tal senso prima della convention di novembre, la candidata del Partito Democratico dovrebbe fare un passo indietro e accettare l' evenienza  di una convention aperta, in cui  un altro prenderebbe il suo posto. Forse, l'attuale vicepresidente Joe Biden.
Ma dal momento che non è obbligatorio ritirare la propria nomination, Hillary potrebbe decidere di battersi fino all'ultimo scontro.



I GRATTACAPI DI TRUMP

Va detto che  anche il miliardario di New York ha i suoi scheletri nell'armadio, a cominciare da quella discussa dichiarazione dei redditi mai resa nota. Pare..... Si dice...... Va' a sapere se è vero.....!  Comunque, il Trump  avrebbe approfittato di uno sgravio fiscale destinato a chi guadagna meno di 500000 dollari l'anno. Un errore? Oppure il magnate è meno ricco di quanto ci ha fatto credere? 
Inoltre, lo schietto capopopolo, rischia un'accusa formale per frode a proposito delle sue Trump University. Atenei a cui si sono iscritti migliaia di studenti, uomini e donne, desiderosi di realizzare il sogno di un successo negli affari, simile a quello di Donald Trump. ADnkronos scrive: "Il giudice di New York, Cynthia Kern, ha infatti stabilito che vi sono elementi per rinviare a giudizio l'ateneo che prende il nome da Trump per aver ingannato e truffato migliaia di studenti riguardo alle vere possibilità offerte dai suoi corsi, come sostiene il procuratore generale di New York, il democratico Eric Schneiderman, che ha chiesto, a nome dei 5mila studenti che hanno pagato 35mila dollari per il corso, un risarcimento di 40 milioni di dollariL'accusa infatti sostiene che l'Università non aveva i riconoscimenti accademici quando ha iniziato ad operare nel 2005 e prometteva incontri e lezioni da parte di esperti immobiliari scelti personalmente da Trump, cosa che si è poi rivelata falsa. Gli avvocati del miliardario, che riconoscono che il processo potrà svolgersi il prossimo autunno, sperano che sia un procedimento con giuria popolare".


PERCHE' SI, PERCHE' NO, HILLARY.

Hillary Clinton è certo la più allenata nella storia dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti. E' stata una grande attivista in gioventù;  first lady in Arkansas, quando Bill era governatore dello Stato, e poi alla Casa Bianca dopo l'elezione del marito. In seguito è stata senatrice per lo stato di New York, e dopo, segretario di Stato - dal 2008 al 2012 - sotto la presidenza di Obama.

E' vero anche che nel 2003 Hillary Clinton votò a favore dell'intervento miliare in Iraq, decisione che divise il suo stesso partito facendole perdere la nomination democratica del 2008, che passò ad Obama. Hillary era inoltre a conoscenza del vero, spudorato piano di Sarkosy di attaccare la Libia per impedire a Gheddafi la realizzazione di una nuova moneta panafricana, e ottenere una quota maggiore della produzione di petrolio libico a danno dell'Italia. 

Dunque, comunque vada, vinca l'uno o vinca l'altra, sarà un insuccesso!

D.Bart.






martedì 31 maggio 2016

PRESIDENZIALI USA. PERCHE' LA VITTORIA DI TRUMP SAREBBE UNA TRAGEDIA NON SOLO PER L'AMERICA




Dunque, per il miliardario Donald Trump la conquista della nomination repubblicana è cosa fatta; salgono persino le probabilità di una sua vittoria alla presidenza degli Stati Uniti d'America. Gli ultimi sondaggi lo danno in vantaggio rispetto ad una Hillary un po' affaticata. 
E io credo che se ciò dovesse accadere l'impero USA rischierebbe la propria fine insieme con quella del suo dollaro
Perché Trump è un pericoloso estremista. Lo si può affermare senza ombra di smentita dopo averlo letto ed ascoltato. Sono note ormai le sue intenzioni di chiusura verso i non americani, soprattutto se messicani o musulmani. Si conoscono le misure oppressive che si propone di attuare, come le limitazioni del web per avversare il terrorismo e quelle caustiche contro la Cina in favore del protezionismo locale.
Trump non è moderato e non è politicamente corretto. A differenza dei Bush, aggressivi, certo, in politica estera, ma  politicamente accettati dai vari capi dei governi alleati.

