Il pastore luterano di Betlemme, Munther Isaac, descrive una realtà che non lascia spazio all’indifferenza. “Ogni giorno ci svegliamo chiedendoci quale villaggio palestinese sarà attaccato dopo. Siamo esausti. Viviamo nella paura e nel terrore. Non siamo numeri. Non siamo titoli di giornale. Stiamo parlando di madri, padri, figli, nonni — con nomi, con storie, con futuri che vengono cancellati. La violenza dei coloni è diventata una routine quotidiana: famiglie assaltate nelle loro case, fattorie date alle fiamme, persone uccise. Intorno a Betlemme ci sono circa ottanta posti di blocco che possono richiedere sei o sette ore per essere superati. Il turismo religioso, un tempo fonte di sostentamento, è quasi azzerato e le Chiese passano il tempo ad aiutare chi non ha più un reddito. Almeno cento famiglie cristiane hanno già abbandonato la città dall’inizio della guerra a Gaza”. Ma la minaccia più grande, avverte Isaac, arriva dagli sfollamenti forzati: quarantacinquemila palestinesi sono già stati cacciati dai campi profughi della Cisgiordania. «Vediamo quello che sta accadendo a Gaza — sottolinea — e ci chiediamo: sarà questo il nostro destino?»
L’avvocata Sahar Francis denuncia le condizioni nelle carceri israeliane: centinaia di migliaia di palestinesi, compresi bambini, detenuti arbitrariamente, sottoposti a intimidazioni, umiliazioni, molestie sessuali, percosse, fame. La scabbia ha ucciso almeno sessanta prigionieri negli ultimi quindici mesi. Israele rilascia detenuti in cambio degli ostaggi ma ne arresta di nuovi in massa, riarrestando spesso chi era stato appena liberato. Per Francis il sistema giudiziario non persegue la giustizia: è uno strumento di oppressione e controllo della società palestinese. Rifat Kassis, segretario generale di Kairos Palestine, ricorda che il Documento del 2009 fu un appello alla resistenza non violenta. Oggi la situazione è così peggiorata che il movimento sta preparando un nuovo testo. Il timore è che il piano di Trump per lo sfollamento di massa dei gazawi diventi realtà: i Patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme lo hanno già condannato come «un’ingiustizia che colpisce il cuore stesso della dignità umana». Sarebbe pulizia etnica e «un appello a una guerra continua, non solo in Palestina, ma nell’intera regione». Kassis ribadisce la necessità di rispettare il diritto internazionale, compresi i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Mohammed Deif e Benjamin Netanyahu. La Corte è nata a Roma: per questo Italia e Santa Sede sono «doppiamente preoccupate» per l’applicazione delle sue sentenze. Munther Isaac conclude con un appello diretto: «Vi esorto ad agire. A parlare. A scrivere. A mobilitarvi. A rifiutare di distogliere lo sguardo. Dobbiamo questo a ogni famiglia che vive nella paura oggi. Dobbiamo questo anche alla nostra fede.»
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