Il curriculum di Hillary include il supporto ai barbari “contras” contro il popolo del Nicaragua negli anni ’80, il supporto ai bombardamenti NATO nell’ex Jugoslavia, il supporto alla guerra in Iraq di Bush tuttora in corso, i disordini in Afghanistan, la distruzione – in quanto Segretario di Stato – dello stato centenario della Libia, il colpo di stato militare in Honduras e l’attuale tentativo di “cambiare regime” in Siria. Tutte queste situazioni hanno portato più estremismo, più caos e pericolo in giro per il mondo. I prossimi saranno i confini di Russia, Cina e Iran. Insomma, Trump è estremista; Hillary pure. Brindare e godete, se ancora possedete un bicchiere.
Guerre, geopolitica e potere: cronache e analisi dal Medio Oriente al nuovo ordine globale.
mercoledì 9 novembre 2016
Hillary: sconfitta da una politica estera sciagurata
Il curriculum di Hillary include il supporto ai barbari “contras” contro il popolo del Nicaragua negli anni ’80, il supporto ai bombardamenti NATO nell’ex Jugoslavia, il supporto alla guerra in Iraq di Bush tuttora in corso, i disordini in Afghanistan, la distruzione – in quanto Segretario di Stato – dello stato centenario della Libia, il colpo di stato militare in Honduras e l’attuale tentativo di “cambiare regime” in Siria. Tutte queste situazioni hanno portato più estremismo, più caos e pericolo in giro per il mondo. I prossimi saranno i confini di Russia, Cina e Iran. Insomma, Trump è estremista; Hillary pure. Brindare e godete, se ancora possedete un bicchiere.
sabato 5 novembre 2016
Mosul - Violenta battaglia ad Aden. Isis arruola i bambini
MOSUL – Sì combatte furiosamente strada per strada, dalla periferia orientale a quella nord-orientale di Mosul, roccaforte irachena dell’Isis e stretta nella morsa di forze governative, combattenti curdi e milizie di varie affiliazioni. L'orrore si consuma mentre l’Onu denuncia pesanti violazioni umanitarie, sia da parte degli jihadisti, sia da parte della coalizione anti-Isis a guida americana, che nel corso dei raid aerei ha ucciso molti civili.
Dall’ufficio dell’Onu per i diritti umani di Ginevra sono rimbalzate notizie dell'”uccisione di massa” di almeno 50 disertori dell’Isis. Le Nazioni Unite affermano anche che gli jihadisti hanno trasferito in maniera forzata centinaia di civili, tra cui moltissime donne, nella zona di Tellafar, a ovest di Mosul. Le donne, sarebbero per lo più curde e yazide, due comunità considerate bersaglio dei miliziani dell’Isis.
Si parla anche dell’arruolamento forzato di adolescenti e bambini, a partire dall’età di nove anni, che Isis costringe a combattere nelle battaglie in corso a Mosul. Sempre l’ufficio dell’Onu per i diritti umani denuncia l’uccisione di 21 civili, tra cui quattro donne, nei raid aerei della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti. l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha aggiornato a oltre 22mila il numero degli sfollati in fuga da Mosul dall’inizio dell’offensiva, scattata il 17 ottobre scorso. Secondo l’organizzazione umanitaria Oxfam, moltissimi di questi sfollati, che si trovano nelle zone “liberate” a sud di Mosul, vivono in un “inferno pieno di fumo” a causa degli incendi appiccati dai miliziani dell’Isis in ritirata. Queste famiglie – prosegue Oxfam – hanno scarso accesso ad acqua pulita e a servizi medici. “Il fumo oscura il sole e rende grigie le facce dei bambini”.
Questa mattina, all’alba, è cominciata la seconda fase dell’offensiva per la riconquista della città: le forze governative hanno tentato di penetrare i sobborghi orientali, combattendo strada per strada, nel sobborgo di Aden e in altri quartieri periferici. "La più violenta battaglia combattuta fino ad ora per le vie della cintura esterna della città" - raccontano voci dal campo.