POLITICA ESTERA - Se gli USA, come avveniva agli inizi del secolo scorso, basassero ancora la propria ricchezza sulle risorse interne, la vittoria di un Trump non farebbe differenza rispetto a quella di qualsiasi altro, ma l'America di oggi accusa un costante deficit della bilancia commerciale, ha un debito pubblico enorme nei confronti di paesi stranieri, anche avversi come la Cina. Se quella di Obama è stata una leadership moderata ma debole, quella di Trump rischia di essere una leadership forte ma oltranzista. In che modo si opporrà la Cina agli americani  che vogliono ostacolare i suoi affari? E come reagiranno gli alleati islamici nei confronti di un presidente che odia il mondo musulmano?
Se Trump dovesse aumentare  la pressione sulla Cina e, a livello militare, intervenire pesantemente per schiacciare gli estremisti islamici, questi potrebbero reagire dichiarando guerra al dollaro, innescando una discesa senza rimedio e conflitti militari spaventosi


POLITICA INTERNA - Se Trump restasse fedele al suo atteggiamento xenofobo e prevaricatore espellendo gente, costruendo muri, le tensioni con le minoranze etniche e religiose inevitabilmente esploderebbero. Il candidato repubblicano si dice favorevole alla tortura contro i terroristi per ottenere informazioni. Ha promesso che, se eletto, reintrodurrà tutte le pratiche messe al bando da Obama. Ha proposto di uccidere i famigliari dei terroristi per scoraggiare nuovi attacchi contro l'America. Neri, ispanici, musulmani  esasperati da una repressione brutale potrebbero unirsi in una rivolta comune, concertata, tale da prefigurare le dimensioni di una guerra civile.

Politiche e repressioni troppe violente causerebbero inoltre la condanna da parte degli alleati.
Gli Stati Uniti reggono il proprio potere sulla supremazia valutaria del dollaro, ma alcuni cambiamenti, come la scelta dello Zimbabwe di utilizzare lo Yuan cinese, o la decisione dell’Iran di commerciare il petrolio in Euro e non i dollari, dimostrano che è già in atto una rivolta verso il sistema. Se poi a rappresentarlo arriva un Presidente inviso a gran parte degli altri Stati, il potere del dollaro potrebbe dissolversi con conseguenze drammatiche. Qualcuno potrebbe scongiurare questa catastrofe? E come? Facile, facile: interrompendo la corsa del magnate. E' cronaca vera, non fantapolitica, quella che racconta di scandali, ricatti, soppressioni violente. Ma se nessuno ferma Trump vuol dire che probabilmente gli stessi Poteri Forti, presenze oscure e senza patria, non hanno più interesse a difendere la grande Potenza Americana. Queste elezioni, detto seriamente, hanno davvero un’importanza epocale: potrebbero stravolgere le certezze dell'Occidente, cambiare la vita di molti popoli. E non in meglio.


Spesso accade che i politici, una volta eletti, moderino gli atteggiamenti esibiti in campagna elettorale. Nel momento strategico tutti tendono a sfruttare le paure dei popoli. E anche Trump, una volta ottenuta la presidenza, potrebbe rivelarsi un leader più moderato. Ci credo poco, ma ipotizzar non nuoce.

D.Bart

sabato 28 maggio 2016

IL MASSACRO SAUDITA SUBISCE UNO STOP. MA IN UN ANNO DI GUERRA NESSUNO HA GRIDATO :”JE SUIS YEMEN”,




Il cessate il fuoco scattato il 10 aprile per il momento sembra reggere. Forse questo è davvero il punto di partenza, l’avvio verso la pace dopo il lungo anno di guerra che squassato, sfregiato lo Yemen da cima a fondo. I colloqui in Kuwait, che hanno impegnato il governo formale del presidente Abe Rabbo Mansour Hadi con i suoi alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita compresa) da una parte, e i ribelli Houthi con il loro alleato Ali Abdullah Saleh, ex presidente dello Yemen dall’altra, dovranno proseguire per raggiungere un serie di obbiettivi. Che implicano: l’annullamento delle sanzioni ordinate dalle Nazioni Unite su Saleh; il disarmo di tutte le parti in lotta; la governabilità e suddivisione del Paese, se federato in sei province o, più probabilmente, nuovamente diviso in Yemen del Nord e del Sud. Gli yemeniti tirano finalmente il fiato, si concedono un sospiro di sollievo dopo gli orrori visti e subiti  a cominciare dalla quella notte tra mercoledì 25 e giovedì 26 marzo 2015 quando nel mondo scoppiava ufficialmente una nuova guerra. Aerei dell’Arabia Saudita e di altri paesi arabi bombardavano le postazioni in Yemen dei ribelli sciiti Houthi, che nelle ultime settimane avevano preso il controllo della capitale Sana’a e di altri territori nell’ovest del paese. L’inizio, per uno scempio di vite umane che si è consumato nel silenzio colpevole e vile della comunità internazionale


La storia di un giorno qualunque in un anno di guerra

Un giorno d’ordinario massacro. Decine di bambini vengono  annientati dai missili di Riad, nell’ora di punta al mercato di Mostaba, il più grande e frequentato della regione di Hajja. Un’area situata a chilometri di distanza dagli obbietivi militari, eppure è proprio li che il massacro si ripete. Nei luoghi dell’innocente, incolpevole quotidiano, nelle case e nelle strade, per irrompere poi, macabra scena, sugli schermi delle Tv. Al-Masirah, emittente vicina al movimento sciita degli Houthi, trasmette orrori che occhio umano difficilmente può sostenere, ma anche il solo sapere dovrebbe quanto meno 

indignarci.
Perché fra i cadaveri carbonizzati ci sono centinaia di ragazzini, una moltitudine di garzoni che sopravvivevano facendo consegne e altri lavoretti per conto del mercato, che ormai è un ammasso di macerie. In Occidente certe notizie arrivano quando i morti raggiungono un numero consistente - facciamo un centinaio toh- ma in pochi se ne occupano, e con scarso interesse. Nessuno che organizzi una manifestazione o alzi un cartello per ribadire: “Je suis Yemen”. Del resto che importa. Per gli yemeniti ogni levar del sole annuncia una consueta giornata di guerra. Va avanti così da un anno, dal marzo del 2015: sotto i missili di Riad sono crollate scuole, mercati, fabbriche, case. 



