Il deputato democratico Mike Levin ha lanciato un appello infuocato e senza sconti ai colleghi repubblicani del Congresso: «Ai miei colleghi repubblicani: “il Presidente degli Stati Uniti ha guadagnato 2,2 miliardi di dollari in un anno mentre sedeva nello Studio Ovale, la maggior parte provenienti da industrie che lui stesso regola. Gli esperti ora paragonano il suo arricchimento personale a Putin e ad altri autoritari, non a nessun leader di una democrazia. Sapete che si tratta di corruzione sfacciata. Lo dite in privato. Quindi, quando lo direte in pubblico?».
Pubblicato su X il 6 luglio 2026, il messaggio di Levin non lascia spazio a equivoci. «Tenere il vostro seggio vale davvero il vostro silenzio? […] Un giorno i vostri figli e nipoti vi chiederanno cosa avete fatto quando il Presidente degli Stati Uniti ha venduto l’ufficio per miliardi. Leggeranno i registri. Sapranno se vi siete alzati in piedi o siete rimasti in silenzio per proteggere un titolo». Un richiamo diretto alla coscienza e al giudizio della storia, in un momento in cui le accuse di conflitti di interesse e auto-arricchimento si fanno sempre più pesanti.
L’appello arriva mentre il Congresso è attraversato da un altro fronte di scontro rovente: il finanziamento della guerra in Iran. L’amministrazione Trump ha chiesto un pacchetto supplementare da 87,6 miliardi di dollari, di cui circa 67 miliardi destinati al Pentagono per coprire i costi di Operation Epic Fury. La richiesta include il rifinanziamento di munizioni esaurite, operazioni e altri programmi, ma i Democratici non ci stanno. Accusano l’esecutivo di aver avviato una guerra senza autorizzazione congressuale e di pretendere ora che i contribuenti paghino il conto, mentre priorità interne – sanità, assistenza sociale, costi della vita – vengono sacrificate.
Account democratici come Democrats Deliver (@DemzDeliver) martellano sul tema: il Pentagono sarebbe vicino al limite dopo aver sostenuto spese elevate per il conflitto, e i Democratici si rifiutano di concedere ulteriori risorse senza un serio confronto. Senatori come Patty Murray e Chuck Schumer parlano apertamente di «guerra di scelta» e di richiesta che sembra «progettata per respingere i voti democratici». La tensione è palpabile: senza approvazione del supplemental, fonti militari paventano limitazioni operative già nell’estate.
Levin, da tempo in prima linea contro quella che definisce «corruzione sistemica», collega i due fronti. Non si tratta solo di soldi o di guerra: è una questione di principio democratico. Da un lato, l’arricchimento personale di chi detiene il potere; dall’altro, l’uso di risorse pubbliche per avventure militari contestate, mentre il silenzio repubblicano appare assordante.
Fino a oggi i repubblicani hanno mantenuto una linea cauta, tra fedeltà al presidente e timori di divisioni interne. Ma l’appello di Levin pone una domanda scomoda che rischia di riecheggiare ben oltre questa legislatura: quanto vale un seggio se il prezzo è il silenzio di fronte a scelte che molti, in privato, giudicano sbagliate?
La storia, come ricorda il deputato californiano, non dimentica. E i registri pubblici sono lì, pronti a essere letti.
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