I miliziani si sono ritirati da alcuni quartieri, lasciandosi dietro, però, cellule di combattenti pronti al suicidio e diverse autobombe per rallentare l’avanzata nemica. Di fronte a questa resistenza, le forze governative hanno cercato di aprire un secondo fronte, a nord-est di Mosul, puntando verso i quartieri di Tahrir e Zahra. Il generale iracheno Abdelwahhab Saadi, capo delle operazioni per le forze anti-terrorismo, ha detto che le milizie sciite lavorano assieme ai governativi per far sì che l’intera città di Mosul sia assediata da ogni lato. Ne dà notizia tv filo-iraniana Mayadin.
Ma come è già accaduto nei giorni scorsi a Kirkuk e nella regione di al-Anbar, l’Isis ha risposto attaccando dietro le linee nemiche: è avvenuto a Shirqat, 100 km a sud di Mosul, dove gli jihadisti hanno tentato un assalto a sorpresa alla cittadina sul Tigri. Dopo essersi rifugiati in una moschea, sono stati respinti dall’assalto delle forze locali: il bilancio è di 36 morti, tra cui 20 miliziani dell’Isis, sei agenti e dieci civili. " I corpi degli jihadisti uccisi sono stati appesi nelle strade", avrebbe dichiarato il sindaco di Shirqat, Ali Dodah.
D.Bart.
mercoledì 2 novembre 2016
Elezioni Usa: perché tanti latinos voteranno Donald Trump?
Il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti ha definito narcos e violentatori gli ispanici che vivono nel Paese. Tra questi, però, ci sono quasi tre milioni di persone che lo sostengono. Ne abbiamo intervistati alcuni. Le consultazioni sono in programma domenica 8 novembre.
Il Bronx è un angolo di America Latina a New York. Il 52% della popolazione del distretto, che non è più il posto malfamato descritto dai film di Hollywood, è di origine latinoamericana, gli avvisi nella metropolitana sono bilingue e i ristoranti vendono empanadas e tacos.
Antonio Meléndez, che il nome del Bronx ce l’ha cucito sulla felpa, vive qui da tutta la vita ed è figlio di una coppia di portoricani. Il suo spagnolo è un po’ arrugginito ma assicura di sentirsi “molto latino”, oltre che repubblicano. Il 19 aprile, quando Donald Trump ha vinto le primarie nello Stato di New York, è uscito a festeggiare. “L’economia va malissimo da queste parti e bisogna sistemarla, quando ero giovane non c’era tanta gente povera e senza casa. Credo che Trump potrebbe rappresentare un vero cambiamento in questo Paese”, spiega l’uomo, che afferma di apprezzare la fermezza del candidato repubblicano.
Donald Trump ha fatto breccia nei cuori di un elettorato deluso da decenni di politiche neoliberali, grazie ad una proposta protezionista che prevede ad esempio la rinegoziazione dei trattati di libero commercio come il NAFTA (North American Free Trade Agreement). Una politica che ha il sapore di una guerra commerciale contro il Messico, in cui molte imprese statunitensi hanno delocalizzato la loro produzione.
Antonio Meléndez non è l’unico ispano-statunitense che simpatizza per Trump. Secondo un sondaggio pubblicato a febbraio da The Washington Post e Univision Noticias, il 16% dei 27,3 milioni di elettori statunitensi che si riconoscono come latini ha una buona opinione di Trump, mentre un’indagine più recente di Los Angeles Times e Latino Decisions indica che sono il 10%. Non è una percentuale molto alta, ma significa comunque che almeno 2,7 milioni di persone forse voteranno l’8 novembre per un uomo che li ha definiti “narcotrafficanti e violentatori”.
Quando ha ascoltato quelle parole, come il 74% dei votanti latini, Antonio Meléndez si è sentito offeso. Degli Stati Uniti, infatti, dice di amare proprio la capacità di accogliere i migranti. “Tutti devono avere la possibilità di essere cittadini statunitensi, tutti hanno il diritto di stare qui. Gli Stati Uniti sono un Paese libero in cui può venire qualsiasi persona”. Meléndez preferisce non esprimersi sulle dichiarazioni di Trump sulla necessità di deportare gli 11 milioni di migranti irregolari che si stima vivano negli Stati Uniti, e di costruire un “grande e bel muro” di 3mila chilometri sulla frontiera con il Messico, per impedire il loro passaggio. Meléndez considera le idee di Trump come intimidazioni “che non verranno mai messe in pratica”, al contrario del 57% dei messicani che, secondo un recente sondaggio dell’istituto Parametría, è convinto del contrario.