Ma la catastrofe più grande è rappresentata dai morti: 6mila? 8mila? 10mila. Chi li conta Più! Le parti in conflitto -  la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, da una parte, e i ribelli sciiti Houthi dall’altra -  prendono di mira obiettivi civili, tanto che alcune organizzazioni internazionali cominciano ad ipotizzare il reato del crimine contro l’umanità. Una carneficina che ancora non ha piegato la resistenza della popolazione yemenita. E l’Arabia Saudita, nonostante l’aggressione disumana e furente, non riesce a riportare al potere, come vorrebbe, l’ex presidente sodale Abd Rabbuh Mansur Hadi. Anzi, per Riad, capitale dell’Arabia Saudita, questa offensiva è una catastrofe che sta erodendo le casse statali. Mentre a comunità internazionale tace, vergognosamente! Finge di ignorare gli errori commessi in quel disastroso 2011quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo accompagnando la primavera araba yemenita verso una promessa di democrazia gestirono il passaggio del potere da Ali Abdullah Saleh al suo vice Abd Rabbuh Mansur Hadi. L’accordo, che concedeva a Saleh l’immunità, ha evidentemente ferito le varie anime del Paese acutizzando differenze etniche, religiose, politiche. 

La millenaria lotta tra Sunniti e Sciiti

E’ scoppiato, insomma, quello scontro che incombe da 36 anni da quando cioè l’avvio della teocrazia Khomeinista a Teheran ha spaccato il mondo arabo in due superpotenze in lotta tra loro: l’Arabia Saudita - spalleggiata dagli Usa e da tutto l’Occidente - da una parte, l’Iran dall’altra. Sunniti contro Sciiti.Due visioni della vita e del potere basate sull’interpetazione del Corano inconciliabili tra loro, eppure entrambe votate all’integralismo: non è un caso se le prime vittime del jihadismo sunnita dell’Isis siano proprio i musulmani sciiti.

La soluzione federale



Approvata all’inizio del 2014 con la divisione del Paese in sei nuove regioni (Hadramout, Saba, Aden, Al Janad, Azal e Al Hodeida, con uno statuto speciale per la capitale Sanaa), ha avuto l’effetto di scontentare contemporaneamente gli sciiti Houthi del nord e i movimenti indipendentisti del sud. I primi hanno respinto il piano federale che ha assegnato le aree a prevalenza sciita alla regione montagnosa dell’Azal, povera di risorse e senza sbocco sul mare. I secondi, invece, hanno bocciato il piano considerandolo sbilanciato a favore del nord, che ha conservato quattro regioni federali ottenendo anche gli importanti bacini petroliferi sottratti alla regione di Hadramout. Lo stesso governo di unità nazionale formato da Hadi fino alla rivolta degli Houthi è stato accusato di aver mantenuto troppi legami con gli uomini di Saleh. E mentre Francia e Stati Uniti, responsabili del riassetto politico e militare del Paese, hanno ingaggiato una scarsa lotta contro i qaedisti, lo Yemen si è frantumato. Gli Houthi hanno preso il potere a Sanaa costringendo Hadi a fuggire a Riad. E in questo anno di guerra lo Yemen è divenuto ostaggio degli interessi delle potenze regionali: i sauditi sunniti da una parte e gli iraniani sciiti dall’altra. 

IL DRAMMA DEI PROFUGHI.

Più di 173 mila yemeniti hanno lasciato il Paese per trasferirsi nelle nazioni vicine: Oman, Arabia Saudita, Etiopia, Eritrea Sudan. In particolare, sono difficilissime le condizioni degli yemeniti rifugiati in Somalia. A Gibuti in 33 mila sono ospitati in un campo poco attrezzato, costantemente arroventato dal sole a picco, e posizionato in una zona dove le scorribande di iene e sciacalli spaventano i bambini, i più piccoli, denutriti e affamati. 




I dati dell’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati parlano di 28.596 yemeniti arrivati in Somalia solo nei primi mesi del 2015. Tra loro 12.000 bambini, il cui pianto inconsolabile riempie il centro di accoglienza di Berbera dove possono sostare solo tre giorni.
Senza cibo e a piedi nudi transitano quindi verso Gibuti. Una moltitudine di persone sfigurate dagli stenti, dalla paura, dalla disperazione.Li abbiamo dimenticati sotto il fuoco della bombe. Rischiano di morire, dimenticati, nelle sabbie roventi del deserto.

D. Bart