27,3 milioni: sono gli elettori statunitensi che si riconoscono come “latini”
Le dichiarazioni di Trump sui latini sono, in realtà, molto contraddittorie. Il candidato repubblicano ha affermato di amare il Messico e di avere molti amici messicani. Nel suo discorso di investitura, ha però reiterato la necessità di costruire un muro frontaliero e mettere fine alla migrazione illegale. Allo stesso tempo, il 5 maggio scorso, giorno di una festa nazionale messicana che viene celebrata più negli Stati Uniti che in Messico, il magnate ha pubblicato una foto in cui appariva sorridente davanti a un taco bowls, pietanza che in realtà non esiste in Messico. “Buon 5 maggio”, dice la didascalia della foto. “I migliori taco bowls si preparano nel ristorante della Trump Tower. Amo gli ispanici!”.
“È opportunismo politico, Donald Trump è sempre stato molto erratico nelle sue dichiarazioni”, afferma Laura Carlsen del Center of International Policy. Secondo l’analista politica una sua vittoria non sarebbe un pericolo solo per Stati Uniti e Messico, ma per il mondo intero. “Trump ha iniziato la campagna con dichiarazioni molto offensive, che hanno provocato una reazione forte nella società messicana e in quella statunitense. Immagino che in seguito i suoi collaboratori abbiano iniziato a dirgli che è impossibile vincere le elezioni presidenziali senza il voto dei messicani.
Myriam Witcher è nata a Bogotá, capitale della Colombia, ed è una donna d’affari. Si occupa di esportare caffè e fiori dal suo Paese, e da circa sedici anni ha messo radici negli Stati Uniti. Il 6 ottobre 2015, si è addormentata con la rivista People aperta sul petto. La copertina di quel numero mostrava una foto di Trump raggiante, in compagnia della moglie e del figlio. Quella notte, Myriam sognò di incontrarlo e dargli la mano.
Un paio di giorni dopo, la donna realizzò il suo sogno. Durante un meeting repubblicano a Las Vegas, Trump la vide tra il pubblico mentre sventolava con entusiasmo la sua copia di People, e la invitò a salire sul palco. “Sono ispanica e voto per il signor Trump. Signor Trump, ti amiamo!”, gridò Witcher euforica. “Quel giorno fu un giorno grande per me, non lo dimenticherò mai”, confessa oggi. La donna assicura che il suo show non era stato concordato con lo staff del candidato. Da allora, però, Witcher è diventata il simbolo dei latini che simpatizzano per Trump: è stata intervistata da numerose testate giornalistiche e ha recentemente pubblicato un libro in cui racconta il suo amore per il magnate.
La signora Witcher assicura che la lettura dei libri di Donald Trumap è stata fondamentale per la sua formazione professionale, e ricorda con orgoglio e nostalgia il giorno in cui suo padre, un riconosciuto medico, lo ha incontrato nella Trump Tower di New York.
Quello di Witcher sembra essere un amore incondizionato: “Quello che mi appassiona è l’essere umano meraviglioso, la sua essenza. La gente non lo conosce perché i mezzi di comunicazione danno un messaggio completamente erroneo su di lui -spiega-. Il suo cuore è così bello, aiuta con tante cose di carità. Potrebbe essere il miglior presidente del mondo intero. Hillary Clinton va verso il cammino del comunismo, qui lo chiamano socialismo ma non è socialismo quando c’è una dittatura”.
Sul tema della migrazione, Witcher considera una discriminante la moralità di chi ha la possibilità di arrivare e vivere negli Stati Uniti con documenti regolari, e chi entra nel Paese senza permesso. Racconta della sofferenza che vive ogni volta in cui pensa alle persone che muoiono nel tentativo di attraversare la frontiera meridionale del Paese, ma non ammette che si permetta ai violentatori di farlo. “I violentatori non dovrebbero vivere in nessun posto al mondo, dobbiamo mettere fine a tutto ciò, abbiamo perso moltissimi cittadini americani di tutte le razze. È vero, ci sono moltissimi esseri umani belli, però per il bene di Messico e degli Stati Uniti, tutti devono avere i propri documenti in regola”.
“Non mi piace quel pagliaccio (Trump, ndr), è una marionetta delle imprese. Ma quella che mi spaventa è Hillary Clinton, lei ha l’appoggio delle aziende che sostengono i centri di detenzione per migranti. Trump ci sta facendo un favore, grazie a lui i razzisti stanno facendo outing”, dice Antonia Álvarez, donna di origine messicana che fa parte dell’Asamblea de Derechos Civiles de Minnesota, un’associazione statunitense che lotta per i diritti dei migranti. Antonia Álvarez è preoccupata perché gli ispanici sono il gruppo che meno vota negli Stati Uniti: secondo il Pew Hispanic Center, solo il 44% della popolazione di origine latinoamericana si reca alle urne. “Molti di noi hanno figli nati negli Stati Uniti, però spesso questi ragazzi non votano perché i genitori hanno insegnato loro che in Messico votare non serve a nulla, e per questo non vogliono votare neanche qui”.
Secondo David Ayon, politologo e collaboratore dell’istituto di ricerche Latino Decisions, Trump seduce gli elettori facendo loro credere di avere successo negli affari e di sapere come creare posti di lavoro. “Possiamo riscontrare nella cultura politica latinoamericana una tendenza a simpatizzare per gli uomini forti, come Perón o Chávez, e Trump cerca di mostrare la sua forza proprio attaccando gruppi vulnerabili come i migranti irregolari”, spiega Ayon.
Il politologo sottolinea come molti statunitensi di origine latinoamericana, anche i cubani che sono tradizionalmente considerati un gruppo conservatore, si sono sentiti offesi da questo attacco e si sono raccolti intorno all’esigenza di non permettere la sua elezione. “Abbiamo dati che provano un forte aumento delle richieste di cittadinanza da parte degli ispanici”, afferma Ayon. Secondo il Department of Homeland Security, nel 2016 le nazionalizzazioni sono aumentate del 20% e alcuni analisti affermano che buona parte della comunità latina ha preso la decisione in funzione anti-Trump. Nella storia degli Stati Uniti, non c’erano mai stati tanti elettori ispanici.
ALTRECONOMIA- REPORTAGE - INCHIESTA
L' esercito iracheno entra a Mosul. Onu: “Isis usa civili come scudi umani”
Decine di donne e bambini in fuga da Mosul vengono accolti e messi in salvo dai soldati iracheni. Nella città sono migliaia le persone rimaste intrappolate nella battaglia di liberazione mentre l'ONU accusa l'Isis di usare i civili come scudi umani.
“Abbiamo rapporti secondo i quali l’Isis ha cercato di trasportare circa 25.000 civili da Hammam al-Alil a bordo di camion e minibus verso Mosul e nei dintorni della città- ha dichiarato la rappresentante delle Nazioni Unite Ravina Shamdasani, esprimendo “profonda preoccupazione per la sicurezza di queste persone e le altre decine di migliaia di civili che sarebbero state forzatamente trasferite dall’Isis nelle due ultime due settimane”. Alcuni rapporti riferiscono di esecuzioni di massa da parte dell’Isis. Sabato, 40 ex membri della Forza di sicurezza iracheni sono stati uccisi ed i loro corpi sono stati gettati nel fiume Tigri.
Per non parlare delle vittime del codiddetto “fuoco amico”. Otto civili di una stessa famiglia, tre dei quali bambini, secondo il Guardian, sono stati uccisi per errore nei giorni scorsi da un raid Usa sulla loro casa nel villaggio di Fadhiliya, pochi chilometri fuori Mosul. È la prima volta, scrive il sito del giornale, che un raid occidentale uccide civili da quando è iniziata l’offensiva per riprendere Mosul. Gli Usa fanno sapere di aver condotto un raid nell’area il 22 ottobre e che indagheranno sulla vicenda.
Sta di fatto che le persone uccise nel mese di ottobre in Iraq sono 1.792 , di cui almeno 1.120 civili; gli altri 672 appartenevano alle forze di sicurezza irachene: curdi pershmerga e milizie che combattono a fianco dell’esercito. I feriti sono 1.358 . La città più colpita è Baghdad con 268 civili uccisi e 807 feriti seguita dalla provincia di Ninive, con capitale Mosul, con 566 morti e 59 feriti.
L'ONU ritiene che si aggiri intorno al milione il numero dei civili intrappolati lungo tutta la linea del fronte orientale. Sono stati già allestiti per questo grandi campi profughi. Decine di persone sono già riuscite ad attraversare le linee jihadiste per essere accolte dai vittoriosi Peshmerga nella ‘trincea Bashiq’, dove i missili anti-carro Folgore italiani hanno sconfitto e abbattuto l’artiglieria pesante del Califfo.
D.Bart
domenica 23 ottobre 2016
YEMEN - LA GUERRA DIMENTICATA, VERGOGNA DELL'OCCIDENTE.
Sullo sfondo della sanguinosa tragedia mediorientale giganteggia l'ombra minacciosa del cosiddetto mondo libero, che non si limita ad assistere indifferente al massacro di civili, ma quel massacro lo alimenta vendendo armi, e garantendo in sede Onu la copertura politica ai responsabili del terrorismo di Stato. Lo Yemen, dove l’Arabia Saudita perpetra da tempo crimini contro l’umanità, svergogna clamorosamente l’Europa.
Le cronache degli ultimi giorni raccontano di diversi missili lanciati dalle coste yemenite verso navi militari statunitensi dispiegate nel Mar Rosso, al largo dello Yemen ma in acque internazionali, con relativa risposta missilistica americana. Ciò di cui non si parla, è che dopo diciannove mesi di operazioni militari più di 6.800 persone sono già state uccise nella campagna lanciata dalla coalizione panaraba-guidata dall’Arabia Saudita -per rispondere alla minaccia dei ribelli Houthi. Centinaia di civili continuano a essere falcidiati, gli sfollati sono ormai oltre tre milioni, la popolazione è allo stremo. Oltre la metà degli yemeniti dipende dagli aiuti umanitari e solo un bambino su 10 riesce ad arrivare vivo ai cinque anni. E di tutto ciò è responsabile anche l'Occidente, attraverso la propria complicità. Ancor più che in Siria. Secondo Akbar Shahid Ahmed, tra i più accreditati analisti mediorientali, Barack Obama potrebbe mettere fine alla strage in corso in poche ore, se solo lo volesse. Ma al momento ciò non pare rientrare nelle priorità USA.
L’anno scorso, sottolinea Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’Arabia Saudita riuscì a convincere la maggioranza degli Stati del Consiglio Onu dei diritti umani a votare contro l’istituzione di una Commissione internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen. Venne così approvata una inutile risoluzione a sostegno della neo-istituita Commissione nazionale yemenita sui diritti umani che non stabilirà la verità né favorirà la giustizia.
Perché spesso la giustizia non si concilia con gli affari. Quegli sporchi affari che l’Occidente continua a intessere con Riad, affari di armi, affari miliardari. Dal marzo 2015, Washington ha autorizzato la vendita di armamenti a Riad per un valore di 22,2 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali devono essere ancora erogati. La lista include 1,29 miliardi di dollari in munizioni per fucili automatici. Ma lo scaldalo non riguarda solo gli Stati Uniti. Investe anche Parigi: il Presidente francese Hollande e il Primo ministro Valls hanno recentemente firmato contratti per 10 miliardi di euro con il regno saudita. Alla vergogna non si sottrae nemmeno l'Italia, dal momento che buona parte delle bombe sganciate dai caccia sauditi sulle città yemenite porta incisa la sigla : MK83, un modello prodotto da Rwm Italia con sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano. Proprio da qui, nel 2015, sono partite cinquemila bombe. Un quinto in più rispetto all’anno precedente. Inutile ricordare che le autorizzazioni all’export dell’industria bellica vengono rilasciate dal nostro ministero degli Esteri. Regola che vale anche per le armi assemblate dalla succursale italiana dal colosso tedesco Rheinmetall Defence. Tutti sembrano aver dimenticato che la risoluzione del Parlamento Europeo adottata lo scorso 25 febbraio stabilisce «l’istituzione di un embargo sulla vendita delle armi alla Arabia Saudita». Il nostro Ministro Roberta Pinotti non ha nulla da dichiarare?
D.Bart.
mercoledì 12 ottobre 2016
SIRIA. UNA STRAGE SENZA FINE
ALTRI 5 BAMBINI MUOIONO SOTTO I RAZZI LANCIATI SU UNA SCUOLA
Sarebbe opera dei terroristi il lancio di razzi che ha colpito ieri la scuola elementare di Daraa, causando l'uccisione di altri 5 bambini. Nel mirino delle forze antigovernative c'era il quartiere di Sahari, nel sud della Siria, una zona controllata dal regime di Damasco. La notizia è stata diffusa dall'agenzia ufficiale Sana e dall'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus). La televisione di Damasco, citando le stesse fonti, afferma che il bombardamento con mortai avrebbe causato anche il ferimento di altri civili, adulti e bambini, alcuni dei quali in gravissime condizioni. Purtroppo, quelle di Daraa, non sono state le uniche vittime della giornata. Altre dieci persone sono morte in un attacco dell'Isis compiuto in un villaggio vicino alla città di Manbech, nel nord della provincia settentrionale di Aleppo. Il kamikaze ha puntato l'azione contro i famigliari del parlamentare siriano Diab al Mashi, che si trovava in visita nel suo villaggio natale, quello di Al Mashi. Oltre a quello dei morti non si conosce ancora il numero dei tanti feriti.
domenica 17 luglio 2016
BATON ROUGE: UCCISI ALTRI POLIZIOTTI. UNA FENDITURA CHE SANGUINA DIVIDE LA CITTA'. OBAMA FINGE DI NON CAPIRE
Oggi a Baton Rouge sono stati uccisi altri tre poliziotti.
Obama finge di non capire che in America, a fare la differenza, non sono le pistole, ma l'ingiustizia sociale.
Baton Rouge è la città dove il movimento per i diritti civili organizzò il primo boicottaggio degli autobus, ed è anche quella che ha impiegato più tempo per mettere in atto la desegregazione nelle scuole. Questo tratto distintivo condiziona ancora profondamente la vita della città. Christopher J. Tyson, docente di diritto alla Luisiana State University di Baton Rouge, la descrive così : una città divisa in due. Una parte a sud, formata da un labirinto di stradine private e lussuosi centri commerciali, elegante, piena di luoghi di divertimento e abitata prevalentemente dalla borghesia bianca. L'altra a nord, uno squallido aggregato di vecchi quartieri e strutture abbandonate, perlopiù povera e abitata da neri. E' li che il 5 luglio è morto Alton B. Sterling, l'uomo che vendeva cd per strada, l'uomo che due poliziotti hanno immobilizzato a terra per sparargli a bruciapelo, lasciandolo morire disanguato mentre lo perquisivano alla ricerca di un'arma. Baton Rouge svetta al primo posto nel Paese per percentuale di casi di hiv e aids ogni centomila abitanti. Per molti anni è stata una delle capitali statali con il più alto tasso di omicidi. Un terzo dei cittadini neri vive al di sotto della soglia di povertà. Molti considerano le condizioni dei quartieri neri di Baton Rouge come il risultato di una serie di scelte di vita sbagliate. Tyson, che vive li, sostiene che questo è un modo pigro di pensare e una menzogna che implica la cancellazione della vera storia di questa città e di altre in America.
Baton Rouge nord è in realtà il risultato di determinate scelte politiche, di schemi sociali precisi e del prezzo che finiscono per pagare i quartieri, le famiglie e le singole persone. E' la storia, molto americana, di come ai neri sia stata puntigliosamente negata l'opportunità di vivere in quartieri sicuri. Questo è il contesto in cui un uomo arriva a vendere i cd a mezzanotte per sfamare la sua famiglia. Questo è il contesto in cui matura la rabbia, la frustrazione che stanno esplodendo li.
La linea di separazione che attraversa la città è determinata dal colore della pelle e dalla classe sociale. Un linea che è stata deliberatamente tracciata da quel " Divide et impera"che caratterizza da sempre il Potere. Più che una linea, è una frattura che reclama vendetta: la campagna e le belle parole contro la vendita delle armi non possono cancellare o rimarginare la fenditura sanguinante. Non così, almeno, non sequestrando pistole.Barak Obama sbaglia quando dice che in America ne circolano troppe.
D.Bart
